Un nuovo saggio albanese del nostro collaboratore Giovanni Armillotta

È da pochi giorni in edicola il numero di Febbraio-Marzo della “Rivista Marittima”, prestigioso ed ultracentenario periodico della Marina Militare Italiana fondato nel 1868 e diretto da S.

E. Amm. Div. Luciano Callini. Sul recente numero si legge il lavoro del nostro collaboratore, Giovanni Armillotta, dal titolo: “La crisi della base sommergibilistica di Valona del 1961”.

Armillotta, col suo distacco di storico al di sopra delle ideologie, noto a tutti noi, ci descrive con ricchissime fonti (cita anche Brzezinski, che già nel 1969 esprimeva simpatia nei confronti dello Stato albanese; e attualmente è consigliere del Presidente Usa, Obama) le imprese eroiche degli Albanesi per evitare la tenaglia mortale che sarebbe stato l’abbraccio jugoslavo/gran serbo-sovietico ai danni dell’indipendenza del nostro Paese. Armillotta, inoltre, parla della grande umiliazione inferta dalla Marina da Guerra Albanese a quella di Mosca; e delle scuse per la rottura dei rapporti albano-sovietici, avvenuti su iniziativa di Khrušchëv nel 1961; scuse inviate dal Cremlino a Tirana nel 1990, prima ancora che crollasse l’Unione Sovietica.

Si descrive una delle più grandi umiliazioni subite dalla Marina da Guerra sovietica (i.e. russa) sin dai tempi della sconfitta con i Giapponesi nel 1904-05. Anche se l’episodio è più rivolto a questioni politiche-diplomatiche che non belliche, i toni drammatici non mancarono, e a un dipresso esso annunciò l’ulteriore avvilimento che il Cremino subì l’anno dopo all’indomani della crisi di Cuba.

La questione fu messa a tacere per quasi mezzo secolo grazie ai maneggi dei partiti comunisti europei che fecero cadere un muro di silenzio su saggisti ed opinionisti che si fossero azzardati a descrivere i fatti e, quindi, a prendere le difese dello Stato d’Albania contro l’Unione Sovietica e quindi contro i partiti comunisti occidentali ed orientali, camerieri di Mosca. L’Albania, a quel tempo, era strozzata e minacciata da Khrushchëv il quale, porgendo la mano alla Jugoslavia di Tito, avrebbe irrimediabilmente compromesso l’indipendenza del Paese jonicadriatico.

Il lavoro si basa su preziose fonti documentarie e saggistiche; sulle affermazioni di autorevoli uomini politici di allora: albanesi, statunitensi e sovietici, nonché della grande stampa internazionale. La crisi di Valona è testimone di una continuità che ha visto gli Albanesi, sia come re, presidenti, primi ministri, generali, ammiragli (anche di Paesi diversi da quello in cui fu generata la nostra stirpe) porsi nella tradizione degli alti ufficiali che fecero la storia del Mediterraneo.Uno scritto avvincente, che ci tiene attaccati al testo che offre le stesse emozioni fra una spy-story ed un dotto saggio di storia delle relazioni internazionali. Il contributo è corredato da inedite foto dei nostri antichissimi sommergibili. Da non perdere!Armillotta ci ha spiegato le ragioni di questo suo saggio, al di là del suo conosciuto grande amore per il nostro Paese:“L’ho scritto per iniziare a parlare di una classe dirigente 1944-1991 che non era quella dei funzionari di basse origine ed estrazione sociale, con raccogliticcia acculturazione marxista, e insufficiente bagaglio culturale. Ismail Kadare li chiama ‘contadini inurbati’ (1). E gli Albanesi non erano nemmeno ex burocrati del Comintern o della sezione internazionale della NKVD [la polizia segreta sovietica; ndr] che avevano svernato a Mosca negli anni Venti-Quaranta e poi imposti dall’Armata Rossa come propri agenti, per cui ammaestrabili e riconducibili alla casa madre. Gli Albanesi del 1944-1991 sono uomini colti ed astuti che avevano studiato nelle capitali europee e quindi, come riporta Brzezinski l’attuale consigliere del Presidente Usa, Barak Obama, di educazione e cultura occidentale (2), e che conoscevano i testi, la dottrina e l’arte della guerra, e che perciò sapevano come fronteggiare chi avesse sin troppo alzato voce e mani contro il proprio Paese. Nel loro sangue scorrevano (e scorrono) le esperienze delle grandi famiglie claniche; in principio baluardi della Cristianità occidentale a difesa dell’indipendenza nazionale fino al XV secolo (3); e successivamente gran visir e generali della Sublime Porta, e capi di Stato egiziani, da sempre tutelanti l’etnia schipetara nel mare slavo-ortodosso-islamico della Balcania. Lo scontro Russia-Impero Ottomano per lo sbocco nel Mediterraneo, si spostò – quale ironia della storia – dall’asse Seconda e Terza Roma a quello Tirana-Mosca. Questa è la ragione principale per cui ho scritto l’articolo”.

Chi non lo trovasse in edicola, può recarsi ad acquistarlo alla Redazione della “Rivista Marittima” (Via Taormina 4, 00135 Roma), tel.: 06.36807248, fax 06.36807249, e-mail: marivista@marina.difesa.it; per abbonamenti, spedizioni e acquisti telefonici: 06.36807252, abbonam@marina.difesa.itNote(1) Cfr. l’intervista al candidato Premio Nobel per la letteratura, Ismail Kadare su “L’Espresso”, Roma, N. 7/1991, p. 91.(2) Zbigniew Kazimierz Brzezinski, The Soviet Bloc. Unity and Conflict, Harvard University Press, Cambridge (MA), 1969, p. 387.(3) Giovanni Armillotta, Albania X-XV secolo: baluardo della Cristianità occidentale, in “Bota Shqiptare”, Roma, III (2001), N. 50, 28 novembre-14 dicembre.

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