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I Greghi della Triestina parleranno albanese

Articolo di Marco Bagozzi

Quest’estate è stato il giovane (classe ’96) Ilir Frangu a fare da, inconsapevole, apripista. L’albanese di Macedonia, trapiantato in Veneto è tutt’ora il primo calciatore di etnia schipetara ad aver mai giocato nella Triestina.
Proviene invece dal Kosovo il nuovo proprietario della gloriosa società giuliana: è Hamdi Mehmeti, imprenditore di casa nella Svizzera francofona. È il primo albanofono ad acquistare una società di calcio italiana. Nella settimana che ha visto la nazionale kosovara esordire in una gara ufficiale contro Haiti, i giornali sportivi si sono incentrati anche su questa “prima volta”. Dopo aver cercato l’acquisto di Vicenza e Treviso, Mehmeti ha puntato su Trieste come centro per il suo progetto calcistico di sviluppo dei vivai e dei giovani provenienti dal territorio e da altre zone del mondo, Kosovo e Camerun soprattutto. È infatti camerunense il suo braccio destro, Pierre Mbock, già consigliere comunale a Parma.
Mehmeti è impegnato anche nel calcio kosovaro: nel gennaio 2013 acquistò una squadra di Pristina, il KF Hajvalia, che è appena retrocessa dalla Raiffeisen Superliga alla Liga e Parë, ma ha raggiunto le semifinali della Kupa e Kosoves.
Attualmente la Triestina milita nel Campionato Nazionale Dilettanti, dopo un lungo periodo nero che ha visto ben 3 fallimenti e la retrocessione fino al campionato d’Eccellenza Regionale. La storia parla però di una società con 96 anni di storia, un secondo posto in Serie A (anno 1947-48), 28 campionati nella massima serie e 26 stagioni in serie B, oltre a nomi incisi nella gloria del calcio italiano, da Nereo Rocco a Gino Colaussi, da Pietro Pasinati a Cesare Maldini, fino ai più recenti Alberto Aquilani e Denis Godeas (tuttora, a 40 anni, capitano e massimo goleador della storia). Gli ultimi due anni, spesi nelle categorie dilettantistiche, incoronano inoltre la Triestina come un caso unico in Italia, con i tifosi organizzati proprietari del marchio dell’Unione Sportiva Triestina Calcio 1918, ceduto in comodato ai proprietari dell’Unione Triestina 2012, la società sorta dopo l’ultimo fallimento. Il marchio costò circa 30mila euro, con le spese coperte da una colletta popolare.
L’obiettivo minimo diventa quindi quello di una pronta risalita nelle serie professionistiche, con investimenti importanti e progetti per il futuro, oltre alla costruzione di strutture sportive, che a Trieste rappresentano l’atavica nota dolente della principale società cittadina. Una prospettiva di sviluppo a trecentosessanta gradi e c’è da scommettere che nella prossima stagione Frangu non sarà l’unico albanofono a vestire la maglia rossoalabardata.
Destino particolare quello della Triestina, figlia di una città di confine, punto di incontro tra diverse culture, italiana, mitteleuropea e balcanica, oltreché casa di numerose comunità etniche presenti da centinaia d’anni: i suoi giocatori sono tuttora soprannominati “i greghi”, i greci, vista la grande importanza che la ricca comunità greca cittadina ebbe nei primi anni di attività dell’Unione (negli anni ’20 fra i dirigenti troviamo un certo Solinikis).
La Triestina lancia quindi un simbolico ponte temporale tra la comunità greca e quella albanese con il destino dei rossoalabardati che si sposta da Salonicco, porto di provenienza dei mercanti greci, a Pristina, anche se dagli spalti l’incitamento principale dei tifosi dell’Unione rimarrà sempre “Forza Greghi!”.

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