Chicche di un’italo-albanese

La Grande Muraglia Digitale Cinese censura Eugent Bushpepa per i tatuaggi!

La Grande Muraglia Digitale Cinese ha censurato il cantante albanese Eugent Bushpepa all’Eurovision 2018 per i suoi tatuaggi. E, con un flashback, ha richiamato alla mia memoria un caso analogo e bizzarro di censura di tatuaggi sotto la dittatura in Albania: Gëzim e il suo tatuaggio all’avambraccio.

“Cultura decadente!”- è stato il commento riservato dai censuratori cinesi di Mango Tv ad Eugent Bushpepa, Albania e ad O’ Shaughnessy, il cantante irlandese.

Ergo, durante l’Eurovision Song Contest 2018 ci sono stati due casi di censura da parte della Cina. L’unica emittente televisiva cinese, la quale possedeva i diritti di trasmissione della kermesse canora europea, Mango Tv, parte della piattaforma Hunan Tv, ha censurato due esibizioni di cantanti dell’Eurovision durante la prima semifinale.
Loro sono stati: Eugent Bushpepa, rappresentante dell’Albania, con motivazione:
“Possiede dei tatuaggi!” e Ryan O’Shaughnessy, rappresentante dell’Irlanda, con motivazione: “ Ha eseguito un balletto gay!”

[…] Si è creato un mare mosso e pieno di ondate di delusione e indignazione da parte degli albanesi dopo l’Eurovision Song Contest 2018, da quando la giuria tecnica dell’Italia assegnò zero punti all’Albania, e invece, la giuria tecnica albanese, assegnò all’Italia 12 punti, equivalenti al punteggio massimo.


La tivù cinese aveva inizializzato una campagna contro i tatuaggi, limitando le apparizioni sullo schermo di attori, artisti, cantanti e sportivi che possedessero tatuaggi. Agli sportivi che nel loro corpo hanno dei tatuaggi, è stato sollecitato di coprirli con degli adesivi durante le manifestazioni sportive. Al contempo, è stata vietata l’apparizione sullo schermo cinese di qualsiasi episodio dal contenuto o interpretazione omosessuale.

Dal mio canto, all’avvicinarsi della grande finale, in cui si sarebbero esibiti Ermal Meta e Fabrizio Moro, rappresentanti dell’Italia, mi stavo quasi preparando per rivolgere loro un appello, o meglio invitare Fabrizio Moro a ricoprire i suoi tatuaggi sulle mani e sugli avambracci, per evitare che venissero censurati dalla Cina in finale, e per evitare di conseguenza, di condizionare in questo modo anche il suo collega, Ermal Meta, anche perché cantando in duo sarebbero stati censurati entrambi e il numerosissimo pubblico cinese alla fine, si sarebbe precluso la conoscenza ed anche la bravura del talentuoso Ermal, il nostro conterraneo.

Cioè, io apprensiva e lungimirante, come se nessuno ci avesse mai pensato prima, mi stavo veramente preoccupando per rimediare o prevenire questa faccenda! Perché come si suol dire: “Uomo avvisato, mezzo salvato!”

Ma, stranamente, non c’è stato bisogno di nessun “appello” simile da parte mia!

Detto questo, in modo politicamente corretto – dopo la censura applicata dalla tv cinese ad Eugent Bushpepa ed a Ryan O’Shaughnessy – alla Cina è arrivata la nota di protesta da parte di European Broadcasting Union (Ebu), l’associazione che organizza e diffonde il Festival Europeo nel mondo, comunicando che al loro paese non era più concesso di trasmettere il resto dell’Eurovision 2018: seconda semifinale e grande finale compresa!

Allegando naturalmente anche la motivazione per questa decisione: “Ciò non è in linea con i valori di universalità e inclusione e con la nostra orgogliosa tradizione di celebrare la diversità attraverso la musica“.

La Cina oggi e l’Albania ieri sotto dittatura

Analogia di censura su tutti i campi in paesi, periodi e contesti diversi

La censura cinese applicata ad Eugent Bushpepa, il cantante albanese, con un flashback, mi ha fatto attivare il laboratorio della memoria, ricordandomi un caso analogo e bizzarro di censura in Albania sotto dittatura, un caso legato stranamente proprio ad un tattoo …

Mi ha fatto venire in mente non solo la censura e la privazione della libertà della parola e del pensiero, la censura collegata ai mass media, soprattutto quella collegata al divieto di seguire le emittenti televisive straniere, con l’imposizione di seguire l’unico canale televisivo statale albanese, RTSH, ma anche tutte le strategie messe in atto dalla gente, come ad esempio l’invenzione di appositi strumenti fai da te, ricettivi delle onde emittenti tv straniere, da collegare dietro all’apparecchio tv di casa. Ciò, solitamente per seguire i canali jugoslavi.

Mi ha fatto ricordare mio padre che saliva sul terrazzo del condominio per cambiare la posizione dell’antenna, la sua angolazione, per permettere la ricezione del segnale tv italiano, e la cosa più di una volta era diventata oggetto di discussione ed aveva suscitato polemiche tra lui e il dirigente della sessione del partito comunista del quartiere.

A quest’ultimo non sfuggiva niente, in quanto conosceva la tendenza di alcune persone ad avere contatti anche solo via tv o radio con l’estero. E mio padre era figlio di una italiana d’Albania. La lingua italiana a casa mia si parlava assieme all’albanese nel nostro quotidiano per cui, l’interesse di seguire la tv italiana si percepiva a prescindere.

“Eh, chi mai se lo sarebbe immaginato, che proprio tu che da piccola, ti nascondevi sotto il banco del negozio di nostro padre, all’arrivo dei commercianti albanesi, avresti sposato un ragazzo albanese!”,- le facevano notare più avanti le sue sorelle a mia nonna .


La censura cinese del caso recente, mi ha fatto ricordare la censura in Albania oltre che sulla morale, anche quella sull’apparenza ed il look, sul modo di vestire, collegato al cosiddetto etichettamento “Estranei comportamenti” (Shfaqje të huaja), sull’estetica in generale.

Agli uomini era vietato portare i capelli lunghi e la barba, lunghe basette, alle donne era vietato di truccarsi prima di sposarsi ecc. Poi, l’abbigliamento: se questo usciva anche solo di poco dai contorni del cliché che lo stile del vestiario comune imponeva, si veniva giudicati con severità con tanto di nota di critica personalizzata, corredata dei dati e della foto della persona che veniva ripresa pubblicamente per l’infrazione delle norme disciplinari, in dei tabelloni allestiti appositamente che noi chiamavamo “Këndi i fletërrufeve”.

Impensabile parlare di tattoo e piercing!

Gëzim ed il mistero delle camicie a maniche lunghe durante il picco del caldo estivo

Negli anni ’80, durante la dittatura in Albania, io ero ancora una bambina, vivevo a Tirana ed avevamo un vicino di caso che si chiamava Gëzim.

Lui oggi è un uomo sull’ottantina d’anni, ha pressappoco l’età di mio padre.
Ma noi, a quei tempi, dei ragazzini, non riuscivamo a realizzare il perché del fatto che il compagno Gëzim, anche durante il picco del caldo estivo di luglio o agosto, andasse in giro con delle maglie oppure con delle camicie rigorosamente a maniche lunghe!

Lui non era né un poliziotto, che per professione era costretto a portare l’uniforme o vestire in borghese in un certo modo, e nemmeno un militare.

Questo si era addirittura trasformato in un motivo di derisione da parte nostra, al punto che tutte le volte che lo vedevamo passare nel piazzale antistante il nostro condominio, iniziavamo con un brusio di commenti sottovoce e risate. Il nostro parlottio cominciava: “Povero, ma insomma, non ce l’ha una maglietta o camicia a maniche corte? Ma se siamo nel bel mezzo del caldo, lui sta morendo con queste maniche lunghe …!”

Lui, a quanto pare, aveva percepito tutto, la nostra curiosità, tipica di quella dei bambini a cui non solo non sfugge niente, ma che spesso diventa anche senza scrupoli, pungente, proprio perché spontanea e priva di riserve, lo aveva capito dalle nostre reazioni e la cosa lo aveva portato a parlare con qualcuno dei nostri genitori …

Questo era bastato per far sì che i genitori richiamassero la nostra attenzione, ordinando noi di non burlarsi più del compagno Gëzim.

E ci spiegarono pure il suo “disagio”!

Dallo stato di tensione che avevano creato i miei, severi nel riprendermi, in un primo momento, nei confronti del compagno Gëzim avevo avvertito un senso di compassione o suggestione, in quanto avevo pensato che lui fosse lesionato, che avesse un grave problema patologico o dermatologico sul braccio o che, addirittura avesse l’avambraccio finto!

Però, nessuna delle mie ipotesi sussisteva!

Il compagno Gëzim – noi bambini per la verità, attribuivamo l’appellativo “xhaxhi” agli adulti, quindi “xhaxhi Gëzim” – quando era stato giovane, durante il servizio militare di leva, aveva fatto con dei mezzi di circostanza, un po’ fai da te, un tatuaggio sull’avambraccio!

A quei tempi quando lui aveva fatto il militare, quindi all’incirca verso gli anni ’60 in Albania, questi tatuaggi i ragazzi li facevano, per come mi spiegavano, con dei mezzi fai da te e di circostanza, perché è chiaro che non esistevano veri e propri laboratori per tattoo, con degli aghi caldi e dell’inchiostro che veniva inserito in modo sottocutaneo rimanendo indelebile.

Ma, una volta superata quella età delle pazzie, lui ormai adulto, sposato, padre di famiglia, con tre figli, un lavoro ed una posizione sociale ormai dignitosa, si vergognava e si faceva creare dei complessi ad andare in giro con quel tatuaggio sull’avambraccio, perciò tendeva a nasconderlo in ogni stagione. Quella era un’epoca per l’Albania, in piena dittatura e censura, in cui l’etica e la morale socialista imponevano compostezza e vietavano ogni segno di trasgressione, tatuaggi compresi!

Naturalmente, colui che portava addosso questi segni od “errori giovanili”, ormai non li poteva più cancellare, ma aveva il dovere di nasconderli e di gestirli a modo e con criterio. Al contrario di oggi, che i tatuaggi si fanno sia per una necessità emotiva interna, ma soprattutto per esporli.

Sfortuna aveva voluto per Gëzim che, per il suo tatuaggio avesse scelto un posto non strategico, un posto che si faceva fatica a nascondere, l’avambraccio, su cui aveva tatuato una nave! Evidentemente aveva fatto il servizio militare in marina!

Quindi, di quel tatuaggio che lo perseguitava e che lo metteva in imbarazzo, lui non poteva soffrire solo nella stagione fredda, quando si poteva tranquillamente coprire con le maniche lunghe delle maglie, ma in estate cominciava la sua tortura.

E figuriamoci, si trattava di una nave come tatuaggio, non di un’altra figura!

Non era questione di un disegno indecoroso o meno, ma semplicemente, l’immagine dell’uomo socialista nuovo doveva risultare pulita ed impeccabile!

Da quel giorno, noi non ci siamo più presi gioco del compagno Gëzim, il quale, un po’ per il carattere riservato, un po’ per i tempi che correvano in Albania, si sacrificava a portare le camicie a maniche lunghe rigorosamente anche al picco del caldo estivo, per colpa di quel “sconveniente o peccato di gioventù”!

Anzi io, essendo stata già da piccola molto creativa e che andavo lontano con la fantasia, mi ero creata l’idea che quella nave che Gëzim portava sull’avambraccio, visto il bagno di sudore da cui il suo corpo veniva inondato d’estate – proprio perché vestito sempre rigorosamente con le maniche lunghe – avesse già iniziato a navigare verso l’approdo ad un porto in incognito …

Un tatuaggio che presagisce una sorte …

Con l’esodo biblico degli albanesi, quello del 1991, nonostante ormai non più giovane, ma da uomo di mezza età, il signor Gëzim, si ritrovò insieme alla propria famiglia, sulla nave che li stava trasportando verso le coste italiane!

Quella è stata la prima volta in cui, dopo una vita intera, Gëzim indossava spensieratamente una camicia a maniche corte! I suoi avambracci erano scoperti, scoperti anche dai complessi, dai pregiudizi, dagli inutili sensi di colpa e, nel suo avambraccio destro si notava chiaramente un tatuaggio: una bella nave!

A quei giovani lì presenti a bordo della nave, coetanei dei suoi figli, lui si vantava dicendo loro:

“Io possiedo un vecchio legame spirituale con il mare, il mare e le navi li ho sempre portati dentro di me, nella mia anima, sebbene io abbia vissuto per anni a Tirana e non proprio vicino al mare. Ho fatto il servizio militare di leva nella marina e, guardate che bel tatuaggio con la nave che porto, che voi giovani, almeno fino ad oggi, non ve lo siete nemmeno potuti permettervelo uno simile …!”

“Infatti, io appena raggiungo le coste italiane, farò un bel tatuaggio!”- gli giunse una voce dal fondo del bordo della nave.

Era un giovane albanese che come tutti, stava assaporando il viaggio di libertà, nonostante si sentisse avvolto nell’ansia dell’insicurezza per la nuova vita che lo attendeva.

Il tatuaggio, in quel periodo di inizio transizione e cambio dei sistemi politici in l’Albania, per molti giovani albanesi significava forse non meramente una trasgressione indefinita, ma proprio una ribellione mirata:
quella nei confronti della dittatura e della censura dalla quale stavano arrivando sofferenti e di cui si sentivano segnati dentro …

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