Chicche di un’italo-albaneseStoria

Il 5 Maggio e la fila per le mele “proibite”

Albania, anni '80. Sopravvivere a malapena con un'economia tendenzialmente autarchica. Un semplice scenario in un negozietto di frutta e verdura a Tirana, indicatore della realtà  albanese degli anni '80.

Albania, anni ’80. Mentre il 5 Maggio tutto il paese commemorava i Martiri della Guerra, con un apposito tesserino, ai loro familiari era concesso un omaggio: ritirare delle mele dal negozio di quartiere. Agli altri, no! Il paese viveva in autarchia e i negozi erano quasi vuoti…

Tirana, inizi anni ’80. Ero una bambina piccola, alle elementari. Quel giorno, dopo aver finito i compiti nel primo pomeriggio, decisi di andare a trovare un’amica che abitava vicino a casa mia, per invitarla a fare insieme una passeggiata nel quartiere.

Il tempo era così bello, la primavera era arrivata in tutto il suo splendore. Il tragitto da casa mia a casa sua era breve solo che, prima di raggiungere l’abitazione della mia compagna di scuola, lo sguardo mi cadde su una lunga e interminabile fila di gente davanti al negozietto di frutta e verdura del nostro quartiere. Di sicuro era arrivata della frutta fresca e della verdura! Curiosa e vivace, dimenticai per un attimo la mia destinazione e mi intrufolai in quella fila di persone.

Le file davanti ai negozi di alimentari per noi non erano affatto una novità. Per la carestia esistente, la gente (gli adulti) avevano ‘l’ansia’ di uscire di mattino presto di casa per la fila in latteria specialmente, per procurarsi qualche bottiglia di latte, un po’ di yogurt esclusivamente bianco, naturale, un po’ di formaggio, del burro. E così per tutti gli alimenti. Questo, più concentrato in certi giorni o date predefinite, spesso rispettando certi ‘coupons’, cose le quali, io allora piccola così come tutti i miei coetanei, facevo fatica a capirle.

Ebbene: mi guardai intorno e notai che ero l’unica bambina in quella fila. Infatti, una signora anziana mi disse: “Bambina, ma la mamma, ha mandato te oggi a fare la fila per la frutta e la verdura?”. “Si, – le risposi, improvvisando sul momento e senza guardarla negli occhi, per paura che scoprisse che stessi dicendo una ‘piccola’ bugia – la mamma era impegnata ed ha mandato me”.

Non scambiai una parola in più con le persone presenti lì, anche perché erano tutti adulti e non li conoscevo. Forse tra la fila, c’era qualcuno che conosceva i miei, ma essendo piccola io, neanche mi avrebbero notata tra la confusione.

Tra me e me, pensavo di fare una sorpresa ai miei, avendo già fatto la fila (e che fila …) dal fruttivendolo, sicuramente senza che loro mi avessero dato questo ‘incarico’.

Finalmente, il mio turno arrivò. Di certo, non avevo soldi con me. Non usavamo in quel periodo, in quell’età, girare con dei soldi in tasca. Al massimo, i genitori ci lasciavano i soldini per un gelato, niente di più.

“Buongiorno!” -dissi al fruttivendolo.

“Buongiorno!”- mi rispose lui, con una certa espressione del volto.

“Vorrei delle mele rosse e delle mele gialle, ma i soldi, te li porteranno i miei. Io ho fatto la fila e voglio fare loro una sorpresa, portando a casa la spesa”.

Nel negozietto ci fu un attimo di silenzio. Ad un tratto, tutta quella gente zittì. Il fruttivendolo, sentendosi in imbarazzo, cercò di parlarmi piano, scandendo le parole per bene:

“Di quale famiglia di caduti in guerra fai parte?”..

Io, con gli occhi spalancati, risposi: “Cosa? Ma, di nessuna”.

“Ascolta bambina, è meglio che tu vada a casa e far tornare qui – semmai per rifare la fila – qualcuno dei tuoi”.

Lo guardai con una faccia stranita e cercai di interpretare questa sua reazione, come conseguenza del fatto che, alla fine, anch’io stessa mi rendevo conto di essere l’unica bambina in quella particolare fila.

Senza neanche intraprendere la fatica di fare le scale per salire a casa, da giù iniziai a chiamare la mamma: “Mamma ascolta, è da due ore che sto facendo la fila dal fruttivendolo. Le mele, come le prendiamo, rosse o gialle? Comunque, scendi subito che glielo dici tu stessa”.

Per un attimo anche mia madre rimase senza parola. Non capivo perché questa mia ’iniziativa’ facesse questo effetto… Dopo un po’ che si era ripresa, mi disse con un tono deciso: “Smettila di urlare da sotto il balcone e piuttosto, vieni subito a casa!

E io, ancora insistente: “Ma mamma, perdiamo la nostra fila, è il nostro turno”.

Non ti preoccupare, tu intanto sali!”-continuò la mamma.

Era il 5 Maggio e il paese commemorava i caduti in guerra e gli eroi della Causa della Liberazione Nazionale. Con tutto il profondo rispetto che mi inculcavano i miei per queste persone, purtroppo l’importanza di questa giornata, io allora una bambina piccola, la collegavo con la distribuzione delle mele, riservata solo alle famiglie ed ai parenti dei caduti in guerra.

Più avanti imparai che quelle persone, erano state tra le più importanti del paese e che avrebbero dovuto essere onorate forse molto di più di quanto si facesse, avendo donato la cosa più preziosa, la loro vita, per la nostra terra!

Dopo che i miei mi spiegarono tutto con chiarezza ed insistenza che, nonostante la tenera età, dovetti avere l’obbligo di capire e saper distinguere in fretta tra certi argomenti, mi rasserenai – forse perché alla fine dei conti – venivo informata in maniera ampia, un po’ anticipatamente per l’età, ma che comunque, prima o poi, a tutti noi coetanei di quel periodo, ci sarebbe senz’altro venuto spiegato in famiglia, per dovere, per rispetto alla propria terra, alla propria storia, ed anche per evitare pasticci o sorprese, sorprese che solo i bambini sono in grado di progettare, ma di cui conseguenze, avrebbero potuto essere significanti.

Chissà perché, tutte le volte che passavo davanti al negozietto del fruttivendolo, quando vedevo affacciarsi alla porta sua moglie, anche lei lo affiancava nella vendita, tra me e me la chiamavo ‘la strega’.

Eppure lei non mi aveva fatto niente di male. Ma da parte mia, nei suoi confronti avveniva un fatto strano: l’associare della sua persona, alla figura della strega di Biancaneve con il suo cesto di mele, in cui spuntava quella bella mela rossa, invitante e saporita, ma purtroppo avvelenata.

Eppure, la colpa non era affatto della coppia dei fruttivendoli del quartiere. L’incantesimo maledetto, partiva altrove …


Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Shqiptari i Italise il 2 maggio 2014


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