The Economist: Il mito della “mafia albanese”

La rivista The Economist ha dedicato un articolo alla criminalità albanese dove si analizza non solo la pericolosità ma anche la vulnerabilità di questi gruppi criminali.

La rivista The Economist ha recentemente pubblicato un articolo interamente dedicato alla  mafia albanese, indagando il fenomeno soprattutto alla luce del crescente ruolo che la criminalità organizzata albanese riveste, ormai da qualche anno, su scala internazionale.

Il pezzo, intitolato ‘Piranha da Tirana’, recita in un suo stralcio: “Chiedendo di classificare i gruppi di criminalità organizzata in base al pericolo che rappresentano in Europa, un alto funzionario presso l’agenzia dell’Europol, ha posto i malviventi albanesi davanti anche alle loro controparti russe.

La polizia britannica ha affermato che le sue attività sono principalmente responsabili di un recente aumento della tratta di esseri umani. Gruppi di albanesi e kosovari in Gran Bretagna sono anche accusati di aver ucciso e torturato per controllare gran parte del commercio di cocaina”.

La mafia albanese tradizionalmente ha il suo giro d’affari nel traffico di droga e di armi, nella tratta di persone e nella prostituzione; recentemente si è aggiudicata il ruolo di principale trafficante di cannabis in Europa.

Un articolo pubblicato qualche tempo addietro da Vice riprendeva le dichiarazioni del NCA (National Crime Agency) sulla ‘Mafja Shqipëtare’, sostenendo che questa esercita un controllo innegabile sul mercato della droga inglese e che dal 2015 si è assistito alla nascita di un gruppo ben organizzato di spacciatori albanesi, sempre più abili nel traffico di droghe e in grado di ricavare guadagni sempre più alti. Secondo Steve Bennett, vice direttore dell’NCA, le organizzazioni criminali albanesi stanno acquisendo sempre più potere perchè sono in grado di collaborare con altre organizzazioni criminali e perché lavorano in modo ‘affidabile’, senza colpi di testa e avidità.

Nonostante questa crescente popolarità in contesti criminali internazionali, secondo Jana Arsovska, studiosa di criminalità albanese, la Mafja Shqipëtare non è che un mito. Secondo la ricercatrice infatti, la reputazione che gli albanesi hanno sull’uso spregiudicato della violenza va oltre il loro reale uso della violenza. Inoltre, sottolinea la Arsovska, le loro vittime raramente sono estranee ai loro affari.

La mafia albanese per di più non può essere considerata alla stregua di Cosa Nostra o della Yakuza perché non è possibile parlarne in termini di organizzazione strutturata. Si tratta piuttosto di un insieme di gruppi separati che lavorano indipendentemente l’uno dall’altro e che spesso entrano in conflitto tra loro.

Inoltre la maggior parte dei criminali albanesi non lo era prima di emigrare dal proprio Paese; questo significa che molti criminali di etnia albanese in Europa si sono trasformati in criminali dopo essere emigrati.

L’articolo di The Economist termina affermando: “Brutali, spietati e vistosi, sono nondimeno molto meno sofisticati dei veri mafiosi. Ci sono pochi segni di alleanze con i politici locali per salvaguardare le loro attività o riciclare i loro profitti se non nei beni immobili dei Balcani. E la stessa incoscienza che li rende così spaventosi li rende anche vulnerabili a una semplice sorveglianza“.

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