Opinioni

Albania: Elezioni presidenziali in un Paese senza leadership

Si avvicina per il paese il momento di scegliere il nuovo Presidente della Repubblica. Fino a questo momento, la ridda di nomi e supposizioni sta offrendo un triste spettacolo. Il pantano politico albanese non sembra in grado di dimostrare neanche questa volta un pentimento per le scarsissime prestazioni che in questi ultimi venti anni sono state offerte non solo all’opinione pubblica internazionale, ma soprattutto agli albanesi stessi.

Si fanno sempre più numerose le voci qualificate degli intellettuali della Diaspora, che offrono il loro contributo alla soluzione dei gravi problemi socio-politici nel Paese delle Aquile. A quanto pare, la presa di distanza (anche fisica) dall’arena politica albanese aiuta la chiarezza di pensiero sulla situazione attuale e su ciò che dovrebbe essere fatto. Ce ne dà esempio il prof. Gëzim Alpion, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Studi Internazionali dell’Università di Birmingham (Inghilterra), autore di importanti studi in lingua inglese.

L’intervista rilasciata in esclusiva alla nostra Redazione è una proposta dettagliata che, se accolta dalla politica albanese, potrebbe produrre nel tempo una trasformazione istituzionale del Parlamento e incoraggiare una mentalità e un clima di trasparenza tra i cittadini, le istituzioni e lo Stato.

Tra pochi mesi verrà eletto il Presidente della Repubblica. Tale evento ha luogo in un periodo di particolare tensione per la politica albanese. Secondo lei, ci sarebbe un modo per impedire l’impatto di questa tensione sulle elezioni?

Sfortunatamente no. Ora come ora, la politica albanese non è in grado di farlo e, a quanto pare, alcuni elementi semplicemente non sono interessati a depoliticizzare le elezioni presidenziali.

Ormai le forze politiche hanno iniziato il sorteggio dei candidati. Senza togliere al Parlamento il diritto costituzionale di eleggere il Presidente della Repubblica, quale potrebbe essere il contributo della società civile?

In Albania non c’è una società civile in grado di avere un impatto sulla procedura delle elezioni presidenziali. Nella democrazia albanese, il popolo (il demos) è marginale e viene spesso e volentieri ignorato; il potere (il kratos) è monopolizzato da un’arrogante cleptocrazia che utilizza una legislazione ipocritamente democratica solo quando i clan all’interno del gruppo politico ‘scelto’ iniziano a toccare gli interessi reciproci.

È da tempo che il Parlamento albanese non funziona come dovrebbe, e di conseguenza non rappresenta la volontà del popolo, ma rispecchia la pietosa situazione della democrazia nazionale. La sua bassa reputazione è segno dell’elevato grado di erosione della legittimità di questa istituzione, principalmente in conseguenza dell’anomalia elettorale.

Durante gli ultimi due decenni, proprio come accadeva durante il monismo, nella maggior parte dei casi il risultato delle elezioni sembra essere stato predefinito prima ancora del conteggio dei voti. Ultimamente, tale anomalia è diventata la norma. In tali condizioni ogni candidato presidenziale, che sia del partito governativo o dell’opposizione, verrà considerato sia dal popolo che dalla comunità internazionale un portavoce del partito e, di conseguenza, un incapace non degno del suo ruolo presidenziale.

Nel suo articolo, Monarchismo della politica in uno Stato centenario , pubblicato per la prima volta su AlbaniaNews il 12 gennaio 2012, è sottintesa l’analogia tra i nostri politici e quei governanti che, secondo Max Weber, mancano del ‘senso di responsabilità e integrità intellettuale’. Inoltre, lei afferma che ‘sarebbe un bene per il Paese che a questa posizione di primo piano non si candidasse nessuna delle figure che nell’ultimo quarto di secolo hanno dominato e soffocato la politica albanese, quasi come Putin e Medvedev.’. Eppure, dove bisogna andare a cercare gli altri candidati? La consapevolezza che possano ritrovarsi ad affrontare un ambiente politico del genere potrebbe rivelarsi scoraggiante per coloro a cui si proponesse l’incarico.

Gëzim Alpion: In una normale situazione politica, non si esclude la possibilità che il Presidente venga scelto dai politici stessi. Ma attualmente, la “normalità” non rientra tra le caratteristiche della politica albanese. Questo non significa che in Albania non ci siano politici onesti. Come ho sottolineato durante un’intervista rilasciata a gennaio scorso sulla rete televisiva Al Jazeera, è assurdo sostenere che tutti i politici in Albania e nei Balcani sono corrotti.

In ogni caso, ora come ora, i politici onesti non hanno potuto dimostrare di essere in grado di esercitare alcuna influenza positiva sui capi dei loro partiti. Per di più, il fatto che dopo le vicende del 1997, quella di Gërdec e l’uccisione di 4 persone il 21 gennaio 2011, nessun politico abbia dato le dimissioni né tantomeno si sia confrontato con la legge, fa dell’elezione del Presidente tra i ranghi politici una sorta di scherzo amaro, un atto sadico, che non farà altro che accentuare ancor più l’abisso esistente tra il popolo e lo Stato.

Passando adesso alle responsabilità personali, potrebbe dare un nome ai responsabili di questa situazione politica?

A mio avviso, i principali responsabili sono i dirigenti dello Stato, insieme ai capi dei partiti. Il rapporto tra il Primo Ministro e il leader dell’opposizione ricorda più quello tra due cognate furiose che tra due personalità serie, la cui preoccupazione non dovrebbe essere quella di fare le dichiarazioni più appropriate a danno l’uno dell’altro (la politica albanese assomiglia da tempo a una sfilata di moda priva di originalità e fantasia), bensì quella di gestire lo Stato nel migliore dei modi, offrendo un’opposizione costruttiva e leale.

Spesso dimentichiamo il notevole dinamismo del Partito Socialista nel quadro della politica albanese, rispecchiato dal frequente cambiamento dei primi ministri e ultimamente anche del capo del partito. È giusto secondo lei che Edi Rama si trovi a pagare un prezzo anche per il passato?

Il dinamismo del Partito Socialista era inevitabile dopo il fiasco del monismo in Albania. In ogni caso, è un elemento positivo di cui devono tenere conto soprattutto i partiti politici creati negli ultimi due decenni, per non ripetere la pratica del Partito del Lavoro, dove l’ultima parola su qualsiasi cosa toccava ad Enver Hoxha, che esercitava il suo diktat tramite un gruppo di persone scelte appositamente fra gli strati più popolari che gli garantivano ciecamente la fiducia. Allo stesso modo, sembra che ogni capo di partito in Albania si sia creato un gruppo di seguaci che non sanno fare altro che vegetare.

Il sig. Berisha, insieme al sig. Rama e di conseguenza tutti i principali dirigenti del governo e della politica albanese che li circondano, devono capire che nessuno è insostituibile. I politici albanesi devono imparare a dare le dimissioni nel momento in cui si respira aria di fallimento nel funzionamento dello Stato, oppure quando i partiti non riscuotono alcun successo nelle elezioni. Inoltre, quando il capo di un partito viene nominato Primo Ministro o Presidente della Repubblica, deve immediatamente rinunciare al suo ruolo di capo del partito.

In una realtà politica come quella che l’Albania sta affrontando, qual è la sua opinione circa il procedimento elettivo presidenziale?

Considerando l’amara realtà politica che stiamo affrontando, io suggerirei che i due o tre partiti con il maggior numero di deputati nel Parlamento propongano che la carica presidenziale venga ricoperta da personalità illustri in campo artistico, scientifico e culturale sia in patria che nella diaspora (che padroneggino correttamen
te la lingua albanese, possibilmente letteraria), i quali abbiano dimostrato di avere sani principi, di non essere sotto alcuna influenza politica, e che godano di una positiva reputazione internazionale dal punto di vista professionale.

Perché pensa che l’elezione del Presidente della Repubblica sia un’occasione tanto importante?

L’Albania ha un’immagine estremamente negativa nel mondo, che deriva principalmente dai comportamenti della classe politica albanese. È questa l’immagine con cui deve fare i conti non solo ogni connazionale fuori dall’Albania, ma soprattutto l’elite intellettuale albanese che sta dando il suo contributo nel dimostrare al mondo, attraverso i fatti, che siamo una nazione ricca di cultura, contributo che continua a essere ignorato dalle istituzioni politiche albanesi.

La scelta come Presidente di una figura pubblica neutrale segna i primi passi seri verso il cambiamento di tale immagine. Sarà un cammino lungo e difficile, e non si risolverà semplicemente facendosi fotografare insieme con qualche personaggio sfiorato dalla polverina magica di Hollywood.
Nessun politico albanese deve mentire a se stesso convincendosi di godere di una reputazione internazionale. Anche le personalità politiche più “conosciute” che sono sopravvissute alla politica albanese negli ultimi due decenni si trasformano in soggetti anonimi non appena salgono su un aereo a Tirana.

Alcuni anni fa, nel corso di un convegno accademico a Washington, mi sono espresso dicendo che non dev’essere difficile per l’Occidente esporre i soggetti corrotti della politica albanese. A questo proposito, uno studioso straniero afferma che negli archivi segreti esistono documenti legati ai leader corrotti.

Pensa negli ultimi due decenni gli inglesi (e gli altri stranieri) abbiano appoggiato il ‘migliore’ tra i politici albanesi? È un appoggio questo che soddisfa gli interessi dell’Albania, quelli esteri, oppure abbiamo a che fare con una coincidenza di interessi comuni?

Recentemente, in una riunione diplomatica a Londra, durante una conversazione con politici ed impiegati dell’amministrazione britannica, avevo chiesto come fosse possibile che, in alcuni momenti, si avesse l’impressione, forse erroneamente, che l’Inghilterra avesse occasionalmente appoggiato soggetti e/o enti politici albanesi dall’incerto pedigree democratico. La risposta che ho avuto è stata: l’Inghilterra non decide chi dirige l’Albania, ma ha sempre appoggiato la figura migliore tra le peggiori che le offriva dalla politica albanese.

Grazie alla sua posizione geografica, l’Albania non si è mai trovata a corto di alleati, in particolare negli ultimi tempi, considerando gli eventi a noi favorevoli. Poi, quanto i politici albanesi siano capaci di trarre profitto da queste congiunture di interessi, questo è un discorso che esula dal campo della nostra intervista.

In politica non esistono amici, ma solo partner con degli interessi in comune, che sono di natura strategica (a lungo termine) e tattica (a breve termine). Alcuni politici albanesi, vuoi per ingenuità o per egocentrismo, interpretano l’appoggio ricevuto dall’estero come se fosse diretto a loro in quanto individui, oppure ai partiti che rappresentano. Questo non dovrebbe stupire quando il paese in questione è l’Albania, scenario in cui governo e opposizione non si limitano a considerarsi degli antagonisti politici, come dovrebbe essere in una società democratica, ma assumono piuttosto un comportamento da nemici a vita.

Il supporto internazionale non arriva mai incondizionatamente. È questo il motivo per cui di fronte ad atti poco democratici da parte dei leader dei partiti o del governo albanese, gli alleati stranieri hanno messo bene in chiaro (anche se non sempre, e non sufficientemente) che un atteggiamento del genere non è accettabile.

Durante le loro sedute parlamentari, i deputati albanesi farebbero bene a guardarsi l’intervista che l’ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Albania John L. Withers II ha rilasciato lo scorso 18 gennaio su Voice Of America. I nostri parlamentari devono trarre le dovute conclusioni sul motivo per cui Withers non sia riuscito a mantenere la promessa di giustizia nei confronti della mamma di una delle vittime di Gërdec.

Ci sono stati casi in cui la mancanza di un’etica professionale, ormai di norma tra i deputati albanesi, si è potuta riflettere anche sulle vergognose reazioni di alcuni leader politici dopo aver ricevuto delle critiche costruttive da parte dei loro alleati.

Se la classe politica albanese ha davvero intenzione di migliorare la grave situazione che incombe sul Paese insieme alla sua stessa immagine all’estero, deve considerare queste elezioni presidenziali come un’ottima occasione per dimostrare all’opinione pubblica internazionale, tramite fatti concreti, che anche noi siamo in grado di fare scelte trasparenti e incontestabili.

In un tale clima politico, cosa si può fare per aumentare il coinvolgimento e la partecipazione delle masse nelle elezioni presidenziali, senza dover cambiare la forma della Repubblica?

Gëzim Alpion: Una partecipazione popolare più ampia nelle elezioni del Presidente è a mio avviso possibile e necessaria, anche se l’Albania non ha e non avrà motivo di essere una repubblica presidenziale. Come ho accennato prima, i candidati al posto presidenziale devono essere proposti dai partiti. La loro serietà rispecchierà quella dei rispettivi organismi politici.

Anche se raccomandati dai partiti politici, i candidati sono fondamentalmente indipendenti. A ciascuno di loro bisogna accordare per la campagna elettorale uno stesso ammontare di fondi, forniti esclusivamente dallo Stato, i cui dettagli devono essere resi pubblici. È importante che in queste elezioni, in un paese come l’Albania dove anche i business sono politicizzati, i candidati non siano auto-finanziati né tantomeno finanziati dai privati.
I contendenti alla carica presidenziale devono organizzare la loro campagna in base a regole uguali per tutti. Questa campagna culminerà in tre dibattiti televisivi, organizzati in tre città del Paese – una del sud, l’altra del nord e la terza a Tirana – attraverso cui i candidati potranno presentare il loro programma al popolo, prima che quest’ultimo voti direttamente per loro.

Questo non è né il luogo né il momento opportuno per spiegare nei dettagli la realizzazione di tale scenario elettorale. Nel caso in cui i leader politici, governativi o dell’opposizione, fossero interessati in tal senso, sono disponibile a discutere con loro i dettagli della proposta. È chiaro che un procedimento del genere richiede l’impegno dei colleghi nell’ambito delle Scienze Politiche e Sociali in Albania e nella diaspora, purché non abbiano mai servito alcun partito o soggetto politico albanese. Per dirla con Edward Said, qui non c’è spazio per gli ‘intellectual lackeys’ (‘intellettuali servili’), che attraverso il loro atteggiamento senza scrupoli hanno infangato l’integrità accademica. Il vero intellettuale si trova sempre all’opposizione.

Manca poco alle elezioni: pensa che si possa raggiungere un tale cambiamento in così poco tempo?

Gëzim Alpion: Sì. Non si tratta di un procedimento estremamente complicato, né abbiamo a che fare con “elezioni maratona” all’americana. Si tratta invece di fare una campagna elettorale, concisa e trasparente, tale che il popolo possa essere cosciente dell’importanza del proprio ruolo nella scelta di quella che è la più elevata figura dello Stato. Sono finiti i tempi dei Presidenti anonimi, che si conoscono solo dopo essere stati eletti.

La mia proposta rende possibile l’impegno dei partiti politici in un processo democratico, trasparente, e non incoraggia la creazione di nuovi partiti, che in Albania abbondano. È bene ridurre il nume
ro di tali organismi creando alleanze tra partiti che condividano le stesse ideologie.

Se la classe politica a Tirana è davvero interessata ad approfittare dell’esperienza positiva degli intellettuali albanesi ed è seria quando parla di ‘brain gain’, la mia proposta è un passo concreto verso la collaborazione. Il gioco adesso è nelle mani dei leader albanesi.

Le elezioni presidenziali sono seguite da quelle governative. Fin dalle elezioni del 1996, considerate dall’OHDIR come un passo indietro, siamo perseguitati da un vizio: i voti rubati. Che cosa può fare il Presidente della Repubblica a tale riguardo? Perché, come ben sappiamo, l’attività del Presidente è alquanto limitata.

Ora come ora, non tanto. L’effetto non sarà immediato. Ma almeno gli albanesi potranno essere consapevoli che il ruolo del Presidente è ricoperto da una persona onesta, disposta a rinunciare alla propria carriera per servire il paese con dignità, impegno e trasparenza. Concetti che, a quanto pare, non sono ancora applicati sufficientemente nello scenario politico albanese.

Come si può risolvere il problema dei gruppi mafiosi che ormai possiedono un potere finanziario e politico sufficiente a compromettere ed influenzare ogni futura possibilità di sviluppo?

Come ho affermato precedentemente, il mondo, ed anche il popolo fino a un certo grado, sanno benissimo quali sono i dirigenti politici corrotti in Albania. Ma se lei sostiene che dei gruppi mafiosi dirigono o influenzano direttamente la politica albanese, allora ci troviamo in una situazione ancora peggiore di quello che pensiamo.

Il responsabile principale di quelle elezioni è ancora al governo. A volte succede come con i ladri, basta che sia preso una volta con le mani nel sacco e sarà sempre etichettato come tale. Ci libereremo mai da un pregiudizio del genere?

È da qualche tempo che la nostra nazione subisce le amare conseguenze del comportamento senza scrupoli dei nostri leader politici e dei loro atti. Se non siamo i primi a sistemare la nostra casa, verremo per sempre stigmatizzati dagli altri. E non dobbiamo aspettare che i nostri problemi siano risolti da terzi. Gli unici a poter migliorare l’immagine negativa che abbiamo all’estero siamo noi albanesi.

Pensa che i cambiamenti che partono dagli alti ranghi saranno sufficienti per avviarci verso la normalità? In caso contrario, secondo lei chi ha la responsabilità di rendere consapevoli le masse?

No, non saranno sufficienti. Eppure, il cambiamento degli strati superiori è importante perché è proprio dalle figure leader dello Stato – alle quali piace considerarsi servitori di quest’ultimo, – che il popolo, e dunque le masse, traggono esempio e ispirazione. Questo vale in particolare per i giovani che rappresentano l’unica speranza per la costruzione di una società civile attiva, estremamente necessaria per il consolidamento della democrazia. Il sistema dell’istruzione di qualsiasi livello e i media indipendenti ricoprono un ruolo cruciale nella presa di consapevolezza da parte delle masse, le quali inizieranno ad tener d’occhio i partiti politici con un maggior senso critico, ponendoli davanti a delle responsabilità.

Ritornando adesso alle elezioni presidenziali, ha in mente qualche nome in particolare?

No, ma sia tra gli albanesi in Albania che fra quelli della diaspora ci sono tante persone valide, dedicate alla questione nazionale e che potranno servire il Paese nel migliore dei modi. Coloro che oggi si trovano alle redini del governo e di cui, a quanto pare, una buona parte considera il paese una specie di propria fattoria, faranno meglio a darsi da fare e trovare queste persone valide in modo tale da poterci collaborare, imparando dalla loro integrità e riconquistando in tal modo la credibilità persa da tempo.

Potrebbero gli onorevoli Fatos Nano e Jozefina Topalli essere dei buoni Presidenti?

Se l’onorevole Nano e Topalli si candidassero a fianco degli altri contendenti in maniera trasparente, svolgendo una campagna elettorale chiara, alla pari e senza farsi servire come se fossero gli unici candidati ma dei semplici cittadini, allora anche loro avrebbero diritto a partecipare alle elezioni. Quello che i candidati devono fare è impegnarsi a convincere il popolo del motivo per cui meritano di rappresentare il Paese ricoprendo una tale posizione.

Avrebbe senso offrire questo posto a Ismail Kadaré?

Per Kadaré nutro una particolare considerazione, ma sono del parere che ‘offrire’ il posto del Presidente a qualcuno non abbia tanto senso. Per un posto del genere, le proposte devono partire dagli enti politici: se Kadaré è uno dei candidati scelti trasparentemente, egli dovrà affrontare il popolo insieme agli altri candidati sulla base dello scenario di cui parlavo prima, dove tutti i partecipanti vengono trattati in maniera uguale.

Crede che una figura finora anonima e pubblicamente sconosciuta, non impegnata nella vita sociale e politica albanese, possa essere un candidato alla presidenza?

Chi non ha il coraggio di affrontare un popolo per conquistarne la fiducia, non sarà mai in grado di produrre cambiamenti positivi.

Se la destra e la sinistra sono ugualmente incapaci di cambiare la situazione, quali nuove forze politiche o sociali sarebbero capaci di farlo?

È giunto il momento che i partiti di destra e di sinistra siano presieduti da una nuova generazione di politici non macchiati dalla corruzione. L’Albania non ha bisogno di nuovi partiti ma di una nuova mentalità. I politici albanesi non possono costruire un nuovo partito ogni volta che litigano con il capo del proprio, nonostante abbiano un’incessante voglia di comandare. Il pluralismo politico in Albania è inteso e applicato senza alcun criterio, col risultato di un ammasso stagnante in cui ciascuno desidera comandare ad ogni costo, in eterno. In questo senso, ammetto di non capire le differenze tra i leader della politica albanese degli ultimi vent’anni e quelli come Zogu e Hoxha, i quali si erano auto-concessi l’esercizio del potere a vita. Non è difficile immaginare quello che succede a un Paese quando è governato da persone che hanno una simile mentalità.


Pubblicato in lingua albanese su Albania News il 08 febbraio 2012. Titolo originale “Zgjedhja e Presidentit në një vend pa udhëheqje ”.
Tradotto per AlbaniaNews da Altina Hoti. A cura di Olimpia Gargano

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