2 Europe

Kadare: Europa, l’unico stato naturale dell’Albania

Conversazione tra l’ambasciatore dell’Unione Europea in Albania, Ettore Sequi, e il grande scrittore albanese, Ismail Kadare.

Il dialogo fra Ismail Kadare e l’ambasciatore Sequi è il primo di una collana che verrà pubblicata dalla stampa, ideato dalla Delegazione dell’Unione Europea in Albania, in cui scrittori, filosofi, analisti, artisti condividono con l’ambasciatore dell’Unione Europea e col pubblico albanese il loro punto di vista riguardo l’integrazione europea dell’Albania.

Box 1: Kadare: Alla vostra domanda riguardo a che cosa rappresenti l’Europa per l’Albania risponderei: se stessa o niente. E forse vi aggiungerei anche queste parole: Lo stato naturale dell’Albania, l’unico.

Box 2: Kadare: Convinti di desiderare l’Europa molto più fortemente ed urgentemente degli altri, ci sono molti di noi che credono che questa argomentazione sia sufficiente a convincere chiunque che noi lo meritiamo molto di più e molto prima di tutti gli altri. Un solo passo separa questo malinteso da un altro, ancora più grave del primo. Il nuovo malinteso consiste in un’intensificazione dei primi due. Dalla formula: lo meritiamo perché lo desideriamo si passa facilmente all’altra fase, ossia la convinzione di essere ormai europei.

TIRANA- SETTEMBRE 2012

Ambasciatore Sequi: Signor Kadare, volevo ringraziarvi per aver accettato di far parte di questa iniziativa in cui l’ambasciatore dell’Unione Europea instaura un dialogo aperto con alcuni dei rappresentanti più rinomati della società albanese in relazione a uno dei temi più importanti del momento, molto “di moda” per chiunque, o meglio l’integrazione in Europa dell’Albania. E’ un vero onore per me, in quanto rappresentante dell’Unione Europea, avere voi come interlocutore in questo scambio aperto di idee e punti di vista. Voi siete il genio della letteratura albanese e sono più che sicuro che non esagererei se dicessi che siete anche la personalità più rinomata di tutta l’Albania.

Una volta, un mio amico albanese mi disse che molto tempo fa, forse ancora ai primordi del nuovo stato albanese o magari poco più tardi, quando un albanese viaggiava fuori dall’Albania o quando saliva su una nave diretta all’Occidente, si soleva usare l’espressione “ mi avvio verso l’Europa”, come se l’Albania non si trovasse già in Europa. Ho sentito dire che questa espressione si usava anche in Grecia molto tempo fa. Personalmente credo che l’Albania appartenga all’Europa, non solo geograficamente, ma anche come entità reale in molti aspetti. Signor Kadare, cosa rappresenta l’Europa per gli albanesi: un territorio,un concetto, uno scopo, un sogno, un ritorno in famiglia?

Ismail Kadare: E’ del tutto vero quello che dite riguardo all’integrazione in Europa, in quanto costituisce il tema più appassionato degli albanesi oggi come oggi. Aggiungerei: è felicemente vero. Il contrario sarebbe triste. Per quanto concerne il modo di osservare l’Europa in modo distaccato, da parte dell’Albania e dei Balcani in generale, sono completamente d’accordo con voi. Solo qui oserei dire “sfortunatamente”, invece di “felicemente”. Per molti secoli consecutivi l’Europa divenne talmente estranea ai Balcani che sembrava ci fosse stata una fossa tettonica a dividerle. In realtà non si mossero né i Balcani, né tanto meno l’Europa. Ma la distanza interiore mentale e spirituale era tale da creare quel paradosso che avete appena citato. Nel XX secolo, come se non bastasse la vecchia lontananza, il Comunismo albanese diede vita ad un nuovo distacco. L’Europa divenne “imperialista”, uno spazio proibito, doppiamente distante, altamente ostile. Noi ora usiamo spesso l’espressione: “ Ritorno in Europa” come se si trattasse di un viaggio verso il vecchio continente che abbiamo abbandonato e che ci aspetta. Il dramma è stato talmente grave che oggi si fa fatica a credere che siamo diventati non europei, o meglio ci siamo dis-europeizzati, ma non in seguito a un trasferimento o a una deportazione altrove, ma proprio lì dove siamo sempre stati, nel bel mezzo dell’Europa. Proprio lì ci siamo separati da essa, circondati da fili spinati, come degli esseri maledetti. Dunque, quando si tratta di integrazione, di ritorno in Europa è ovvio che il processo opposto avverrà esattamente dove è avvenuto il danno. In altre parole, là dove siamo sempre stati e dove siamo ora. In questo senso, alla vostra domanda su che cosa rappresenti l’Europa per l’Albania, risponderei: se stessa ossia tutto. E forse vi aggiungerei anche le parole: l’ unico stato naturale dell’Albania.

Ambasciatore Sequi: A partire da “Il castello”, “ Il portatore di disgrazia”, “L’anno avverso” fino a “Doruntina”, per citare solo alcuni dei vostri libri, voi trattate sistematicamente le relazione tra l’Albania e l’Europa, il posto dell’Albania in Europa ed i rischi del distacco dall’Europa. In molti dei vostri saggi ed interviste parlate spesso di quello che voi chiamate “L’identità europea degli albanesi”. Brevemente, quali sarebbero secondo voi i lineamenti più distinti di questa identità? Buona parte del tempo voi lo trascorrete in Francia, in “Europa”. Secondo voi esiste un’identità comune europea o come dice Wim Wenders, un Europa intesa come anima? Se sì, quali sono i rapporti dell’identità albanese e quella europea ai giorni nostri?

Ismail Kadare: Partendo dall’ultima parte della vostra domanda, l’Europa in quanto facoltà vitale, intesa come principio spirituale, è stata definita già dal secolo passato. Ciò che era valido per una nazione, ha continuato ad esserlo per una famiglia di nazioni. L’Europa, come affermate anche voi, è stata concepita come tale dai suoi fondatori spirituali, cioè come una grande famiglia. Motivo per cui, la nascita dell’Europa Unita, se per i vecchi europei era una buona notizia, lo è stato il doppio per noi altri, che l’avevamo perduta. Per noi l’Europa, prima ancora di essere un lusso, un’ascesa verso il progresso, una perfezione, è una necessità. Una vita mancata. Per gli albanesi, il popolo più isolato del continente, è stato qualcosa in più: un focolare. Potrebbe suonare come patetico, ma non lo è. Per un popolo senza famiglia, il ritrovamento di quest’ultima costituisce un ingresso in una fase completamente nuova dell’esistenza. In altre parole, per la prima volta negli ultimi 600 anni l’Albania si prepara ad entrare nel continente senza la propria solitudine. E questa nuova fase richiede di per sé una nuova dottrina. Le dottrine dei popoli spesso vengono elaborate nei periodi più difficili. E’ stato il Rinascimento nazionale albanese, erede del lontano illuminismo europeo, a definire il nuovo orientamento dell’Albania. Gli enunciati “Libertà” ed “Europa” si stavano avvicinando sempre di più. Il principale esponente del Rinascimento albanese, Naim Frasheri, è andato anche oltre, proponendo la nuova idea sotto forma di una sovversione cosmica. In una delle sue poesie, egli scriveva che il sole per l’Albania non sorge a est, bensì a ovest(“O fausto bagliore, che sorgi ove tramonti”). Secondo i Rinascimentali un’Albania libera, seria e virtuosa poteva essere tale unicamente nel proprio continente.

Ambasciatore Sequi: Di volta in volta ripeto ai miei interlocutori ed amici albanesi che il far parte dell’Unione Europea, ossia dell’Europa in sé, deve essere un obbiettivo nazionale, oggi più che mai. D’altro canto uso ripetere loro anche che l’essere membro della grande famiglia europea non è una vacua retorica o uno scopo di per sé. Personalmente, credo che l’essere parte dell’Europa, non solo per l’Albania ma per tutti gli stati dei Balcani Occidentali, costituisca un obbiettivo che aiuti i vostri paesi ed il vostri popolo ad abbracciare e mettere in pratica i valori ch
e ne risiedono alla base e che vengono condivisi fra tutti i membri del club europeo, i quali in fin dei conti contribuiscono a rendere più democratica,più libera e più prospera la vostra società e i paesi compresi: dunque darebbe un grosso contributo al vostro popolo perché viva meglio, in pace ed armonia.

In una vostra intervista, parlate de “l’incondizionata devozione degli albanesi verso l’Europa” e vi riferite a uno scrittore albanese degli anni ’30, il quale recitava: “ amiamo l’Europa con un amore tragico”. Nel vostro brillante saggio “ Sull’identità europea degli albanesi”, voi scrivete che “la perdita e il ritrovamento del continente materno non ti rende meno europeo degli altri. Tutt’altro, ti rende tale ancora di più. In quanto osservatore attento della vita albanese, ritenete che non venga sempre compreso il fatto che viaggiare senza visti in Europa non ti rende automaticamente parte dell’Europa o europeo, anzi ci sono altri elementi molto più importanti, quei valori fondamentali di cui abbiamo parlato prima, i quali dovrebbero essere abbracciati, intronizzati e resi riflessi di sé da ogni paese per poter essere chiamato “paese europeo”?

Ismail Kadare: E’ vero che quando una cosa viene desiderata eccessivamente, il percorso verso di essa potrebbe venir complicato dai malintesi. Gli albanesi sono famosi riguardo a quest’ultimi. Convinti di desiderare l’Europa molto più fortemente ed urgentemente degli altri, ci sono molti di noi che credono che questa argomentazione sia sufficiente a convincere chiunque che noi lo meritiamo molto di più e molto prima di tutti gli altri. Un solo passo separa questo malinteso da un altro, ancora più grave del primo. Il nuovo malinteso consiste in un’intensificazione dei primi due. Dalla formula: lo meritiamo perché lo desideriamo si passa facilmente all’altra fase, ossia la convinzione di essere ormai europei. A prima vista, quest’ingenua convinzione appare sorprendente, ma non in senso buono. Voi, in quanto rappresentante dell’Europa, avete pienamente ragione a ricordarci che il fatto di essere europei non è di per sé uno scopo, come ad esempio passare ad una condizione più elevata e più elitaria. L’appropriazione dei valori degli altri popoli che compongono il club europeo, prima ancora di significare rispetto per l’Europa, significa rispetto per se stessi. È associato al livello della vita individuale, istituzionale e giuridica. Queste vanno tutte assieme, seguendo un’armonia interiore.
Senza voler fare l’avvocato del diavolo, vorrei suggerirvi che una forma di bramosia spiccata, di speranza ed ingenua impazienza, sono forse meglio dell’indifferenza e della sfiducia. Quando ho parlato dell’eccessivo ottimismo per l’europeizzazione non ho considerato il contrario, che purtroppo è ugualmente eccessivo. Il pregiudizio che i balcanici non possano mai diventare europei è abbastanza diffuso nella penisola. Non bisogna dimenticare che l’occupazione di un impero multinazionale, qual’ è stato quello ottomano, aveva come scopo permanente quello di generare la sfiducia delle nazioni in se stesse. In fondo, la fiducia in se stessi diventa parte della libertà in casi come questo. Esso sarà di grande aiuto affinché i valori e gli standard europei, di cui oggi si parla ampiamente, si riflettano con maggior efficienza a noi.

Ambasciatore Sequi: Come abbiamo accennato prima, far parte dell’Unione Europea significa abbracciare i valori e i principi fondamentali della grande famiglia europea. Il 10 ottobre di quest’anno, l’Unione Europea pubblicherà un rapporto annuale, che noi chiamiamo “Rapporto del Progresso”, in cui viene analizzato e valutato il progresso dell’Albania nei suoi tentativi di avvicinarsi all’Unione Europea a partire dall’anno scorso. Abbiamo segnalato ai nostri partner albanesi che ci sono ancora una serie di cose da compiere, alcuni obbiettivi da realizzare e alcuni risultati da raggiungere prima di ottobre se vogliono affrettare i tempi del progresso verso l’Europa. Naturalmente, buona parte del lavoro da compiere ricade sulla classe politica. Finora, possiamo affermare che alcuni degli obbiettivi sono stati raggiunti, ma comunque c’è ancora del lavoro da fare.
Nel vostro saggio “Il disaccordo”, che giustamente è considerato l’apice del pensiero albanese, avete trattato fra l’altro anche quello che voi chiamate “il difficile rapporto degli albanesi con se stessi”. Personalmente, penso che la questione della fiducia reciproca tra albanesi sia un elemento importantissimo per poter aver successo nel loro percorso verso l’Europa. Inoltre credo che il dialogo, la collaborazione, il consenso, possano portare a risultati fattibili.

Secondo voi la classe politica albanese può raggiungere risultati migliori grazie ad una maggior mobilitazione dei tentativi e una maggior fiducia reciproca? Non solo migliori, ma anche più veloci, perché il tempo corre e noi non possiamo lasciarlo fuggire. Qualche settimana fa ho ricordato a un amico e giornalista albanese ciò che diceva Kennedy del tempo: “ Il grande Maresciallo francese Lyautey chiese al suo giardiniere di piantare un albero. Il giardiniere rispose che ci voleva molto tempo perché l’albero crescesse e sarebbe diventato grande solo dopo 100 anni. Il Maresciallo rispose: “allora non abbiamo tempo da perdere, piantala oggi pomeriggio stesso.”

Credete che la società albanese, sotto l’influenza di quella che io chiamo “pressione positiva” e mettendoci più impegno, dovrebbe assumere un ruolo più ampio al fine di raggiungere un maggiore e più veloce progresso verso l’Europa?

Ismail Kadare: E’ la prima volta nella storia dell’Albania, dopo un secolo dall’indipendenza, che un altro obbiettivo comune unisce come per magia la politica e la società, l’opinione pubblica e la religione, l’elite e la gente comune. Potete immaginare a cosa mi riferisco: L’obbiettivo europeo.
Nessun partito politico albanese, nessun programma o dottrina avrebbe vita lunga se osasse mettere anche minimamente in dubbio l’orientamento europeo.
Quando affermai poco prima che per noi l’Europa è tutto, potrebbe essere sembrato esagerato, ma io ne sono convinto. Oltre ai valori comuni, oltre agli standard e al ritmo del progresso, che come avete detto voi viene rispecchiato ogni anno dal “Rapporto del Progresso”, il patto con l’Europa ci insegna qualcosa, che in altre condizioni, sarebbe stata la cosa più difficile da raggiungere: l’armonia con se stessi. Questa reciproca comprensione vale, per noi albanesi, tanto quanto vale per la concordia interbalcanica. L’Europa non è riuscita a mettere facilmente in atto questo tipo di comprensione. Ha lavorato su di noi senza che essa stessa se ne accorgesse e forse non ce ne siamo accorti nemmeno noi. La vita politica albanese ha costante bisogno della “pressione positiva” europea, come avete affermato voi. L’espressione “vita politica” dice già tutto. Si tratta di vite umane, non di risse politiche, che in fondo non sono altro che guerra. E guerra significa metà vita, che a sua volta significa, più o meno, metà morte. Non mi aspetto di certo un idillio tra i partiti politici albanesi, né tanto meno nei rapporti tra Albania ed Europa o tra Balcani ed Europa. L’Europa, compresa l’Alleanza Atlantica, rappresenta oggigiorno la famiglia che dà le maggiori speranze alle nazioni, ma non è detto che essa rappresenti solo una spinta in avanti per questi popoli. L’Europa possiede una dura tradizione e tale è essa stessa in sostanza. Tutti noi, continente europeo e Balcani occidentali, compresa l’Albania, non dovremmo spaventarci dal termine “durezza”. Che ci piaccia o meno, tutti manteniamo tuttora un legane con Sparta. Ed a Sparta non c’erano solo le Termopili. Naturalmente la cronaca odierna del continente è arricchita di sentimenti umani che
prima erano sconosciuti. Mi avete parlato anche del aneddoto di Kennedy. Vorrei ora riportare le parole di un vecchio signore albanese, invitato recentemente dalla figlia a Parigi. Meravigliandosi della città, avrebbe detto ingenuamente: “Forse ho capito male, ma ho sentito dire che questa qua … l’Europa, la bella Europa, potrebbe rovinarsi un giorno”.
L’espressione “ potrebbe rovinarsi” oppure “temo che possa andare in rovina” era molto usata dalle vecchie generazione nel nostro paese. Solitamente era riferita all’Albania, soprattutto durante i suoi primi passi da stato indipendente, che rappresentava un’ansia continua per il futuro. Si farà l’Albania o non si farà. Continuerà ad esistere o andrà in rovina … Incredibile come un anziano signore albanese abbia usato nel XIX secolo, con la stessa sensibilità, la medesima espressione riferendosi all’Europa. Oltre alle preoccupazioni per il futuro dell’Europa, se essa cambierà o meno, se verrà trasformata in una federazione di stati o in un insieme politico, ecc. ho voluto considerare la preoccupazione di un albanese medio come un affanno per cose di casa propria, della grande casa comune.

Ambasciatore Sequi: Essendo il più grande scrittore albanese, voi siete senza dubbio anche uno dei balcanici più famosi fuori dalla penisola. Ed ho la sensazione che il fatto di essere balcanico vi faccia sentire bene. So bene di non esagerare se dico che Kadare è l’avvocato del Balcani all’estero, un avvocato alquanto strano che difende la sua penisola amandola e al contempo criticandola. Uno degli argomenti che rincorre più spesso nelle vostre opere è il rapporto della Penisola Balcanica con l’Europa e la prospettiva europea della regione. In una delle ultime interviste affermate che “ i balcanici dovrebbero sentirsi onorati del fatto che l’Europa si occupi seriamente di essi”. Ovviamente, in quanto ambasciatore dell’Unione Europea in un paese balcanico come l’Albania, mi fa molto piacere sentire ciò. Inoltre avete parlato anche di un processo di conciliazione assolutamente necessario nei Balcani.

A vostro giudizio, che ruolo dovrebbe assumere l’Europa in questo contesto? In che cosa dovrebbero migliorare i Balcani da sé e, viceversa, in che cosa dovrebbe farlo l’Europa? Un nostro amico dice che “se i Balcani sono il problema dell’Europa, allora l’Europa è la soluzione per i Balcani”. Fino a che punto siete d’accordo con questa affermazione?

Ismail Kadare: Sono completamente d’accordo con voi. In un altro contesto, la nostra conversazione sembrerebbe alquanto uniforme visto che torniamo di nuovo sullo stesso argomento. Ma per l’Europa si fa sempre eccezione. Quando si tratta dell’Europa o dei rapporti Balcani – Albania – Europa, per quanto possa sembrare ripetitivo perseverare sugli stessi argomenti, non è mai eccessivo.
Confermo che è vero il fatto che, con le mie critiche, io difendo i Balcani. Sembra che sia in gran voga ultimamente il rigetto dell’appartenenza ai Balcani. Addirittura ci sono interi popoli che cercano di sottrarsi a questa penisola, come se dicessero: “ chiamateci come volete, europei sud-occidentali, euro- mediterranei, post- europei, ma non balcanici.”
Non giudico queste persone. Io personalmente non mi vergogno di essere balcanico. Naturalmente non ne vado fiero. E’ riconosciuto ormai che questa è la penisola più problematica del continente. Ma è anche una delle regioni più ricche di ricordi, di saggezza e al contempo di follia. Nel frattempo questa è la parte di terra che ci è toccata, per cui è nostro dovere seguire l’unica via che ci è concessa ossia quella della pacifica convivenza. L’armonia fra i popoli della penisola non richiede una filosofia per essere giustificata. E’ semplicemente una via che conduce alla vita e non al suo contrario. Permettetemi di ripetere il concetto che questa armonia (alias vita) dipende da tutti i balcanici. Sono tre i popoli a cui spetta un ruolo maggiore: serbi, albanesi, greci. Tutti e tre difficili, tutti e tre importanti nel bene o nel male.
L’iniziativa del processo di conciliazione nella penisola non può avere luogo se nelle loro coscienze non domina l’idea che nessuno di questi tre popoli può condizionare l’esistenza dell’altro. Se non viene compreso ciò, non si può né capire, né spiegare tutto il resto. Attualmente, l’atmosfera nella penisola è alquanto distante da un’emancipazione di questo genere. Vorrei inoltre ricordare che, poco tempo fa, un ex ministro degli esteri di uno stato balcanico ha appena giurato pubblicamente che l’atto del riconoscimento, ossia il diritto ad una vita normale per la metà del popolo albanese confinante, avrebbe dovuto passare sul suo cadavere!
Sarebbe inutile aggiungervi commenti. A questo ministro risponderei con una sola frase: date troppa importanza al vostro cadavere, signor ministro!
Non credo proprio che la penisola abbia bisogno di fallaci epopee di cadaveri. E’ giunta l’ora di un altro tipo di epopea.
Secondo un concetto ben noto, all’interno dell’unità tempo vi è di volta in volta una frazione di tempo, che presenta straordinarie potenzialità. Però ha una peculiare caratteristica: non dura molto. Detto in altri termini, se non viene colta al momento si rischia di lasciarselo sfuggire e allora bisognerebbe attendere la sua prossima manifestazione.
Voglio credere che questo momento sia ormai giunto per la nostra penisola. Durante la nostra conversazione abbiamo dato prova di essere sotto la sua influenza. In molti potrebbero domandarsi: come mai tutta questa preoccupazione per l’interbalcanizzazione, per l’Europa, per l’orientamento europeo? Abbiamo tanti altri problemi urgenti, attuali,drammatici.
Comprendo benissimo queste persone. L’Albania ne ha tanti di problemi gravi. Problemi legati alla democrazia, all’indipendenza delle istituzioni, alla giustizia, alla corruzione, al libero voto, per non parlare della povertà e del massacro dell’ambiente. Tuttavia sono pienamente convinto che, in nessun caso e per nessun motivo, la questione di cui abbiamo trattato fin ora schivi questi ultimi problemi. Anzi li sfiora tutti, ne dà allarme e cerca una soluzione più immediata a ciascuno di essi.
Si usa spesso dire che ogni popolo risolve da sé i propri problemi, ma per quanto possa suonare bene, non è del tutto vero. Ad esempio non conosco nessun popolo che sia riuscito a battere da solo il fascismo, tanto meno il comunismo, senza un intreccio di circostanze globali.
Noi abbiamo bisogno di voi.
Abbiamo avuto bisogno di voi per tutto il secolo, ma non fu possibile ottenerlo. Durante gli anni del comunismo, l’Albania fingeva di distaccarsi dall’Unione sovietica, ma in sostanza ciò non era che una messa in scena bilaterale. Un patto segreto, più sottinteso che espresso,continuava ancora fra le due parti. Il nocciolo del patto consisteva in: “ Potete sferrare calci quanto volete, noi vi difenderemo, basta che non vi avviciniate all’Occidente! Mai con l’Europa!”
Ora l’Europa ci è indispensabile più che mai. Intanto l’Albania dovrà impegnarsi seriamente nel tentativo di cambiare l’orientamento europeo, che rischia di diventare una minaccia all’esistenza.
Capita spesso che le motivazioni dell’urgente necessità che noi abbiamo dell’Europa, non vengano formulate sempre con la dovuta chiarezza. Perciò io voglio ripetere nuovamente queste parole: abbiamo bisogno di voi. E visto che avete citato un poeta, mi avete reso più facile la parafrasi di un altro poeta, il quale affermava che, nella maggior parte dei casi, l’amore è la più sublime manifestazione della ragione.

Settembre 2012

Tradotto per AlbaniaNews da Daniela Vathi

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