L’Albania al trivium europeo

Verso quale Europa ci incamminiamo? Quella economica? Quella di una potenza mondiale? O quella dei valori e della giustizia sociale?

In Albania, come negli altri paesi balcanici, esiste una fervida propaganda che propone l’integrazione all’Unione europea come massima aspirazione delle politiche interne ed estere. Poco e pochi spiegano di quale insieme di vantaggi si tratta in realtà. La rappresentazione dell’Europa che trapassa dalle difficoltà e crisi recenti ha cambiato le stesse ambizioni di chi ci è dentro. L’Europa economica respira a fatica. L’Europa come potenza mondiale, non solo è stata sorpassata da altre, ma la sua voce in capitolo ha assimilato tonalità sempre minori. L’Europa sociale, quella lenta e fastidiosa voce di una classe media che influenza la politica e che richiede uguali diritti per tutti è invece ancora fervente e sempre più sola tra le potenze mondiali, ma credibile è attiva. Ma quest’ultima Europa richiede più sforzi di qualsiasi altra azione di progresso, e seppur sia auspicabile da tutte le parti in gioco, non di immediata credibilità è uno scenario in cui l’Albania ed altri stati con la stessa classe politica, siano disposti a tutto, politicamente parlando, pur di raggiungerla. Senza dover analizzare in profondo le scelte politiche, si possono prospettare i tre scenari che dell’Europa che ci si propone.

Euro – (ho) – pe

L’Europa dell’”Euro”, quella di una economia stabile, forte e costantemente in crescita è stato il modello a cui gli stati balcanici propendevano per anni. Oggi questo non è più il caso. L’Albania ha un tasso di crescita maggiore alla media europea (quasi 2% il tasso di crescita del PIL europeo contro il 6%albanese, e 1% tedesco), questo non vuol dire che non ci sarebbe da guadagnare sia in termini di crescita economica che di stabilità, piuttosto il quadro di un economia da invidiare è oramai sorpassato. Inoltre, in termini di politica economica, la leadership europea dimostra sempre crescenti difficoltà nell’affrontare efficacemente la crisi economica. Al EU-summit del 16 e 17 dicembre scorso a Bruxelles, vertice europeo di fine anno, ci si aspettava che il Consiglio dei Ministri accettasse e mettesse in opera la proposta di costituire delle obbligazioni europee, i famosi “eurobond”, sostenuti e proposti dal Ministro dell’Economia italiano Tremonti e dal Presidente dell’Eurogruppo e premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker, ma respinti dalla Germania e la Francia. Da ciò, ne è derivata una spaccatura in termini di politica economica: da un lato Germania e Francia in testa, dicono no al progetto, dall’altro Lussemburgo, Belgio, e i PIGS (Portogallo, Grecia, Italia, Spagna) lo auspicano. Con gli eurobond, l’UE emetterebbe a suo nome titoli di debito pubblico, come fa il tesoro statunitense, fino a 40 per cento del PIL dell’UE (cioè fino a 11.970 miliardi di euro). Un mezzo questo che si sostituirebbe a uno stato incapace di finanziare il proprio budget sui mercati con tassi d’interesse accettabili, come è successo alla Grecia e all’Irlanda. Merkel crede, invece, che questi non creano gli incentivi giusti e non sono affatto compatibili con i trattati esistenti. Detto, fatto. In questo modo, i mercati finanziari non credono più ai politici europei, creando maggiore instabilità ad una Unione già divisa. E, siccome Merkel si oppone all’idea di mettere insieme altri finanziamenti per salvare la Spagna, smettendo di reagire alla proposta di ulteriori pacchetti di salvataggio, le prossime crisi avranno un futuro ancora più incerto. Nel frattempo, al summit i 27 – con qualche ritocco al Trattato di Lisbona– intendono istituire un meccanismo permanente di stabilità europeo, l’European Stability Mechanism (ESM), per fornire assistenza finanziaria ai paesi della zona euro che non sono in grado di ottenere un finanziamento dai mercati obbligazionari. “Dopo aver sentito il parere del Parlamento europeo, della Commissione europea e della Banca centrale, il Consiglio europeo convertirà, al più tardi entro marzo 2011, il progetto di decisione in decisione in forma completa. In seguito la modifica dovrà essere approvata in ciascuno Stato membro. Pertanto, l’obiettivo è che la modifica entri in vigore al più tardi il 1º gennaio 2013, in modo che il meccanismo permanente possa essere istituito nel giugno 2013” – dichiara il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy in seguito al vertice. L’ESM andrà a sostituire l’European Financial Stability Facility (EFSF), un altro meccanismo istituito temporaneamente lo scorso maggio per un periodo triennale, che continuerà a funzionare nel mentre si prepara il nuovo meccanismo. Tra le altre novità introdotte, le banche e i fondi privati potranno contribuire al salvataggio di un Paese a rischio bancarotta. Nonostante il semaforo rosso sugli eurobond che ha fatto declinare il progetto Junker –Tremonti, per ora “l’euro è e rimarrà la parte centrale di integrazione europea”, ha confermato il Consiglio, procrastinando la valutazione della proposta dagli Stati membri nei prossimi mesi. Primazia europeaSe, dunque, l’Europa dell’Euro non è l’ideale economico a cui ambisce l’Albania, allora consideriamo l’Europa come potenza mondiale.Qui è sufficiente ricordare il recente episodio del premio Nobel a Liu Xiaobo, che doveva influenzare la politica interna cinese, per ottenere la sua liberazione. E invece, l’Alta rappresentante Ue per la politica estera non ha fatto altro che accumulare assenze ingiustificate. È clamorosa il comportamento della Cina, nei confronti del valore del premio Nobel, come lo è la diplomazia troppo prudente, al limite dell’inutile, della politica estera europea. Inoltre, la governance europea, ritrova diviso il suo potere centrale in più centri: il Presidente della Commissione Barroso, da una parte, il Presidente del Consiglio Van Rompuy, dall’altra, e la supercoppia Merkel-Sarkozy, ancora in un terzo centro. In questa divisione, le prime due forze spingono per una soluzione armoniosa per tutti gli stati membri, mentre Merkel e Sarkozy tirano acqua al proprio mulino, rompendo la voce unica che ne dovrebbe uscire fuori dall’Unione. Difficile affidarsi a questa scenario. Valori europeiRimane fuori ancora un pilastro importante che sta alla base dell’esistenza dell’Unione europea, quello dei “Valori”. Infatti, questa è un’immagine inconfondibile dell’Unione, è un modello che rappresenta ancora il miglior esempio per il resto del pianeta. Sotto la paura di morte della moneta unica, uccisa dalla stessa Germania che si vedrebbe “liberata dal suo vincolo storico a ricostruire l’Europa”, come ha scritto il 22 novembre scorso sul Financial Times Gideon Rachman, Direttore della sezione affari esteri del giornale. I valori che è riuscita a costruirsi sarebbero sufficienti per la sopravivenza dell’Europa Unita perché “un mondo senza un’Europa influente e integrata sarebbe un mondo peggiore per tutti”. Anche se il declino economico e politico europeo sminuisce l’influenza positivache l’Europa trasmette al mondo attraverso i suoi valori, il mondo ha bisogno e ascolta la sua voce, vedendola come unico esempio di benestante convivenza da seguire. Il modello che propone è quello di un mondo dove esiste l’assistenza medica per tutti, dove le persone non vengono abbandonate appena perdono il lavoro o semplicemente quando invecchiano, dove della solidarietà e della generosità, seppur non cambiano il mondo e nemmeno aiutano lo sviluppo dei paesi più poveri, il mondo ha sempre bisogno. “Il lusso che non possiamo permetterci è quello di vedere fallire un esperimento unico nella storia, quello di un governo collettivo”, sostiene sempre Gideon. Ecco perché alcuni stati come l’Albania lo prenderebbero come esempio e deciderebbero di farne parte. Scrive Pressoeurope, una potenza “disposta a sbagliare per evitare una guerra è migliore di una in cui i paesi più forti si sentono liberi
di sbagliare lanciando ‘guerre preventive’”.

Qui si crea, però, un automatico paradosso. Se i leader in Albania, e in altri stati balcanici, ambiscono l’Europa per il suo bagaglio di diritti e valori e il suo modello unico, dovrebbero essi stessi, all’interno degli stati di appartenenza, essere esempio dei valori che inseguono applicando le politiche necessarie, senza stentarsi. Credo che – però – questa sia un’altra storia.

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