Politica Albanese

Fare politica disfare le istituzioni

Il decreto sulla cessione del Centro culturale delle Forze Armate al Partito Democratico approvato dal Consiglio dei Ministri – secondo i media albanesi principali – lo scorso 7 agosto è nel mirino di quest’ultimi e sarà uno dei temi caldi tra maggioranza e opposizione nella prossima legislatura di inizio settembre.

Dopo il trionfo elettorale i socialisti hanno ammonito pubblicamente il governo uscente di entrare in una “fase di affido” e non prendere decisioni affrettate fino all’istituzione del nuovo governo.

L’ingerenza di Piazza Austria non è piaciuto al Primo Ministro Berisha: con un comunicato stampa ha voluto ribadire che il governo opera nel pieno delle sue funzioni come riconosciutegli dalla Costituzione fino al termine del mandato. Di fatto, il decreto in questione è solo uno dei tanti che verranno rivisti dalla maggioranza eletta di centro-sinistra, ma per le sue dinamiche è quello che meglio rappresenta la cultura politico-istituzionale dell’élite albanese. Nel caso CCFA – PD non manca il colpo di scena – del tutto prevedibile e lineare – che cerca di ripristinare in parte la legalità formale. Abbiamo ripercorso le sue tappe in ordine cronologico, mettendo in risalto gli elementi principali che distinguono il “fare politica” albanese.

Trasparenza e procedura

Il primo elemento a mancare nella cessione del CCFA al PD è la trasparenza. Nella prassi istituzionale albanese, i decreti del Consiglio dei Ministri sono resi pubblici sul suo sito ufficiale prima di essere pubblicati in Gazzetta Ufficiale, ma il decreto in questione è l’unico di quelli approvati lo scorso 7 agosto a non comparire sul sito e di conseguenza non è possibile sapere le condizioni della cessione e capire se la procedura sia stata legale o meno. Invece nella prassi politica, a volte i governi albanesi saltano questo tassello, optando per la pubblicazione diretta in Gazzetta Ufficiale – sostanzialmente – per completare procedure e aspetti legislativi mancanti e guadagnare tempo, perché spesso i decreti entrano in vigore o il giorno di emanazione o il giorno di pubblicazione.

Tuttavia, buona parte dei media con Top Channel in prima fila ne hanno dato notizia il giorno dopo: sarebbe stato il Sindaco di Tirana e il nuovo Presidente del PD, Lulzim Basha, a proporre a Berisha la cessione, sostenuto nell’operazione anche dal Ministro della Difesa Arben Imami. Inoltre, per il quotidiano Shqip del 10 agosto scorso, gli altri membri dell’Esecutivo sarebbero stati tenuti all’oscuro perché durante la riunione di Consiglio non avrebbero discusso affatto della cessione.

Nonostante la bagarre mediatica per nove giorni non c’è stata nessuna posizione ufficiale del governo Berisha e del Partito Democratico. Anche i media a loro vicini hanno ignorato del tutto il caso CCFA – PD. Non si può dire lo stesso per i socialisti e i media a loro vicini che premono sul secondo elemento che manca in questa operazione: la procedura. La futura Ministra della Difesa Mimi Kodheli ha dichiarato il giorno dopo che il decreto sarà abrogato perché la procedura non è regolare: il CCFA fa parte delle strutture delle Forze Armate e per alienarne lo status bisognerebbe avere il parere positivo del Capo di Stato Maggiore, del Presidente della Repubblica e anche del Ministro della Difesa. Kodheli ha contattato più volte il Capo di Stato Maggiore, il Generale Xhemal Gjunkshi che avrebbe negato categoricamente di aver firmato documenti in cui aliena il CCFA dall’inventario delle sue strutture.

La procedura è stata spiegata in modo più dettagliata dal Generale Aleksandër Lleshi, ex-Vice Capo di Stato Maggiore, in un’intervista per la TV Top Channel il 10 agosto scorso. Nell’iter di alienazione di una struttura militare, è il Capo di Stato Maggiore a richiederla o darne parere positivo. Successivamente, il Ministro della Difesa richiede al Presidente della Repubblica in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate di decretarne l’alienazione. Alla conclusione di questa fase, la proprietà può essere considerata pubblica e si può decidere la sua destinazione d’uso.

Istituzioni e politica

Nel calderone della cessione è finito anche il Presidente della Repubblica Bujar Nishani. Giovedì 15 agosto, i media Top Channel e A1 Report hanno svelato l’esistenza del decreto presidenziale firmato lo stesso giorno dal Capo dello Stato che aliena la struttura militare del CCFA. Contattato da A1 Report, il Presidente Nishani ha confermato di “aver risposto positivamente alla richiesta del Ministro della Difesa”. È stata immediata la reazione del Primo-Ministro-eletto Edi Rama che ha voluto esprimere la sua indignazione via twitter: “Vergogna!. Il Partito perdente che governa tuttora un paese della NATO, ruba la Casa Centrale dell’Esercito per farvi la sua sede! E in violazione della Legge!”.

Il caso si arricchisce anche della corrispondenza del 14 agosto scorso fra il Capo di Stato Maggiore e il Ministero della Difesa, di cui è entrato in possesso Top Channel. Vi risulta che il Ministero ha chiesto al Generale Gjunkshi l’alienazione del CCFA, ma quest’ultimo ha espresso la sua contrarietà, motivandola in 6 punti. Tra l’altro, il Capo di Stato Maggiore ricorda al Segretario Generale del Ministero che nel “documento di Revisione Strategica della Difesa approvato dal Consiglio dei Ministri il 03 Aprile 2013 è stato vagliato che il CCFA sia tenuto come uno dei tre asset fondanti delle risorse della difesa”.

La corripondenza istituzionale tra Ministero e FF.

AA. e il decreto presidenziale dimostrano che l’iter della procedura di alienazione è iniziato una settimana dopo il presunto decreto governativo e in ogni caso non si ha l’avvallo delle FF.

AA. Ecco, un’altro elemento presente in questa vicenda: l’uso politico delle istituzioni che porta inevitabilmente allo scontro istituzionale, indebolendoli. Si ha un conflitto all’interno delle Forze Armate tra il Comandante Supremo e il Capo dello Stato Maggiore, un’altro tra le Forze Armate e l’Esecutivo e per l’insistenza di quest’ultimo e “la svista” del Presidente della Repubblica si avrà anche il primo conflitto tra il Capo dello Stato e il governo nuovo.

La reinvenzione della legalità

Un’altro elemento che non poteva mancare è la reinvenzione della legalità e costituisce il colpo di scena nel caso CCFA – PD. Dopo 9 giorni di silenzio totale, venerdì 16 agosto il Primo Ministro Berisha si pronuncia durante la riunione di turno del Consiglio dei Ministri. “Entro 5 minuti i media controllati da Edi Rama hanno dichiarato che il governo ha omesso il decreto” – tuona Berisha, ammettendo tuttavia che non si sono sbagliati sulla procedura: “c’è una verità… il decreto non è stato reso pubblico perché si è capito che c’era un errore… e non poteva essere presentato nella riunione del Consiglio dei Ministri senza essere decretato dal Presidente della Repubblica e il governo non può deliberare nessun decreto violando le competenze del Presidente della Repubblica”. Detto, fatto! Nella riunione di Consiglio del 16 agosto insieme ad altri decreti viene approvato anche quello sulla cessione del CCFA e reso pubblico subito sulla pagina ufficiale del Consiglio dei ministri.

Il decreto entra in vigore immediatamente e le procedure del passaggio di proprietà dal Ministero della Difesa a quello dell’Interno devono essere concluse entro il 20 agosto prossimo. L’aspetto positivo è che il CCFA sarà concesso in comodato d’uso.

Sarà difficile sapere se il decreto era stato già approvato nella riunione del 7 agosto, ma se così è stato i media l’hanno reso di dominio pubblico. Invece se Berisha avesse ragione, non si spiega il lungo silenzio e in ogni caso la procedura ora formalmente legale continua ad avere un problema nel suo iter: la contrarietà del Capo di Stato Maggiore. In altre parole, la reinvenzione della legalità si protrarrà nel futuro alla ricerca di cavilli legislativi e interpretazioni giuridiche e se non si discosterà dalla tradizione politica albanese, si andrà avanti in parlamento, in tribunale e anche nelle piazze.

Utilità pubblica e affari

Un quinto elemento da considerare è l’utilità pubblica della cessione che potrebbe camuffare anche interessi economici. La sede attuale dei democratici è quella storica: vi risiedono dal 1992. L’edificio è in una proprietà riconosciuta e restituita ai proprietari legittimi e il trasferimento del Pd in un altra sede permetterebbe a loro di usufruirne e al PD di avere a disposizione spazi più grandi. Invece il CCFA è una struttura in cui hanno la sede il Centro Culturale delle Forze Armate composto da alcuni dipartimenti legati alla comunicazione e il Circolo Centrale dell’Esercito. Entrambe le istituzioni lasceranno l’edificio attuale: il primo verso la sua nuova sede e il secondo per via del bilancio negativo verso l’Albergo dei Militari ristrutturato di recente.

Per i democratici il CCFA avrebbe perso totalmente la sua funzione pubblica e secondo Berisha “si è trasformato nella casa dei banchetti nuziali e delle cerimonie funebri”. Al Primo Ministro fa ecco anche la portavoce del PD Erla Mëhilli nella prima dichiarazione ufficiale dei democratici di Venerdì 16 agosto, che definisce il CCFA “un ex-ristorante dell’esercito” e si sofferma sopratutto sull’utilità pubblica della cessione: al CCFA “sarà ridata l’importanza e la serietà mancata. L’edificio sarà modernizzato e funzionerà come uno delle istituzioni pubbliche più importanti, come il focolaio dell’oppositarismo, dell’alternativa di governo, l’istituzione in cui sorgerà un nuovo progetto politico per l’Albania!”. Ci tiene a puntualizzare Mëhilli che “in ogni paese democratico il miglioramento delle condizioni di lavoro dell’opposizione sarebbe stato applaudito. L’istituzione dell’opposizione è il fondamento della democrazia e colonna dello sviluppo di una nazione”.

Non è dello stesso parere sulla funzione del CCFA il Capo di Stato Maggiore nella corrispondenza con il Ministero della Difesa. Il Generale Gjunkshi sostiene che nel CCFA si svolgono attività nazionali e internazionali nell’ambito della NATO e delle FF.

AA. Inoltre, avrebbe anche una funzione sociale: è un punto di incontro per le famiglie dei militari e le varie generazioni e si svolgono attività e corsi per i figli dei militari in servizio nelle missioni internazionali.

Inoltre, non è da sottovalutare l’aspetto degli interessi economici sull’area in questione. Il CCFA di architettura sovietica, con spazi interni e un’area esterna enormi, è situato in una posizione centralissima sul LungoLana e nella zona adiacente sorgeranno due centri commerciali e la grande moschea di Tirana. Insomma, la posizione fa gola a tutti, i prezzi delle proprietà immobiliari sono altissimi e metterci le mani è già un affare. Non è escluso che una volta che la proprietà sia alienata dall’inventario delle strutture militari, chi ne godrà i diritti possa decidere cosa farne senza sfrattare il PD dalla sua nuova sede. Ad esempio parte di essa può essere ceduta ai centri commerciali vicini i cui lavoro di costruzione sono iniziati da poco, oppure può essere demolita per farvi un altro edificio commerciale con il PD dentro. Se l’uscita di Berisha nell’ultima riunione di Consiglio non è stato un lapsus: tra l’altro ha definito l’atto di cessione come “il decreto per il passaggio di proprietà del CCFA al Municipio di Tirana con destinazione d’uso a sede del PD”, dovrebbe essere il Municipio di Tirana e non il Ministero dell’Interno l’ultima istituzione pubblica a usufruirne dei diritti. Invece se è stato un lapsus, la situazione sarebbe ancora più preoccupante.

É stato il giornalista Mero Baze a svelare altri dettagli sui presunti fini affaristici. In un editoriale sul suo quotidiano Tema del 9 agosto, non usa mezzi termini nel definire la cessione “una operazione finanziaria ben studiata”. Parte della sede attuale del PD sarebbe di proprietà della famiglia della moglie del Presidente della Repubblica Nishani, restituitale legalmente tempo fa e il piano regolatore di Tirana prevederebbe la costruzione di un edificio al posto di quello esistente: “un operazione da 100 milioni di euro” in cui avrebbero interessi diretti le famiglie di Berisha, Basha e Nishani, oggi impedita dalla presenza del PD. Baze chiede anche l’impeachment del Presidente della Repubblica che sarebbe in un conflitto di interesse palese a scalpito del bene pubblico.

Antioppositarismo, anticomunismo e scontro istituzionale

L’ultimo elemento che caratterizza il caso CCFA – PD è politico e in funzione di tutti gli altri riportati precedentemente. Ad anticiparne l’entità sono stati il deputato democratico Edi Paloka in un intervista alla TV ABC News lo scorso 13 agosto e il giornalista Edi Lesi, consigliere per i media dell’ultima campagna elettorale del PD, in un editoriale sul quotidiano Panorama del 14 agosto. Sono le prime due dichiarazioni pubbliche e nessuno dei due esponenti democratici si è soffermato sugli aspetti della trasparenza o della procedura ma solo sul diritto “naturale” del PD di disporre della nuova sede.

Per il deputato Paloka il CCFA è “un relitto del regime comunista”, inutile, difeso da ex-ufficiali nostalgici che “dopo aver distrutto l’imperialismo americano, oggi vogliono fare lo stesso con l’opposizione” futura del PD. “È normale che il maggiore partito del paese non può essere lasciato in mezzo alla strada perché la sede attuale è proprietà privata e non possiamo negare i diritti ai suoi proprietari” – dichiara Paloka, “incredulo” che il Primo-Ministro-Eletto Rama vorrà “tenere come memoriale” il CCFA.

Invece per il giornalista Lesi, il futuro Primo Ministro nonostante abbia promesso di non attaccare l’opposizione “sta giocando con le redini di una crociata contro il PD” e “vuole sfrattare l’opposizione dalla sua sede”. Per di più, la futura ministra della Difesa è soltanto un membro del PS e fino alla costituzione della nuovo governo non ha nessuna competenza di chiedere conto al Capo di Stato Maggiore – sostiene Lesi – come quest’ultimo poteva scegliere di non risponderle.

Rincarà la dose la portavoce Mëhilli nella posizione ufficiale di Venerdì 16 agosto. Ci sarebbe in atto una “guerra senza scrupoli per minare l’attività istituzionale dell’opposizione” e un “attacco senza eguali nei confronti del Partito Democratico”. Il colmo della follia e della rivincita si sarebbe verificato con i twitter del leader della prossima maggioranza che “con un linguaggio duro, antidemocratico, non dignitoso per un Primo Ministro dei tempi moderni, ha dimostrato per l’ennesima volta che il suo concetto di potere è l’eliminazione dell’opposizione”.

Insomma, la linea della nuova opposizione sul caso CCFA – PD sembra scontata e orientata alla radicalizzazione dello scontro politico e istituzionale. In primis, antioppositarismo governativo che con lo sfratto dell’opposizione dalla nuova sede vuole la sua eliminazione. Poi, l’antonimia anticomunismo-comunismo: il Partito Democratico ha instaurato la democrazia e riportato il paese in seno alla famiglia europea ed euro-atlantica e ha diritto a una sede all’altezza dei suoi traguardi, invece il Partito Socialista difendendo un ex-ristorante dell’esercito, un covo di ex-ufficiali nostalgici dimostra di essere erede degno del regime. Infine l’assalto della maggioranza alle istituzioni costituzionali, in questo caso al Presidente della Repubblica Nishani – che prima era Ministro dell’Interno e uno dei dirigenti principali del PD – è la prova della deriva totalitaria della nuova maggioranza.

Seppur non condivisibile dagli oppositori del finanziamento pubblico dei partiti, non c’è nulla di male nel concedere una struttura pubblica al secondo partito del paese e il primo dell’opposizione a patto che sia esistente, non utilizzata o sfruttata male e in comodato d’uso, ma sopratutto che l’intera procedura sia trasparente e legale.

Il modo in cui tutti gli attori coinvolti a partire dalla maggioranza uscente hanno gestito e gestiranno l’intera operazione, fa parte della cultura politico-istituzionale della classe politica albanese che ha assuefatto le istituzioni, ha polarizzato in estremis la società e i media e ha trasformato il principio dei pesi e dei contrappesi da un controllo reciproco tra poteri dello stato a un controllo incondizionato della maggioranza di governo. E spesso il controllo politico si è intrecciato con interessi economici che nulla hanno a che fare con il bene pubblico. Non è un problema che riguarda solo la maggioranza di centro-destra uscente che ha governato negli ultimi 8 anni, ma ha riguardato anche quella di centro-sinistra al governo dal 1997 al 2005. Uscire fuori da questo circolo vizioso sarà una delle sfide maggiori del centro-sinistra che si accinge a governare nuovamente e ammesso che sarà capace a mettere in riga la sua compagine, non può riuscirci senza la volontà dell’opposizione.

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