Racconti

Quante vite hai, Adele?

Il racconto riprende lo stato di tante donne che accettano per motivi economici, sociali e affettivi la sottomissione dell’uomo. Fino a quando?!

Albania letteraria

Otto marzo è il giorno in cui si ricordano le battaglie femminili per avere pari diritti con l’uomo.

Però, anche se sono passati anni, la società è ancora sotto il dominio maschile e i diritti si calpestano ancora.

Tante donne subiscono violenza fisica e psicologica. É trasversale, dalle donne semplici alle più sofisticate. Quasi ogni giorno sentiamo che la vita di una donna finisce sotto la furia violenta di un marito o compagno padrone che usa la forza finché gli toglie anche la vita. La violenza dentro le mura di casa è una piaga che non ha ancora trovato la guarigione giusta.

Il racconto riprende lo stato di tante donne che accettano per motivi economici, sociali e affettivi la sottomissione dell’uomo. Fino a quando?!


Quante vite hai, Adele?

Questo pomeriggio Adele mi ha chiamata per prenderci un caffè. Come sempre quando ha qualcosa da dire con i suoi silenzi. Ci conosciamo da anni e ci vogliamo tanto bene.

Quindici minuti prima dell’appuntamento, parcheggio la macchina vicino al locale e decido di fare due passi nel parco capitato lì vicino. Le cuffie nelle orecchie, impronte pacate sulla morbidezza del prato, le cavità nasali pronte ad assorbire il profumo dei fiori. Totalmente persa in questa atmosfera di estasi naturale, sento una mano che mi tocca le spalle. Giro la testa e riconosco la sua silhouette.

-Sapevo che ti avrei trovata qua- mi dice.

Le sorrido, tolgo le cuffie, spengo l’MP3 e la guardo negli occhi.

Occorrono soltanto pochi secondi e il mio sorriso scompare. È inevitabile non accorgersi di alcune macchie violacee presenti ai lati delle sue labbra, sugli zigomi e altre due vicino all’orecchio destro.

Nonostante il caldo, una sciarpa di seta Hermes è legata con cura attorno il suo collo. Ci fissiamo negli occhi. Lei abbassa le palpebre come una saracinesca, per cercare invano protezione dal bagliore della luce che la fronteggia. Ma non è necessario, la conosco. La sua vita è appesa ad un aggancio, orfana da tempo come un lenzuolo sul quale si disegnano i contorni e le sfumature degli arti che rilasciano urla.

Urla silenziose, violacee, sfoderate da anni, imposte da una voce a lei ben nota, che le vive accanto da vent’anni. Quella voce, simbolo della sua subordinazione, padroneggia ogni angolo del suo corpo con veemenza, così come padroneggia meravigliosamente con le sue orazioni i numerosi meeting politici, oppure le tribune dei dibattiti davanti ai televisori.

Adele oscilla tra due rive su cui si è cimentata da tempo: quella del remo, che brilla maliziosamente e suscita invidia al mondo intero e quella della realtà, dalla cui riva, sprigiona frammenti di stoffa. Stoffe che emanano una sofferenza da lei nascosta sotto le maniche dei ricordi.

-Perché?- Oso chiederle.

Con le spalle tremolanti, lei riesce a dire soltanto poche parole che le colpiscono il petto: –Che importanza ha il motivo, se questa situazione continua il suo corso?-

-Fino a quando?- Le chiedo -Quante vite hai, Adele?-

Adele abbassa lo sguardo e si appiattisce con il suolo della terra. Non permette a se stessa di respirare neanche una corrente d’aria, che si misura in piccoli frammenti.

Sospira lungo, prende coraggio e balbetta:

-Non sono sola, tante altre vite percorrono il mio stesso sentiero

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