Racconti

La leggenda di Rozafa, il sacrificio della donna nella società albanese

ROZAFA, fu chiamato il Castello, come il nome della giovane madre

Quel pomeriggio era tutto pronto. Le emozioni avevano palesemente sopraffatto i ragazzi, nonostante tentassero di mostrare agli altri un atteggiamento allegro e scherzoso e con vivacità, spiassero, sbirciando da dietro le quinte, cercando di intravedere l’arrivo dei loro genitori. Qualcuno aveva persino avvisato i nonni e gli zii per assistere allo spettacolo, perché un teatro così, non l’avevano mai visto e né avevano sentito parlare di uno tale in precedenza.

Ilir, un ragazzo di origine albanese, molto simpatico e stimato dai compagni della classe, in quanto era molto bravo a scuola, soprattutto nelle materie scientifiche, quando la maestra aveva chiesto loro il tema che avrebbero scelto per la recita di fine anno, aveva proposto di mettere in scena la leggenda del “Castello di ROZAFA”.

Si tratta di una leggenda albanese molto antica, che ha attraversato i secoli, fino ad arrivare alla bocca dei nonni di Ilir, che hanno raccontato ai nipoti di quanto importante era sempre stata la parola data per la tradizione albanese e, come la donna, portatrice della vita, sacrifica la sua di vita in beneficio della comunità, in modo che suo figlio e tutti gli altri fossero tutelati contro le guerre e le invasioni degli occupatori stranieri, perché una singola vita si può donare con gioia in nome della propria patria, un individuo può donare la propria vita con orgoglio, quando la causa della patria chiama.

Da tempo, la scuola cercava di promuovere temi di intercultura, storie provenienti da vari paesi, per valorizzare la cultura delle altre comunità presenti sul territorio italiano, quindi l’idea è sembrata ottima a tutti.

E così è stato. Quando è tornato a casa, Ilir ha parlato con i suoi genitori, spiegando la sua idea per il teatro e ha chiesto loro aiuto a trovare dei costumi tradizionali albanesi, in modo che tutto risultasse in linea con l’ambientazione e la costumografia della leggenda, la quale narra:

Una nebbia fitta, fitta aveva coperto il fiume Buna ed i suoi dintorni.

Per tre giorni di fila non si vedeva nulla. Dopo tre giorni, un leggero vento aveva spazzato via la nebbia portandola in alto, fino alla cima della collina, dove tre fratelli stavano costruendo una fortezza. Loro lavoravano, alzando i muri di giorno, però di notte, come per effetto di una maligna magia, tutto crollava.
Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, loro costruivano di giorno ed il tutto crollava di notte.

Un giorno, mentre stavano lavorando come al solito, affaticati e ricoperti di polvere e di sudore, vedono passare lì affianco un vecchio saggio che si è fermato a salutarli:

– Buon lavoro ai tre mastri fratelli!

– Buon giorno a te, vecchio saggio! Vede come va qui? Lavoriamo di giorno, ma di notte tutto crolla. Non si sa dove sbagliamo, perché le mura non stanno su. Sarebbe così gentile a farci sapere cosa dobbiamo fare in modo che le mura tengano?

– Io conosco il motivo ed anche la soluzione, disse il vecchio, ma temo ad evidenziarli, perché commetterei un peccato.

-Il peccato ce lo assumiamo noi, oh buon signore, basta che il castello rimanga eretto ed intatto! – dissero i fratelli.

Il vecchio ci pensò un attimo e poi chiese ai tre:

-Voi siete sposati? Avete le vostre tre rispettive mogli a casa, vero?

-Sì, signore, siamo sposati -risposero loro – ma, dici come dobbiamo fare per evitare il crollo della fortezza.

– Se volete che la fortezza rimanga eretta, dovete prestare giuramento tra di voi a non dire nulla stasera alle vostre mogli, di ciò che vi sto per raccomandare:
Una dalle tre cognate che domani verrà a portare da mangiare a voi, la dovete murare viva tra le pareti della costruzione. Questo sacrificio farà resistere il castello per ora e per sempre.

Così disse il vecchio saggio e andò via!

I tre fratelli smisero di lavorare e giurarono a malincuore a non raccontare nulla alle mogli e né all’anziana madre. I tre abitavano sotto lo stesso tetto e da sempre le loro mogli erano come tre sorelle.

Al calar del sole fecero ritorno a casa come al solito, ma nulla andò come al solito.

Il peso della perdita eventuale della propria amata era molto forte, così forte che il primo fratello raccontò tutto alla sua, raccomandando lei di non recarsi l’indomani a portar loro da mangiare. Così fece anche il secondo fratello, che non riuscendo a mantenere il giuramento raccomandò a sua moglie di trovare una scusa.

Il terzo no! Lui non chiuse occhio quella sera, pregando e sperando che non fosse la sua a portare loro le vivande l’indomani, ma aveva giurato, aveva prestato BESË ai suoi fratelli e doveva mantenere la parola data.

Sua moglie, una ragazza bella come il sole, gli aveva appena regalato un bel bambino e loro erano così innamorati e così felici insieme. Il piccolo cresceva bene, ma comunque lui aveva paura per l’indomani, in quanto il piccolo necessitava delle cure e dell’amore della madre.

Quella mattina, come al solito, i tre fratelli partirono all’alba per recarsi al lavoro. Le loro mani quella mattina erano ghiacciate e non riuscivano a manovrare gli attrezzi. Le ore passavano e l’angoscia cresceva sempre di più. Ma a casa tutto sembrava normale. La mamma dei fratelli, ignara di tutto, dopo aver preparato il fagotto del cibo, chiama la più grande delle nuore:

-Figlia mia, vieni qui! I mariti devono mangiare, porta loro, pane, acqua e questa zucca di vino!

La prima nuora rispose:

-Non posso andare madre, oggi sono ammalata.

Allora l’anziana donna chiama la seconda delle nuore dicendo:

-Vai a portare ai tre mastri pane, acqua e vino!

-Ti giuro madre, non posso, devo andare a trovare i miei.

A questo punto chiamò l’ultima delle nuore, quella più piccola.

-Nuora piccola!

-Si, madre! Rispose lei alzandosi subito in piedi.

– I mastri hanno bisogno di mangiare, porta loro pane, acqua e vino!

– Sì madre, ci vado io, ma come faccio con il piccolo, sarà necessario allattarlo.

– Tu vai, perché al piccolo ci pensiamo noi.

E così fu. La più piccola delle nuore, baciò il figliolo, le sue morbide guancette, prese il fagotto che aveva preparato la suocera contenente pane, acqua e vino e corse come una farfalla. Leggera e veloce attraversò i campi e corse su per la collina, correva e pensava al suo figlioletto che forse si svegliava e aveva bisogno di lei.

Buon lavoro ai tre mastri! – disse a al suo arrivo

Loro avevano gettato via gli attrezzi, i loro volti erano pallidi, il loro cuore batteva forte, ma così forte che usciva dal petto. Il fratello minore, quando vide la propria moglie, iniziò a maledire le pietre e le mura.

-Perché, oh mio signore, maledici le pietre e le mura del castello?

-Oh, tu sei nata sfortunata, cognata nostra, – disse il primo fratello. Serve un sacrificio e noi abbiamo deciso di murarti viva, così le mura possono stare su.

– E così sia cognati miei!

Chiedo una sola cosa: quando mi murate, lasciatemi fuori l’occhio destro per veder crescere mio figlio, lasciatemi fuori la gamba destra per dondolare la sua culla, lasciatemi fuori il braccio destro per accarezzarlo e lasciatemi fuori il seno destro per allattarlo. Che il mio petto diventi una pietra per far stare su la fortezza! Che mio figlio cresca forte e diventi un re!

I tre fratelli presero la donna e la fecero murare come lei aveva chiesto.
Le mura divennero così forti che passarono i giorni, gli anni, i secoli ed i millenni e stanno ancora su a proteggere la città di Scutari e la sua popolazione.

ROZAFA, fu chiamato il Castello, come il nome della giovane madre

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