Racconti

La tartaruga

“Maledizione..lo sapevo!” esclamò il giovane bey appoggiandosi alla sedia e lasciando cadere le mani all’indietro, penzoloni, dopo aver buttato sul tavolo le carte e i franchi scommessi.

“Me lo immaginavo, perché mentre venivo in qua ho visto la tartaruga”. “Ma quale tartaruga?” chiese un nuovo ospite, che veniva da una lontana città del Sud.

Gli altri risero a voce alta, finché uno di loro gli spiegò che si trattava di un gobbo che chiedeva l’elemosina in una via del centro. “Nooo, Riza bey, ti sei perso un’occasione” rise uno degli amici “Potevi toccargli la gobba, dicono che porta fortuna”.

“Invece io so un’altra storia” rispose lui, e quando fu sicuro di avere l’attenzione di tutti cominciò:

“Quando Dio creò gli uomini, li riunì e fece loro questo discorso: “Sappiate che sono io che vi ho creati e sappiate che non siete tutti buoni. Tra voi, qua e là, ho creato anche qualche cattivo”. “Ma Signore” chiesero alcuni “come faremo a distinguerli?”. “Facile” rispose il Signore “a tutti ho
lasciato un segno; qualcuno è storpio, qualcuno è gobbo, qualcun altro strabico o del tutto cieco, e così via. Altrimenti semplicemente brutto” concluse ad alta voce Riza e guardò i suoi amici in viso, uno ad uno.

“Ha ha ha… te lo sei inventato” dissero quasi tutti in coro puntando l’indice verso di lui. Riza piegò la testa un po’ a destra, girò le mani e aprì le dita facendo vedere i palmi bianchi. Sorrise un po’, ma non rispose.

Solo l’ospite era rimasto fermo, rosso in viso e forse un po’ smarrito, ma Riza non ci fece caso. Forse stava pensando al nuovo incarico come funzionario della prefettura e all’arredo della casa nuova. “Furbi i miei amici” pensò Riza, “l’hanno arruolato appena ha messo piede in città, per avere degli agganci in alto”.


Xhemal si avvicinò alla finestra del negozio e spostò lentamente la tenda, per guardare l’angolo del marciapiede dove si trovava la postazione fissa della Tartaruga.

I bambini l’avevano circondato e battendo le mani cantavano dei versi che il gobbo in persona aveva composto:

“C’è un gobbo in città
lentamente viene e va
i gobbi ci son dappertutto
ma il nostro è il più brutto”

Anche il gobbo batteva le mani divertito e girava su se stesso, nonostante il peso che aveva sulle spalle. La chiamavano “tartaruga” per quella capacità che aveva di nascondere tutto il collo sotto la gobba.

Ma a volte, quando si trovava tra i bambini, senza adulti attorno, tirava fuori tutto il collo e si notava una striscia di pelle bianca alla base, perché il sole vi batteva raramente. Poi, quando vedeva qualcuno passare, rimetteva il collo dentro e si piegava di più, mettendosi in una posizione comoda per il passante, se per caso voleva toccargli la gobba.

Tirava fuori un po’ di collo anche quando passava il sergente Qamil, il gendarme del quartiere, che all’inizio aveva fatto di tutto per allontanare il gobbo dal marciapiede. Ma poi si era arreso, e con lui aveva scoperto anche un po’ di potere che non trovava altrove. Passava ogni mattina là
e, quando era una decina di metri lontano, gridava:

“Tartaruga!”

“Sissignore!” rispondeva il gobbo e cercava di raddrizzarsi, tirando fuori la metà del collo.

“Così, bravo, riposo!” ribatteva il sergente e se ne andava soddisfatto.

Giravano voci che fosse nato in una rinomata famiglia di Scutari, che lo avevano abbandonato nei pressi di un convento. Poi non si sa che vita avesse fatto e un giorno comparve lì, in quella grande città del centro. Non aveva l’accento scutarino, e con i suoi modi confondeva i ricordi della gente, dando l’impressione di essere stato da sempre su quel marciapiede.

D’un tratto i bambini si appoggiarono al muro e lui rimase al centro del marciapiede, diventando più curvo. Passava mastro Sefer, un contadino che aveva fatto fortuna in Italia, non tanto di soldi, ma imparando il mestiere di costruttore, ed ora era molto ricercato dai ricchi che volevano case “all’italiana”.

Aveva messo su anche un negozio di arnesi e materiale edilizio, e spesso passava da Xhemal per scegliere i suoi vestiti. Si fermava anche dalla tartaruga e gli dava sempre qualche monetina dopo avergli toccato la gobba. Forse quel giorno aveva fretta; buttò la monetina, nella tazza, ma non toccò la gobba.

Il gobbo lo inseguì richiamandolo: “non li voglio!”

“Perché? Cosa ti ho fatto?” chiese il mastro.

“Dovresti saperlo” rispose il gobbo, indicando la pergamena, che ogni giorno appendeva al muro, per poi arrotolarla e prenderla con sé alla tarda sera. Il mastro torno indietro e arrossì.

Xhemal sorrise. Era capitato anche a lui e sapeva cosa ci fosse scritto sopra.

C’erano “Le regole della gobba”

  • La gobba vive anche nell’indifferenza, perciò potete fare finta di non vederla.
  • Potete toccare la gobba e non offrire niente, ammettendo di essere tanto disgraziati quanto
    me.
  • La gobba è una disgrazia. Tuttavia se offrite qualcosa siete obbligati a toccarla con la mano.


Altrimenti vi restituisco l’offerta.

Firmato: La Tartaruga.

Il mastro toccò la gobba e fece cadere di nuovo le monete nella tazzina. Fece alcuni passi e poi tornò di nuovo indietro.

“Tartaruga, perché non vieni a stare davanti al mio negozio? Il posto è più largo e anche pulito” gli domandò. “Ma io sto bene qui” rispose il gobbo.” Fallo per me” ribatte il mastro “dopo tutto quello che ti ho dato”.

La tartaruga mise tutto il collo sotto la gobba, quasi fino alle orecchie, come se si sentisse in pericolo e rispose: “La gobba è come l’amore, se non sei felice di quello che hai dato, non lo sarai nemmeno se ricevi indietro il doppio”.

Il mastro arrossì ancora di più. Forse si scordò di ciò che doveva comprare e tirò dritto.


Xhemal rifece i conti. Ma usciva sempre un disavanzo di cinque franchi. Pensò un attimo, dove avesse sbagliato, e non ci mise tanto a capire. Per tutto il giorno era stato impacciato e, siccome era lento, la gente riusciva e vedere chiaramente i movimenti, e per essere sicuro aggiungeva sempre un po’ più… zucchero, farina,sale.

L’irritazione era iniziata la mattina presto perché mentre passava non aveva visto il gobbo sul marciapiede. Forse aveva cambiato idea ed era andato a elemosinare davanti al negozio del mastro. Capì solo in quel momento quanto importante fosse il gobbo. O meglio, se ne era scordato…

Quando aveva aperto il negozio, con i soldi del padre, emigrato in America, il nonno gli aveva fatto una lunga predica: ” Guarda che, se bari nel peso, andrai all’inferno”. “Potrei farlo per sbaglio” aveva risposto Xhemal “tanto l’occhio è quello che è”.

“Te ne renderai conto alla fine della giornata, quando farai i conti. C’è tanta gente bisognosa in giro per la città, a cui puoi dare quello che guadagni in più”.

Xhemal non aveva risposto, era rimasto altrettanto preoccupato. Non aveva tempo di scoprire chi era il più bisognoso in città. Aveva anche dei parenti poveri ma poi sarebbero cominciate le gelosie.

S’immaginava già le donne che mentre cucinavano si lamentavano: “di noi non si ricorda mai, aiuta solo loro”. Non si fidava nemmeno di quel “grassone” di imam che teneva per sé tutti i soldi dati alla moschea.

Ma alcuni giorni dopo arrivò il gobbo, e lui era convinto che gli fosse stato mandato da Dio. Da allora andava spedito senza preoccuparsi molto di qualche “errorino” della bilancia.

Ma quel giorno il gobbo non c’era, e quella paura dell’inferno gli aveva fatto perdere cinque franchi.

Sospirò profondamente e si preparò a chiudere.
Mentre si avvicinava alla porta, vide Riza bey, zoppicante ma che cercava di correre, avendo visto che Xhemal stava per chiudere.

“Sicuramente per qualche bottiglia di brandy” pensò Xhemal mentre apriva la porta al bey. E non si era sbagliato.

Riaccese le candele e chiese “Cosa ti è successo effendi?”

“Quella maledetta tartaruga!” rispose lui “Ieri sera, mentre uscivo dalla taverna, l’ho visto seduto sul marciapiede, cosa che non faceva mai. Ma forse era lì apposta, per portarmi sfortuna, perché un’altra sera per colpa sua ho perso venti franchi al tavolo da gioco. Ma poi mi incuriosii e cercai di dargli un calcio sulla gobba per capire se era fatta di osso o di carne. Ma non so come fece a spostarsi così velocemente, facendomi sbattere il piede contro il muro. E allora ho detto basta. Avevo in mano il bastone del nonno che avevo preso con me come, per fare uno scherzo agli amici. Quello è di corniolo, sai, non si spezza mai. Gliene diedi tante sulla testa e lo lasciai rotolare nel suo sangue. Strano però, nessun gemito.” concluse Riza.

Xhemal sentì il sangue che gli arrivava alla testa. “Ecco perché oggi non c’era”, disse fra sé e sé Xhemal, mentre stava incartando la bottiglia. Ebbe la tentazione di rompergliela in testa, ma poi si riprese ed ebbe quasi una illuminazione.

“Sa effendi che sono riuscito ad avere di nuovo di quella stoffa italiana pregiata, quella …quella partita che era arrivata in occasione delle nozze del Re. Mi è costato molto perché comincia a scarseggiare anche là e ho fretta di venderla. Ma lei non si deve preoccupare, perché alcuni
giorni fa me l’aveva chiesto Hasan aga” disse Xhemal per farlo ingelosire.

“Ma come? non ci pensare nemmeno!” esclamò il bey,” non ho i soldi con me, ma vado e torno, e tu mi devi aspettare”, disse con un tono che sapeva di minaccioso, ma era più che altro scherzoso.

“Non sono messo così male, per sessanta franchi , da farmi scappare questa occasione. Quel mostro mi ha già soffiato un affare che avevo quasi in mano con un’azienda italiana” aggiunse mentre chiudeva la porta.

Xhemal aspettò a lungo.

“Chissà, forse avrà cambiato idea” pensò. Non lo stancò tanto l’attesa quanto l’incertezza. Non sapeva se andare o rimanere. Ma poi vide il bey che sbucò nel vicolo e si tranquillizzò. “Quello non mi dà pace neanche da morto” disse, e aggiunse “Perché ho saputo dai gendarmi che la tartaruga è morta”.

A Xhemal tremarono le gambe, ma il bey continuò incurante. “Erano venuti per arrestarmi, ma per fortuna il tenente Sali è un amico di mio padre. Se fosse stato per il sergente Qamil, mi avrebbe ucciso subito lì. L’ho capito da come mi guardava. Ho dovuto sganciare duecento franchi. Meno male che quei cinquanta il sergente non li ha voluti”.

Xhemal tirò fuori la stoffa e la mise in una sportina. “E’ tardi effendi, devo chiudere” disse con voce spenta. Lo osservò mentre scendeva gli scalini, e sperò, senza pensare al peccato, che cadesse e rompesse il collo. Ma non successe.

Chiuse in fretta e si avviò verso la baracca dove dicevano vivesse il gobbo, dall’altra parte della città. In tasca stringeva i franchi che aveva guadagnato e stava pensando al funerale.

Quando pensò di essere abbastanza vicino, fermò l’unico passante che vide in quel momento.

“Scusi signore, lei sa dove abitava la tartaruga?” rendendosi conto di non avere mai chiesto al gobbo, come si chiamasse.
“Da quanto ne so, abita nei cespugli” rispose l’uomo che si sentì preso in giro.

“No, no ..non sto scherzando” cercò di discolparsi Xhemal, “ma so che da queste parti abitava un uomo con la gobba”.
“Aha, Ëngjëll! Sì, abitava là in fondo, in quella che si chiama “la bella baracca”. Ma non c’è più nessuno”.

E poi si avvicinò abbassando la voce e spiegò: “Sono venuti ieri notte a prenderlo. Tutto si è svolto in silenzio, e se non fosse stato per il rumore delle macchine, non ce ne saremmo nemmeno accorti. E che macchine per il gobbo!” concluse.

Xhemal non ebbe il coraggio di andare fino alla baracca. Salutò l’uomo e riprese il cammino verso casa.


“Buongiorno Xhemal !Hai visto che bella giornata è saltata fuori?” lo salutò il calzolaio dell’angolo. “Splendida” rispose Xhemal, “ieri notte sembrava che venisse giù il mondo con tutti quei tuoni e la pioggia.” aggiunse guardando i riflessi che venivano dall’acqua intrappolata in
mezzo ai sassi della strada.

Xhemal si era svegliato più leggero e a volte sembrava che avesse scordato del tutto la tragedia del gobbo.

“E’ strano” disse, quando si scoprì quasi smemorato “sembrava che fosse stato da sempre lì e ora sembra che non ci sia mai stato” e agitò la testa.
Smise di pensare quando vide entrare nel negozio un uomo distinto che teneva la mano di un vecchio col bastone.

Salutò, e si mise a cercare tra le giacche appese. “Se vuole le possiamo fare anche su misura”, disse con voce cauta Xhemal.

L’aveva visto passare altre due volte, ma non si era mai fermato a comprare.

Dicevano che era lì da poco e che lavorava per lo stato. “Vediamo prima questa” rispose, e chiamò il padre “vieni papà, di qua” muovendosi per
andargli incontro.

Il vecchio agitò lentamente il bastone per evitare gli ostacoli. Solo in quel momento Xhemal capì che era cieco e istintivamente lo guardò in viso.
L’anziano muoveva velocemente le palpebre forse cercando di abbassarle ma senza riuscirci del tutto, perché Xhemal riuscì a vedere le pupille bianche.
Tolse lo sguardo e aspettò vicino alla finestra mentre lui si provava la giacca.

All’improvviso dal fondo della strada sbucò di nuovo Riza Bey. Xhemal tremò cosi tanto che ebbe il dubbio che l’avesse visto anche l’uomo che teneva la giacca a suo padre. Riza sembrava rabbioso.

“Forse aveva capito di essere stato fregato” pensò Xhemal “e ora viene a chiedermi conto”. Il suo dubbio si rafforzò ancor di più, perché zoppicava e correva.

” So che non si amano tanto, ma forse ha incontrato Hasan attorno a qualche tavolo da gioco e il trucco è stato svelato”.

Xhemal era ormai certo, e toccò i franchi che aveva ancora in tasca. Ma, mentre Riza era di fronte al suo negozio, due uomini in abiti eleganti sbucarono quasi dal nulla. Il sole faceva splendere i loro capelli pieni di brillantina.

D’un tratto tirarono fuori le pistole e uno gli sparò vicino al cuore accompagnando il gesto con un grido : “Salutaci la tartaruga”.

Riza piegò le ginocchia e spostò la testa indietro, forse dal dolore, rendendo più facile il lavoro al secondo uomo che gli sparò sulla fronte, e svanirono.

Xhemal vide il corpo che cadde indietro. Riusciva a vedere anche il foro sulla fronte ma rimase sorpreso dell’assenza di sangue. Era veramente strano, anche perché quando vedeva le guance rosse di Riza gli dava l’impressione che tutta la sua testa fosse piena di sangue.

Ma poi da dietro la testa il sangue cominciò a scorrere seguendo le fessure tra i sassi. “Cos’è successo?” chiese l’uomo dall’interno.

“Hanno ucciso un uomo” rispose.
“Ma chi è? Lo conosci?” insistette l’uomo. “Sì sì, lo conoscevo” disse, “si chiamava Riza bey”.

L’uomo emise un “aha” secco e poi lascio cadere una frase che a Xhemal sembrò senza senso: “Forse Dio non aveva mai pronunciato quel discorso” e quasi sorrise un po’. L’uomo pagò la giacca che gli stava bene e uscì, tenendo il padre per mano.

Xhemal li seguì con gli occhi per un pezzo. Quando giunsero vicino al posto dove stava il gobbo, il vecchietto staccò la mano dal figlio e si
fermò.

Girò attorno a se stesso e sembrava che guardasse attorno. Poi si riattaccò al braccio del figlio e proseguirono. Xhemal chiuse la porta e uscì dal retro. Non aveva nessuna voglia di fare da testimone, con “quei perditempo”.

Questo racconto è stato originariamente pubblicato su Albania News il 13 ottobre 2013. Il racconto è disponibile anche in lingua inglese.

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