Racconti

Io, Paola e gli occhiali

      – Prego perché si realizzi in tutto il mondo il grande desiderio del Kosen Rufu e perché la Soka Gakkai International adempia a questa missione in eterno… Esprimo la mia profonda gratitudine ai tre padri fondatori che con il loro lavoro e la loro vita immortale si sono dedicati pienamente alla diffusione dell’Ultimo giorno della Legge! Nam Myoho Renge Kyo, Nam Myoho Renge Kyo, Nam Myoho Renge Kyo!

– Con convinzione, con convinzione, devi credere in quello che dici. L’ultima frase che viene ripetuta tre volte, devi pronunciarla più forte che puoi e accompagnarla con un netto movimento di testa, allo stesso modo dei monaci buddisti quando pregano affinché si realizzi un desiderio

Anche perché ero emozionato come non mai, a Paola non piacque la mia recitazione.

La mia dedizione al lavoro dei tre padri fondatori non doveva esserle sembrata, evidentemente, il massimo. Porca miseria, pensai tra me, e concentrandomi per evitare di attirare nuovamente l’attenzione, cominciai a ripetere la preghiera con ancora più pathos.

Arrivato all’ultima frase, chiusi gli occhi, immaginai un gol di Del Piero all’Inter, e con devozione, muovendo la testa su e giù con le braccia raccolte davanti al petto, quasi urlai:

– Nam Myoho Renge Kyo, Nam Myoho Renge Kyo, Nam Myoho Renge Kyo!

Aprii gli occhi estasiato e dall’espressione di Paola capii di aver superato la prova. Un poco fui sollevato, perché a stento sopportavo la recitazione. Stavo sulle spine, in quella stanza sporca e disordinata, dove l’aroma degli incensi orientali non arrivava a coprire l’odore della muffa. Una lampada fioca illuminava a malapena il posto. Non si riusciva a distinguere il colore del muro. Alle pareti erano appese vecchie fotografie in bianco e nero. Le cornici erano piene di polvere. Su alcune vecchie sedie che non avresti trovato neppure da Gabi a Tirana, sedevano in cerchio gli altri membri della cellula buddista, due vecchi e alcune donne del paese, tizi che a fatica avrebbero potuto stare in quella topaia. Tra loro riconobbi una donna alla quale non molto tempo prima avevo cambiato la ruota forata della macchina in mezzo alla strada. Inchinandosi mi sorrise caldamente. Come se avesse voluto dirmi benvenuto tra noi, qui sei dei nostri.

Alla mia destra c’era una giovane coppia di fidanzati, i migliori nella recitazione delle sutre. Erano incantati a bocca aperta dall’atmosfera.

Lasciamo stare me, che non sono tanto a posto, ma cosa ha spinto questi due svitati a ritrovarsi qui, mi chiesi in preda alla curiosità. Al centro stavano i tre moschettieri, Paola, sua sorella Flavia e la mia amica di lavoro Anna. Paola e Flavia erano i leader spirituali della cellula buddista del paese.

Flavia, la sorella minore, faceva la ballerina e aveva aperto una scuola di ballo. Raccontava di essersi diplomata a New York e di aver conosciuto e abbracciato il buddismo proprio là, nella Grande Mela. La sua missione, adesso, era la diffusione degli ideali del Soka Gakkai. L’arte di Nureyev sarebbe venuta dopo.

Anna lavorava in un’impresa con me. Era una brava donna, ma il divorzio col marito l’aveva molto provata. Dagli occhi e dalle azioni erano chiari i segni del suo struggimento. Naturalmente, stanca delle prediche inconcludenti della Chiesa cattolica, aveva trovato la propria strada nel grande Buddha dell’Ultimo giorno della Legge.

Paola era la dottoressa della mia famiglia. Bionda con gli occhi azzurri, i capelli spettinati, di statura media ma secca come un ago, pareva più un fantasma che un medico. La sua vita erano il buddismo e l’ippica, poi le malattie. Spesso, per colpa del cavallo, più imbizzarrito di un mulo rabbioso, girava per il paese in stampelle.

Con i pazienti era davvero affabile. Capiva i disturbi a vista d’occhio. Spesso la gente andava da lei per farsi diagnosticare la malattia, così, per non rubar loro tempo prezioso, dava una sacchetto di farmaci e una settimana di riposo. E, grazie a lei che anch’ io rifornivo di medicinali tutti i parenti in Albania e tre quarti del vicinato.

Fossero stati tutti come Paola! I miei genitori la conoscevano di persona e la stimavano.
Tutte le volte che andavo a visitarla, durante l’umido inverno padano, parlavamo del più e del meno. Della vita in Albania, dei paesi dell’Est e dei loro regimi dittatoriali, delle nostre sofferenze, della fede, etc.

Personalmente, purtroppo, non credo in Dio. Mi attira un poco il buddismo, forse per moda o forse grazie al bonario faccione del Dalai Lama, che abbozza sempre quel sorriso infantile. Quando ho tempo, per curiosità, sfoglio un libro che parla dei più disparati argomenti della filosofia orientale. Quando ho tempo, però.

Ebbene, il giorno che andai da Paola a chiedere delle ricette per i miei genitori, mi chiese se avevo fede in Dio. Pensando alla religiosità dell’italiano medio, mi aspettavo che mi avrebbe chiesto di frequentare catechismo (allora non sapevo che fosse una buddista di prim’ordine), quindi mentii innocentemente e con un po’ di spavalderia:

– Amo il buddismo e le sue teorie!

Cavolo, non avevo altre bugie in repertorio e tirai fuori proprio quella che non avrei dovuto dire!

Dopo aver sentito la parola buddismo, Paola esultò di gioia. Mi abbracciò e con gli occhi quasi lacrimanti e mi disse che faceva parte dell’istituto buddhista italiano con sede a Bologna. Visitò velocemente due o tre pazienti e, dopo aver prescritto tre antibiotici a testa per la gioia del farmacista del paese, iniziò col discorsone. Parlava lei e annuivo io, parlavo io e approvava lei. Il mio cervello pagano non aveva bisogno del suo lavaggio. Il sapone era eccessivo. Ma mi sentii importante, la mia conoscenza aveva colpito nel segno. Finalmente, dopo l’esilio, avevo trovato la porta di sesamo. Dovevo solo aprirla. E farlo presto. Con il suo aiuto sarebbe stato un gioco da ragazzi. Ero stato fortunato!

Mi congedai solo dopo averle promesso di partecipare alle sedute di preghiera, che si tenevano in uno stanza-magazzino, sopra il suo studio. Me ne andai allegramente dalla mia nuova amica. Intanto, tra le mani stringevo il doppio delle ricette che mi servivano. Almeno i vicini non avrebbero sofferto, pensai tra me, anche loro sono esseri umani. La porta di sesamo cominciava ad aprirsi…

Per un paio di mesi riuscii a non mantenere le promesse da marinaio. Ma il giorno che da Tirana chiesero le medicine non tardò ad arrivare. Così, volente o nolente, ritornai dalla mia sacerdotessa. Le spiegai con rammarico le mie assenze e le promisi che quella volta sarei andato di sicuro a partecipare alle sessioni di preghiera. Un albanese dà il figlio per mantenere una promessa… Noi siamo uomini, mica stracci! Succeda quel che succeda, mi dissi, mi scolo un doppio Vecchia Romagna e sopporterò. Per mia disgrazia, la prima seduta cadeva la sera di quello stesso giorno, un venerdì di marzo.

– Bravo, adesso sì che hai recitato la sutra a dovere – mi elogiò Paola, – Sono convinta che andrai avanti, sei giovane e con una cultura ammirevole.

Abbassai gli occhi come uno studente che avesse appena ricevuto una lode e la ringraziai senza dire niente. Per evitare gli sguardi degli altri, fissai il muro, ma, nonostante la luce fosse fioca, riuscii ad avvertire le loro occhiate. Iniziai a mordermi la lingua, perché la risata a momenti mi usciva dal naso.

Uno dopo l’altro, sotto la direzione delle due sorelle, cominciarono anche gli altri membri. L’atmosfera era emozionante, ma non per me, mi sentivo fuori luogo. Volevo allontanarmi, ma non sapevo cosa tirare fuori in una situazione come quella. Forse avrei potuto chiedere di andare in bagno. Avevo vergogna a pronunciare la parola bagno in un momento solenne come quello. Mi balenò in testa un’idea. E se avessi aperto le finestre per buttarmi di sotto? Faceva ancora troppo poco buio e forse mi avrebbero notato. Era davvero il caso di tentare?! La stanza era al secondo piano e rischiavo di finire di nuovo nelle mani di Paola, all’ospedale, invece che a casa mia.

Maledicendo me stesso e le medicine degli altri, decisi di continuare a recitare la parte, non avendo altre opportunità. Fino a quel momento ero stato l’allievo più appassionato. La mia carriera tibetana si stava rinvigorendo. Gli altri neanche la parola buddismo sapevano pronunciare, figurarsi recitare come me. Gli albanesi sono primi ovunque, pensai con orgoglio. In fila, uno dopo l’altro, recitarono la sutra, che la mia mente maliziosa aveva confusa con una parolaccia albanese. I miei denti, come la tronchese del fabbro del Nuovo Bazar di Tirana, serravano la lingua ancor più forte. Tenevo gli occhi chiusi. Gli altri credevano che fosse l’emozione per il momento topico. Non volevo curarmi della mia lingua, per colpa sua la avrei potuta pagar cara. Quello che mi interessavano erano i soldi che mi avrebbe estorto il dentista, perché sentivo i denti che quasi si frantumavano sotto la spinta potente della lingua. Non so per quanto ancora andarono avanti le sofferenze, ma alla fine, qualcuno lì fuori sentì le mie suppliche silenziose e la seduta terminò. Madre, mi ero salvato. Non sentivo più la lingua e avevo la bocca sanguinante. Aprì gli occhi di nascosto e incrociai lo sguardo penetrante di Otto, il cane dalle lunghe orecchie di Paola, grande quanto un orso, che dormiva con gli occhi aperti sull’unica poltrona della stanza.

Anche tu sei caduto dal letto, da piccolo, pareva volesse dirmi con ironia il cane testone. Dalle labbra penzoloni gli colava bava bianca. Chiusi di nuovo gli occhi. Volevo rimanere serio ed evitare di prendere a calci la mia carriera appena iniziata. Questione di minuti e sarei ritornato a casa.

– Esprimete un ultimo desiderio personale ad alta voce – intervenne ancora Paola.

L’atmosfera si fece toccante! Uno dopo l’altro i buddisti iniziarono a rivolgere preghiere per i problemi di salute dei loro cari, chi con tono debole chi forte. La giovane coppia pregò per un futuro migliore, naturalmente uno accanto all’altro. La mia collega, Anna, con le lacrime agli occhi, pregò perché suo marito tornasse da lei. Le sue parole erano accompagnate da sguardi addolorati dei partecipanti e da qualche cenno del capo della giovane coppia.

Dopo Anna, era il mio turno. Tutti gli occhi erano focalizzati su di me, aspettavano le mie preghiere.

Pensai un po’, non sapevo da dove cominciare. Per cosa avrei dovuto pregare, per i malati dell’Albania? O avrei preferito che si esaudisse il desiderio di vincere una borsa di soldi alla lotteria e di fuggire, io da loro e loro da me. La seconda opzione mi piacque di più. Mi sentivo stretto. Sentivo di diventare rosso. Meglio far vedere di che pasta siamo fatti noi albanesi, pensai. Rimasi in silenzio per qualche momento e diedi un colpo di tosse. Chiusi gli occhi.

– Prego ché non ci siano più guerre al mondo! – gridai forte e aprì gli occhi per vedere l’effetto delle mie parole.

– No, caro amico, deve essere qualcosa di personale! – mi corresse Paola – qualcosa di concreto.

Ah, concreto! Non lo sapevo.

Volendo far bella figura, mettendo l’interesse di tutti davanti a quello personale, mi ero sbagliato. Accidenti, quando mi sarò sbarazzato di queste streghe, mormorai in albanese! Pensai in modo serio, non avevo molto tempo a disposizione per formulare la mia preghiera ed esprimerla.

– Prego perché l’orecchio malato del mio gatto guarisca al più presto! – mentii all’ultimo, mentre mi toccavo di nascosto gli attributi, per allontanare il malocchio e annullare la malattia. Solo dopo aver constatato l’approvazione della cellula tirai un sospiro di sollievo. La mia sincera preghiera per l’orecchio del gatto aveva colpito nel segno.

– Non mi vedrete mai più qui, dissi tra me, non si sono ancora ammalati tutti in Albania!

Lo scettro passò a Flavia. La nostra attenzione cadde su di lei. Aprii un poco di più gli occhi. Il suo fisico da ballerina e la sua minigonna me lo imponevano. Ok, visto che uscito di testa con questi qua, almeno confortiamoci un po’, mi giustificai a mente. La ballerina ruotò il capo osservandoci con attenzione. Era molto seria. Restammo in silenzio.

– Prego per ritrovare gli occhiali che ho perso! – disse innocente Flavia.

Pietà, pietà, per Dio! Che ho fatto di male? La mia lingua grondava sangue. Sentivo le lacrime scivolarmi sulle guance. Quella zucca vuota di Otto, che portava un collarino col suo nome e col numero di telefono della proprietaria, aveva alzato gli occhi. Ti basta così poco, come se avesse voluto dirmi, o vuoi sentire anche la mia di preghiera? Non ebbi tempo di rispondergli perché in mezzo alla stanza vidi Paola la sacerdotessa. Per fortuna, mi dissi, la parola del medico mi guarirà da questi storpi.

Paola non si dilungò.

– Buon fine settimana a tutti! – disse con forza alzando le braccia in aria in segno di trionfo.

Applaudimmo tutti. La seduta, e assieme a quella le mie sofferenze, erano terminate. Non parlo del dolore fisico. La lingua mi aveva schiacciato completamente i canini.

Salutai tutti i presenti e scesi le scale di fretta. Uscì fuori, era tardi. Avevo la testa e le palpebre pesanti. Non riuscivo a respirare a dovere. Sentivo l’aria umida della nebbia sul viso. Non indossai neanche la sciarpa e il cappuccio. Volevo rimettermi in sesto al più presto. Mi diressi a piedi a casa, che distava non più di 300 metri dallo studio di Paola.         Mi fermai dinanzi a un negozio di vestiti. Le luci erano accese. Mi specchiai nella vetrata. Avevo la testa e il corpo scambiati di posto, la testa sotto e il corpo sopra. E il cervello funziona, mi dissi, fatti una domanda e lo scoprirai.

– Uno, due, tre, quattro… prova tecnica, come mi senti?

– Ti sento molto bene.

– Come ti chiami?

Ripetei il mio nome lettera per lettera senza errori.

– Complimenti! Dove sei nato?

– A Tirana, all’ ospedale di Tirana, vicino alla stazione ferroviaria. Era inverno quel giorno…

– Dove abiti?

– A casa mia, abito! E dov’altro, nel bosco?

– Che giorno della settimana è oggi?

– Venerdì, mi venga un colpo! –

Mi feci altre domande e le risposte mi soddisfecero. Mi dimostrarono che il cervello non aveva subito danni. Questo era tutto quello che volevo. Questa volta feci un bel respiro…
Proseguii sollevato la mia strada verso casa; quella era ancora lì, dove l’avevo lasciata prima di andare alla sessione di preghiera…

… Sono passati due anni da quel venerdì nero. Nel frattempo, ho cambiato sia il dottore che il numero di telefono. Paola credo mi abbia ormai perdonato.

Anche i vicini che aspettavano delle medicine, spero.

– 2012, Arben Imeri

A cura di Silvia Cardini

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