Racconti

L’expo dei sapienti

Da buon padre spirituale e pieno di cultura, Faik Konica parlò per due ore consecutive ad alcuni bey albanesi che erano andati a trovarlo, a Boston.

Nella sala, oltre ai fratelli che erano arrivati ​​dalla madrepatria, c’erano anche tanti patrioti e connazionali che erano emigrati da anni e adesso vivevano e lavoravano in America.

Poiché l’Albania non era ancora uno stato come gli altri, dove non esistevano le regole e la legge, egli parlò a loro della Costituzione, della sua importanza per uno stato, come l’ Albania che voleva emanciparsi e l’utilità. Con perfetta retorica e terminologia comprensibile spiegò che bisognava prendere esempio dall’America, dalle sue leggi e dalla sua democrazia.

Parlò con calma, pazienza, a volte con dinamismo, spiegò che la rivoluzione inizia sempre dalle menti delle persone. Disse che il futuro dell’Albania doveva essere l’ Occidente e non l’Oriente. L ‘amministrazione dello stato e la classe dirigente dovevano essere riformate con gente idealista e in base a capacità e meritocrazie individuali, piuttosto che ereditate, sottolineò.

Parlò cosi tanto che alla fine fu anche stanco, ma quando concluse il discorso, si sentì euforico, orgoglioso e nello stesso tempo gratificato. Era valsa la pena di aver parlato con delle persone che amavano la loro patria e volevano sradicare dalle fondamenta la mentalità arretrata e dispotica, che insieme all’ignoranza soffocante, ancora prevaleva nella società albanese.

– Avete delle domande da porre, delle cose da chiarire? – chiese ai suoi compaesani benestanti, prima di chiudere la conversazione.

– Ne ho io, una, – disse un bey dai baffi manubrio, di età giovane, che indossava un abito nero e un cilindro in testa. Colui, tutto il tempo, aveva sentito con attenzione il discorso dell’ intellettuale e l’ardente patriota albanese.

– Sono felice di risponderle, – rispose sorridendo l’erudita.

Si sentì appagato che la sua parola aveva fatto breccia nella mente del bey attento, faccendolo riflettere.

Il bey si alzò in piedi e si guardò intorno nella sala. Sembrò che volesse trovare gli sguardi di sostegno e approvazione di qualcuno. Due suoi amici, che erano seduti lì vicino, scossero la testa, come per mostrare al pubblico che il bey dai baffi manubrio, con le cose che stava per pronunciare, era il più abile e il più intelligente nel parlare, tra loro. Gli altri prestarono attenzione.

– Questa costituzione che la vostra signoria ci ha spiegato, – proseguì il bey con una voce rauca, – cos’ è e per che cosa serve …!?

Faik mosse la testa e contemporaneamente aprì gli occhi. Fissò il bey negli occhi per qualche istante. Dopo, guardò gli altri nobili. Dalle espressioni dei loro volti, capì che aspettavano impazienti la sua risposta. Cosa poteva rispondere!?

Si raccolse nei suoi pensieri. Riconosceva in sè il suo talento come oratore, ma non era abbastanza sicuro per resistere indenne al fuoco micidiale del bey curioso.

In attesa di decidere se rispondere, si mise a guardare nel vuoto. Dopo, il suo sguardo si fermò in una finestra, vicino a lui. Fece qualche passo, tirò la corda della tenda e la aprì. Sentì subito la brezza d’aria fresca.

Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Poi, sospirò come se volesse liberarsi da un cappio che gli stringeva la gola. Allungo la testa e guardò fuori, giù, nell’ asfalto. Si mise a contare i piani che dalla sala d’ albergo, dove erano, lo separavano dalla strada: non erano molti, ma neanche pochi’, ne contò tre.

Un pensiero lo afferrò tutto: e se mi buttassi giù, arrendermi al Signore a farla finita una volta per tutte? Forse, in segno di solidarietà, la mia azione lo seguono anche i bey. La mia madrepatria mi capirà, cosi come anche la mia povera mamma, lassù, nel cielo, forse mi perdonerà. Diranno che sono un martire, forse sarò proclamato eroe … E allora, il buon Faik, si domando, ne hai del coraggio, te la senti? Senno’ che vada anche tu al diavolo, perché e vuol dire che sei solo uomo di parole e non di azioni! O hai paura di lasciare orfani i figli che non ne hai mai avuto?

Sentiva che in quei momenti, come sempre in vita sua, doveva comportarsi con coraggio e lasciate perdere l’esitazione…

… Il desiderio di intraprendere il sublime atto gli fuggi rapidamente: si ricordò che aveva alcuni debiti tra i connazionali e, con il cuore spezzato dalla disperazione, cambiò idea. Si sentì demolito.

– Non me la prendo con te, – rispose sconfitto al bey che aveva fatto la domanda.- La colpa è mia e soltanto mia…

Il bey si stupì. Aprì gli occhi sbalordito e guardò verso i suoi amici.

– Perché sarebbe colpa vostra, eccellenza?- disse.- La mia domanda non era destinato ad essere una trappola per voi. Io pensavo soltanto di sapere di più, per il bene della nostra patria.

– Per quel Signore che sta lassù, è mia e soltanto mia!- ripete Konica, il quale era famoso per la sua grande permalosità e il carattere litigioso. – È mia perché voglio svuotare la mia e riempire la tua… la vostra!

Il bey, quando udì la parola riempire, fecce in avanti con la testa. Dopo, guardò verso gli altri bey, come per chiedere conferma che aveva sentito bene, o no, ma non ottene risposta. Cominciò a immaginare che cosa potesse svuotare Konica e che, nel frattempo, potesse riempire lui.

Un momento sorrise. Prese il portafoglio dalla tasca della giacca e lo aprì frettolosamente…

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