Racconti

La cupa casa dei cuculi a Tirana

Tirana, Albania, anni ’80.

La piccola Brikena si era svegliata presto quella mattina. Il calendario segnava una data importante per l’Albania: il 7 Marzo, la festa dell’insegnante!
Lei aveva la fortuna, a differenza dei suoi coetanei di scuola elementare che vivevano negli edifici tutti omologati dell’edilizia statale, di vivere in una bella villetta, collocata proprio vicino a queste palazzine.

Di conseguenza aveva anche un bel giardino, il quale veniva curato da sua madre e sua nonna ed era veramente un angolo di paradiso per la varietà dei fiori e delle piante che vi crescevano sempre più rinvigorite. La piccola aveva raccolto con gioia delle rose, dei gigli e qualche tulipano da portare alla maestra per la sua festa e si era avviata verso la strada di scuola!

Si sentiva privilegiata Brikena in questo perché, nell’Albania sotto dittatura difficilmente si trovavano negozi che vendessero fiori oppure confezioni a bouquet e inoltre, considerando che in città, a differenza della campagna, i fiori decorativi era più difficile trovarli.

Lo stesso mestiere del giardiniere era al contempo poco praticato nel privato, proprio perché andava a pari passo con il sistema: le abitazioni private esistenti si scorgevano di rado, perché il sistema totalitario al potere ormai dal dopo guerra aveva abolito la proprietà privata, per cui la maggior parte della popolazione viveva in dei condomini statali e quelle poche case autoctone rimaste in possesso delle persone del posto, di certo appartenevano a famiglie che non potevano permettersi un vero e proprio giardiniere, ma naturalmente curavano i propri giardini da sé. Quei pochi giardinieri di professione ergo, erano assunti dalla grande azienda “Stato”, principalmente in punti, quali: addetti a curare i giardini fioriti delle case del “Bllok”, la residenza dell’élite del politburo comunista e per il resto, a lavorare nell’unico grande giardino botanico di Tirana oppure a curare le aiuole, gli alberi e tutto il verde degli spazi pubblici della città.

Di conseguenza i bambini, anche per quel giorno importante come la festa dell’insegnante, nonostante il desiderio continuo di regalare dei mazzi di fiori belli ed appariscenti alla maestra , non ce la avevano questa opportunità, in quanto coloro che costituivano la maggior parte degli alunni delle scuole e che vivevano nelle palazzine condominiali, al massimo potevano portare in dono alla maestra qualche fiore raccolto dai vasi e che le madri coltivavano sui balconi degli appartamenti .

Per questo motivo, quando Brikena arrivava nel cortile della scuola con questi bei fiori in mano, si faceva notare che era privilegiata anche se si trattasse di questo dettaglio semplicemente floreale, apparentemente superficiale.

Dovremmo forse aggiungere che in Albania la mera cultura della donazione dei fiori tra le persone non è che sia stata poi così diffusa, forse perché andasse in concomitanza dello stile di vita che vi veniva condotto e per i motivi di limiti e carenze appena nominati.

Il luogo in cui abitiamo e nel senso più stretto, l’abitazione propria, è sempre stato ed è tuttora indicatore del proprio status sociale.

A tale proposito, in Albania si acclamava l’uguaglianza sociale, che alla fine tanto coerente agli slogan ad essa inneggiati, non lo era.

Non semplicemente per il fatto che qualcuno possedesse una villetta in proprio e ad altri, questo rigorosamente non veniva concesso, ma per ben altri motivi che andavano oltre ed un insieme di concetti ad esso correlati …

Brikena era una bambina molto sensibile, molto affabile con tutti, sorridente ma, allo stesso tempo introversa e taciturna.

A scuola andava puntualmente accompagnata da sua madre oppure dalla nonna, la quale viveva in casa con loro.

Il suo papà invece, i compagni di scuola di Brikena, non lo avevano mai visto …

Per colmare un po’ quel senso di timidezza e riservatezza che caratterizzavano la bambina, dovuti forse alla mancanza di fratelli o sorelle – ma, dall’assenza del padre soprattutto – sua madre spesso organizzava delle merende a casa loro, in cui invitava gli amici più stretti della figlia.

Quei bambini però, nonostante l’ ospitalità effettuata dalla madre e dalla nonna di Brikena, le quali cercavano in tutti i modi di essere gentili, nel servire loro dei dolcetti fatti in casa, di permettere alla combriccola di giocare e scatenarsi nel cortile e, poco prima di lasciare casa loro, di raccogliere da quel bel giardino fiorito qualche rosa o giglio da portare in dono alle loro madri, in segno di saluto e cortesia da parte della madre di Brikena, chissà perché, in quella casa loro non si trovavano a proprio agio!

Aveva qualcosa di strano quella casa, qualcosa di triste e di cupo!

Esterno colorato e vivacizzato dai fiori a parte, all’interno era arredata da mobili pregiati ed antichi di colore scuro, che nelle case di quei altri bambini non esistevano nemmeno.

Aveva tappeti pesanti ed apparentemente costosi, nelle credenze erano esposti e ben allineati tanti servizi di porcellana pregiata, lampadari di cristallo che davano alla casa un aspetto da favola. Favola, che quei bambini avrebbero potuto vedere proposta in qualche film, infatti questo valeva più che altro, solo per chi di loro avesse mai avuto un televisore in casa. Per il resto, le favole venivano solo lette e sulla base della loro narrativa si volava lontano con la fantasia.

Ecco, in quella casa c’era il televisore, una radio, una macchina da scrivere antica e degli oggetti, agli occhi di quei bambini, compagni di Brikena, cose che provenivano “dallo spazio”e che rendevano quella casa, più che altro, simile ad un museo.

Tutte le volte che quella radio trasmetteva una canzone tradizionale folcloristica albanese dell’Albania Centrale intitolata “Kno moj qyqe se po vjen behari “ – “ Canta tu, cuculo, che la primavera sta per arrivare”, pare che questa fosse la canzone preferita della nonna di Brikena, la quale se la sentiva, da qualunque angolo della casa in cui si trovasse, allungava il passo per avvicinarsi alla radio ed alzare il volume.

La saga dei cuculi e l’orologio a cucù

Tra questi elementi di arredo, in quella casa, all’entrata c’era un grande ed inquietante oggetto, appeso al muro, un orologio a cucù!

I compagni di scuola di Brikena non ne avevano mai visto uno simile. Quando ad ogni cambio d’ora, da quel nido lavorato in legno usciva il cuculo ed emanava il suo verso, a quei bambini ospiti da Brikena, veniva trasmesso un senso di ansia! Certo, quel richiamo del cuculo dell’orologio era una cosa a cui loro non erano mai stati abituati e quella casa tenebrosa di per sé, con l’eco interno del canto del cuculo che si diffondeva tra quelle pareti, faceva accrescere in loro il senso di smarrimento e di disagio per il fatto di trovarsi proprio in quel contesto.

Le pareti erano tutte appesantite e non respiravano più dalla carta da parati, la quale emanava un forte odore di muffa. Era giunto forse il momento di sostituirla oppure di dare una rinfrescata alle pareti imbiancandole. Le foto in bianco e nero incorniciate, di membri di famiglia ormai deceduti, qualche quadro e delle teste imbalsamate di animali, appesantivano ulteriormente quelle pareti!

Avevano anche una grande biblioteca, cosa che lasciava intendere che in quella famiglia, di antenati intellettuali non ne erano mancati.

Fatto sta che anche Brikena era eccellente nell’apprendimento, la prima della classe. Sicuramente aveva ereditato il dono dell’alto quoziente intellettivo di famiglia.

Le tende erano una delle cose più notevoli di quella casa, erano quelle che forse incutevano un’enorme ansia e che facevano assumere a quella abitazione un aspetto tanto tenebroso. Le tende erano molto pesanti, doppie e scure, non lasciavano trasparire un filo di luce se non si scoprivano per bene i vetri delle finestre. Le finestre di per sé erano dotate per giunta degli scuri dall’esterno, i quali la madre e la nonna di quella bambina, evidentemente non gradivano lasciarli spalancati, ma solo ad una determinata angolazione di apertura, come se temessero la penetrazione degli sguardi indiscreti da fuori nelle camere, per cui in quella casa entrava così poca luce.

Come faceva ad essere un luogo accogliente per bambini questo contesto, nonostante gli sforzi delle donne della casa di figurare ospitali? Quella casa incuteva solo ansia.

Cuculi ovunque, sia dentro, che fuori casa. L’anziana donna e la sua conversazione con il cuculo.

Un’altra cosa insolita ed imbarazzante a cui questi bambini assistevano tutte le volte che andavano a trovare Brikena a casa sua, era anche il fatto che a inizio primavera, sua nonna, appena sentiva il verso di un cuculo che si avvicinava al loro giardino, lei usciva di corsa, come se fosse stata invece qualche persona a chiamarla!
Questo sembrava tanto incredulo, perché lei aggiungeva che non vedeva l’ora di sentire il verso di quel cuculo che la veniva a trovare nel loro giardino puntualmente, in quanto era superstiziosa e quel cuculo era premonitore, ma che per lei portasse esclusivamente notizie buone. L’anziana donna raggiungeva il fondo del giardino e si rivolgeva al cuculo sul ramo dell’albero. Quando le veniva chiesto in modo stranito da parte di sua nipote stessa, Brikena:

“Nonna, ma parli con il cuculo? Cosa gli chiedi?”

Lei rispondeva: “Ah, nipote mia, se tu sapessi …!” Ed aggiungeva:

“Niente, gli chiedo quando finiranno mai questi dolori che sento nelle mie ossa..!”

E la bambina la fissava curiosa … Curiosa come lei, la osservavano tutti gli altri bambini, amici suoi lì presenti.

L’aspetto tenebroso di quella casa, associato al temperamento taciturno di Brikena, la bambina di casa, nonostante la sua affabilità, completava il quadro di un’abitazione insolita.

Però, non per questo, quella casa non veniva frequentata dagli amici di Brikena i quali, vista l’età spensierata, nonostante notassero tutte queste differenze tra il loro modo di vivere, il loro habitat e quello della loro compagna di scuola, sapevano sorvolare con spontaneità sui dettagli e trascorrere una merenda diversa dalle altre, un’alternativa alla fine, per le loro giornate ripetitive.

Un padre sempre assente

Il padre di Brikena non si faceva mai vedere né durante questi pomeriggi in cui la loro casa veniva frequentata dai compagni di scuola della figlia, né in feste o eventi scolastici, e la cosa sembrava tanto strana e contrastante, perché la famiglia come istituzione sociale nel periodo totalitario albanese era senza dubbio sana e completata dalla madre e dal padre dei bambini, entrambi molto presenti nella vita comunitaria e sociale dei propri figli.
Le domande sull’assenza del padre di Brikena iniziarono a diventare assillanti tra i suoi amici man mano che quei bambini crescevano ed avevano lasciato le elementari, frequentavano ormai le scuole medie, essendo entrati nella fase preadolescenziale di vita.

Sottovoce iniziò a girare la notizia che i genitori di Brikena erano separati!

Qui però, subentravano una serie di altre contraddizioni, in quanto per l’etica morale comunista e l’ideologia che vigeva in Albania sotto dittatura, una famiglia con coniugi separati era molto stigmatizzata nella comunità. La donna soprattutto era colei, che in una società patriarcale come quella albanese, veniva più emarginata e disprezzata, se divisa dal marito. Aveva delle conseguenze anche sul luogo di lavoro.

Ma tutto questo non era il caso della famiglia di Brikena, o meglio: sua madre era molto rispettata, sia dalle amicizie, che a scuola dalle maestre quando veniva ad interessarsi sull’andamento scolastico della figlia, altrettanto sul luogo di lavoro lei non aveva subito alcuna ripercussione, anzi ricopriva un ruolo da dirigente in un’importante ente statale.

Tale ruolo, quello di una donna con “la macchia del divorzio”, con la società albanese che viveva sotto il totalitarismo, non sarebbe stato compatibile!

E non solo: quando succedevano questi divorzi tra le coppie, solitamente la donna era colei che sentiva il maggiore peso ed emarginandola dalla società, di certo non le si lasciava spazio per vivere in una villetta lussuosa! Sarebbe stato già tanto assegnarle un piccolo monolocale isolato nelle palazzine comunali.

“Ku ka zë, s’është pa gjë!” – “Le dicerie che nascono possiedono in fondo una base di verità”

Sussisteva una marea di incongruenze nel destino di quella famiglia, nella loro gestione di vita!

In Albania esiste un detto: “Ku ka zë, s’është pa gjë!”, il quale in italiano si interpreterebbe nel seguente modo:
“Nel momento in cui nascono delle dicerie su una persona, queste non sono del tutto infondate e qualcosa di vero o una correlazione effettiva tra queste dicerie e le considerazioni su quella persona, c’è sempre!”

Ed alla voce del popolo si è sempre dato credito, volente o nolente.
Si era per l’appunto sparsa voce sull’arresto di una persona che viveva nel loro quartiere. L’accusa a lui inflitta sarebbe stata quella perseguibile penalmente dal codice penale albanese in vigore di “Agitazione e propaganda” contro il sistema al potere, avvenuta nella modalità della trasgressione da parte sua, attraverso l’ascolto di una emittente radiofonica straniera.

Il tutto avveniva in un periodo in cui l’Albania viveva in totale isolamento e censura ed agli albanesi veniva categoricamente proibito di seguire Tv o radio straniere.

Unica cosa però, che aveva lasciato sbalorditi tutti nel quartiere, era stato il fatto che il suo arresto fosse avvenuto solo pochi minuti dopo che da casa loro fosse uscita una donna e quella donna, per stupore di tutti era stata proprio la madre di Brikena!

Lei era andata da loro a prendere un caffè con la sorella di colui che in seguito sarebbe stato ammanettato. Grossi interrogativi iniziarono a frullare nella testa delle persone, spargersi a macchia d’olio e il nome della madre di Brikena iniziò ad essere sulla bocca di tutta la gente di quartiere. Rigorosamente in silenzio ci si chiedeva:

“Quell’uomo, era stato denunciato dalla madre di Brikena?

Lei, questo lo faceva di mestiere? Lei era una cavia del “Sigurimi i Shtetit”, il famigerato servizio segreto albanese durante la dittatura? Aveva denunciato e fatto arrestare altri prima di lui?

E pareva purtroppo di sì …
A questo punto, suo marito dove si trovava in tutti questi anni? Si erano divisi per questo, lui le aveva abbandonate moglie e figlia, per la scelta della moglie di fare la spia di Sigurimi? Oppure c’era dell’altro?“

Colei che naturalmente continuava a non darsi pace per l’arresto del fratello, al quale molto presto sarebbe stata inflitta la condanna dell’ergastolo oppure addirittura, lo avrebbero fucilato, era stata sua sorella Rina. O meglio, la persona che aveva invitato la madre di Brikena a prendere un caffè quel maledetto giorno in casa propria. Il loro incontro, al posto di costituire un ritaglio di tempo confidenziale consumato tra amiche, avrebbe segnato l’ultimo istante in cui lei stessa avrebbe visto suo fratello…

Per giunta, Rina aveva da poco terminato la lettura del romanzo di un noto autore albanese. Uno di quei romanzi per la verità scritti bene, con dettagli tecnici esaurienti e basato su storie e personaggi reali, con capacità professionali lodevoli da parte dell’autore del realismo socialista, ma che per contenuto non poteva che essere contagiato dalla dottrina comunista e di conseguenza, scritto in modo arbitrario, inneggiando ai comunisti e denigrando gli avversari del regime.

“Mërgata e qyqeve” – “La migrazione dei cuculi”

Il romanzo si intitolava: “Mërgata e qyqeve” – “La migrazione dei cuculi”, di Nasho Jorgaqi.
“I cuculi”erano la personificazione dei dissidenti del regime totalitario, ormai illegalmente al di fuori dei confini del paese.

Il cuculo non fa il nido. Non ne ha bisogno, dato che approfitta di quello degli altri. Sono parassiti rinomati.
Loro in realtà erano evasi dalla grande gabbia Albania e vivevano liberi in un’altra terra. Senza tralasciare l’intenzione di rientrare un giorno per liberare l’Albania dai comunisti di Enver Hoxha.

Questi esiliati si erano allontanati dall’ Albania una parte di loro, prima della guerra ma, la maggioranza subito dopo la guerra – dopo il 1944 – con l’ascesa del comunismo ed erano stati ex- bey, kulaki e aga, ricchi proprietari terrieri albanesi, ex-esponenti del movimento del Fronte Nazionale Albanese (Balli Kombëtar), ex – esponenti del movimento “Legalità”, (Legaliteti), sostenitori del re Zog. Tutti avversari dei comunisti.

Quasi tutti collocati principalmente negli Stati Uniti, ma anche in Australia e sparsi in Europa.

Degli altri esiliati hanno raggiunto la comunità dei precedenti connazionali sistemati all’estero, varcando illegalmente il confine albanese con Jugoslavia o Grecia durante dittatura, rischiando la vita al confine.

Molti di loro in realtà sono morti sulla linea stessa di confine oppure, quelli catturati, sono stati torturati e fucilati in seguito e le rispettive famiglie rimaste in Albania, hanno passato la vita nei più feroci campi di internamento comunisti albanesi. Una parte di loro ricattati, diventavano agenti al servizio del Sigurimi (I servizi segreti albanesi) ed infiltrati alla comunità degli esiliati politici albanesi all’estero.

Ecco, a questa comunità di rifugiati politici albanesi all’estero, l’autore sopraccitato nella trama indottrinata del suo romanzo, attribuiva la definizione “cuculi”, “La migrazione dei cuculi”.

Li definiva “cuculi”, associando ai dissidenti ed agli avversari dello Stato Albanese, le caratteristiche degli uccelli migratori solitari.

Ergo, c’era anche l’altra parte di “esiliati” speciali.

Questi erano gli infiltrati del Sigurimi (I servizi segreti albanesi) tra le file delle associazioni anticomuniste albanesi all’estero.

Chissà perché, a Rina, la sorella di quell’uomo da poco arrestato sotto un’eventuale soffiata da parte di una donna per aver ascoltato la radio straniera – probabilmente dalla madre di quella bambina, Brikena – dopo aver letto questo romanzo, dei forti brividi le attraversarono tutto il corpo.

Iniziò ad associare dei dubbi, delle insinuazioni a lei sorte finora, ad una realtà evidente.
Molte domande che recentemente avevano iniziato a porgersi in quartiere su quella donna, madre di Brikena, gradualmente iniziavano ad avere delle risposte, su cui conferme o veridicità, naturalmente avrebbero atteso un altro po’ di tempo.

Una cosa era certa:
Quella donna “separata” dal marito – a differenza di altre trovatosi in situazione analoga – non era mai stata stigmatizzata dalla comunità, anzi ne era stata sempre rispettata.

Sul posto di lavoro non aveva subito ripercussioni, anzi era una dirigente di un ente statale.
Non era stata spostata a vivere con la bambina e con la madre anziana in un piccolo monolocale, destinazione solita quest’ultima per le donne separate dai mariti nel periodo totalitario, le quali si allontanavano dal tetto coniugale.

Al contrario, vivevano in una bella villetta nel cuore della città.

Era per questo motivo che l’anziana donna, la nonna di quella bambina, Brikena tutte le volte che nella loro cupa casa, in primavera le faceva puntualmente visita un cuculo – “Qyqja” in albanese – il quale ne preavvisava l’arrivo con il suo inconfondibile verso, si dirigeva verso la fine del giardino, in una zona un po’ appartata, trasformata un po’ da suo osservatorio a distanza sul mondo, laddove l’uccello grigiastro migratore si posava sul solito albero e conversava con lui tra un richiamo del cuculo ed un altro.

Perché forse proprio tra quei cosiddetti cuculi in migrazione – com’era solito chiamare i dissidenti albanesi del regime totalitario nel loro nido all’estero – era stato infiltrato dal Sigurimi, il suo unico figlio.

E quel cuculo grigiastro a lei sembrava che portasse notizie da lui, dagli Stati Uniti d’America, in Albania.

La saga dei cuculi aggiunge un nuovo capitolo

Pare che la primavera del 1991 in Albania fosse arrivata in un modo talmente burrascoso, da portare con sé un forte vento di cambiamento, il quale avesse spazzato via anche quel vecchio nido di cuculo dall’albero dell’ omonima casa.

Pare che quella primavera fosse stata l’ultima per la donna anziana, in cui poter salutare il suo cuculo. Non lo vide mai più, anche perché la donna stessa cambiò vita.

Lo stesso anno, con l’arrivo della democrazia in Albania, Brikena e sua madre invece, avrebbero intrapreso così come buona parte della popolazione albanese, la lunga strada dell’emigrazione.

Chissà perché loro scelsero proprio gli Stati Uniti d’America come destinazione, come luogo in cui emigrare, il rinomato nido d’eccellenza, “dei cuculi albanesi in migrazione”

Forse perché lì c’era già un bel nido comodo e accogliente, opera di chissà quale architettura, costruito con chissà quali stratagemmi, che attendeva da anni questo ricongiungimento, da poterlo finalmente considerare un nido al completo …

In questo modo, la saga dei cuculi, non avrebbe iniziato un nuovo capitolo facendo affidamento al principio di un vero cuculo, a quello di insediarsi in un nido già pronto …?

Argomenti
Leggi tutto

commenti per “La cupa casa dei cuculi a Tirana”

Potrebbe interessarti anche

Close
Close