Racconti

La casa dell’infanzia

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato l'arte del vivere come fratelli

Mi chiamo Nina.
Sono venuta alla luce negli anni’90, in un tempo e in un luogo fortunati, libera di fare scelte impossibili per generazioni di donne che mi hanno preceduta nel mio Paese e per molte altre che vivono nel mondo. Provengo da un periodo di tumultuosi cambiamenti sociali, a partire dalla caduta del regime comunista, all’esodo biblico degli immigrati verso l’Italia, alle piramidi finanziarie, fino alla guerra nei Balcani.

Ho trascorso la mia infanzia serena in un paesino nel nord dell’Albania, adagiato dolcemente su colline dalle curve morbide. Un luogo cosi’ magico che sembrava di vivere in una fiaba.

Sono cresciuta respirando tutti i profumi delle erbe di campo e degli alberi, che mutano seguendo gli umori delle stagioni.

Sono diventata grande sotto un cielo azzurro vivido e tra gli infiniti verdi della natura.

Amavo camminare nei prati e nei boschi, ma la cosa che adoravo più di ogni altra era distendermi sull’erba a guardare le nuvole.

Ce n’erano sempre di nuove, piccole, grandi, arruffate, striate e per ciascuna fantasticavo una somiglianza con personaggi che solo io potevo vedere e che vivevano lo spazio di qualche minuto per poi trasformarsi in qualcos’altro. E anche quando non stavo a guardarle, le nuvole erano dentro i miei pensieri, come inseparabili amiche immaginarie. Sì, ero una bambina sognatrice.

“Nina, hai sempre la testa tra le nuvole!”

Mia nonna lo ripeteva continuamente e non c’era nulla di più vero.

D’altronde nonna preferiva Nina versione Pippi Långstrump (Pippi Calzelunghe) che Mimoza Llastica (Mimosa capricciosa).

La mia svagatezza aumentava di giorno in giorno. Passavo ore e ore a guardare le nuvole e avevo preso l’abitudine di disegnarle.

Riempivo i quaderni, il diario, gli album. Un giorno, la nonna era arrivata a casa raggiante con un bel pacco regalo.

“Questo è per te”, aveva detto col tono perentorio.

“Ma non è il mio compleanno!”, avevo replicato.

La sorpresa fu davvero enorme. Il pacco conteneva una cassetta piena di tubetti di colori acrilici, insieme a una serie di pennelli e alcuni piccoli cartoni telati su cui poter dipengere. Rimasi letteralmente a bocca aperta. Ero al settimo cielo dalla gioia. Le saltai al collo e le promisi che il primo quadro sarebbe stato per lei. Le avrei donato la mia prima nuvola dipinta.

“C’è un’altra cosa. . . “, disse a quel punto nonna. E lo disse con un’aria così seria che il mio entusiasmo si placò all’istante.

“E’ arrivato il momento che tu vada a vivere in città. Avrai una bella casa, la tua villa bianca, la tua stanza, nuovi amici. E i tuoi genitori, che ti amano più di ogni altra cosa al mondo”. Parlò con molta calma e scandendo bene le parole, quasi volesse rendere più concreto il discorso. La guardai ammutolita, sgranando gli occhi. Poi la guardai nuovamente. Nonna trattenendo le lacrime, sorrideva dolcemente. Mi gettai tra le sue braccia, piangendo per la tristezza.

“Su, bambina mia, va tutto bene. Stai tranquilla”, ripeteva la nonna, mentre mi accarezzava la testa.

“Stai tranquilla, Nina, potrai venire a trovarmi tutte le volte che vorrai”.

Il mese che seguì fu davvero strano. Anche se sono trascorsi moltissimi anni, lo ricordo bene. Ero disperata per il dover lasciare la mia amabile nonna, la mia vita spensierata e il mio paese di colline verdi e di cieli azzurri. Avrei mai trovato uno scorcio di cielo tra i palazzi della città per poter guardare indisturbata le nuvole?

Fu allora che dipinsi il mio primo quadro. Era a tutti gli effetti la mia prima nuvola, ma poteva essere qualsiasi cosa.

Sicuramente era un astratto fatto di molti colori. Come una promessa, lo lascia alla nonna. Poi, insieme alle mie cose, impachettai i colori e i pennelli per portarli con me. Partii il 12 novembre, il giorno del mio compleanno. Lacrime solitarie scendevano dal viso della mia nonna, mentre lo zio le cingeva il braccio intorno alle spalle. Restavano solo sospiri che il vento avrebbe portato lontano come foglie ingiallite nel triste autunno della mia vita. In ginnocchio sul sedie posteriore dell’automobile, guardavo dal lunotto e li vedevo, in piedi in mezzo alla strada, diventare sempre più piccoli, mentre mi allontanavo in direzione della mia nuova città.

Non fu semplice.

Nulla lo fu.

La nuova casa era bella, grande, in una periferia gradevole, ma per me sconosciuta e ostile.

Tirana non mi ascoltava.

Tirana non mi capiva.

Mi mancava svegliarmi la mattina su quel letto, nel grande salone allestito apposta da mia nonna per i miei profondi e lunghi sonni ristoratori. Mentre uno spiraglio di luce sfolgorante mi trapassava gli occhi socchiusi, il canto del gallo mi risuonava dentro come un sogno lontano. Ad un tratto si apriva lentamente la grande porta di quel salone e due mani morbide mi sfioravano delicatamente il viso come un vento caldo e avvolgente che arrivava all’improvviso per regalarmi il brivido di un istante eterno. Quello era il momento in cui, silenziosamente, da una sola occhiata in un contatto etereo, intendevo uno sguardo di vero amore, una evocazione palpitante di immensità luminose e di vibrazioni di luce soprasensibile. Mi mancava, mia nonna, la tigre con gli occhi d’arancia. Li notavi anche se non volevi, quegli occhi. Mi mancava, mia nonna, la padrona del mondo. Mi mancava, mia nonna, la regina del mio cuore.

Mi aveva promesso nonna che sarebbe stata sempre con me, come il vischio e la corteccia della quercia, che niente e nessuno ci avrebbe mai diviso.

Mai!

Ma su questa terra è vietato soggiornare a lungo. Il mio mondo sicuro racchiuso in una gabbia da cui nessuno e niente poteva scappare via, non esisteva più.

Avevo perso un pezzo di cuore, per sempre. Un pezzo di cuore che non sono mai riuscita a ricostruire. Che nessuno, nessun uomo, nessun successo, neanche i miei figli e l’amore incondizionato dei miei genitori potranno aiutarmi a rigenerare. Nell’illusione di poter dimenticare, di poter riempire il vuoto, di poter colmare il dolore, ho continuato a vivere, più forte di prima. Ma più sola di prima.

Da allora, Nina è diventata un’altra: Blerina. E’ strano, sai, tutti pensano, credo, che la mia vita sia cambiata con il trasferimento a Tirana. Invece no. E’ stata allora, quando avevo solo sette anni, che la mia vita è cambiata. E’ stato allora che, per la prima volta ho dovuto prendere in mano me stessa, la mia anima, le mie paure, il mio coraggio. E’ stato allora che ho capito che il mondo che mi circondava, sicuro e stabile, quel bozzolo caldo era un’illusione, ma di quelle che augurerei a tutti i bambini. E’ stato allora che ho compreso perché nonna mi aveva ingannato. Ad ogni ora, dal teleschermo di casa, giungevano immagini della guerra in Kosovo.

Talvolta si trattava di stelle che solcavano il cielo, velocissime, lasciandosi dietro una lunga scia luminosa. Nonna mi aveva ingannato. Non erano stelle, ma bombe che seminavano distruzione e morte. E infatti seguivano le immagini di edifici distrutti, di un ponte troncato, per metà finito nell’acqua di un fiume. “Sono gli effetti della caduta delle stelle”, così ripeteva nonna. Poi seguivano le riprese dei campi profughi. Si vedeva bene il filo spinato delle frontiere, i soldati in tuta mimetica, i bambini con il volto coperto di sangue. In realtà, nonna mi aveva spiegato che si trattasse di succo di pomodoro. Sembrava un film di Rambo, ma Rambo non c’era.

Perchè?! E poi il fango, e quella gente che faceva la fila per una coperta con cui ripararsi sotto la pioggia. E tutte quelle tende nuove, che sembrava di essere al campeggio, ma tutte ancora vuote. Perché?!E tanti bambini affamati, tante donne, giovani, vecchie, e le lacrime. Perchè?! Quella gente massacrata parlava la mia stessa lingua, la nostra stessa lingua. La lingua dell’UMANITA’.

“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato l’arte del vivere come fratelli”

Ripeteva continuamente questa frase di M. L. King, mia nonna.

Continuamente…

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