Alleanza per il Nord AlbaniaInterviste

Albania: Paola, professione veterinaria

"In Albania c’è proprio bisogno di questo: l’apertura ad una nuova prospettiva di gestione anche quando non si ha tanto margine di investimento". Un incontro con Paola Gjoni, giovane veterinaria albanese

“In Albania c’è proprio bisogno di questo: l’apertura ad una nuova prospettiva di gestione anche quando non si ha tanto margine di investimento”. Un incontro con Paola Gjoni, giovane veterinaria albanese

Paola Gjoni ha ventisette anni. È nata a Fushë Arrëz dove ora vive. Si è laureata in veterinaria nella capitale Tirana. Attualmente lavora presso il municipio locale come ispettrice veterinaria. Da qualche mese inoltre si occupa dell’assistenza tecnica in un programma di sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento promosso da RTM e Cospe, due ong italiane. L’abbiamo incontrata in Italia, mentre accompagnava un gruppo di allevatori albanesi a visitare alcune stalle situate sull’Appennino reggiano.

Come mai la scelta di diventare veterinaria?

Fin da piccola ho avuto un legame molto particolare con gli animali. Assieme a mio padre sognavamo un allevamento di cavalli. Forte di questa passione ho fatto il test di ammissione a veterinaria. Non ero molto sicura di riuscirci ma ce l’ho fatta. Purtroppo l’allevamento di cavalli rimane ancora lì, come progetto per il futuro.

Cosa significa essere una veterinaria in Albania? Vi sono molte ragazze che hanno fatto questa tua scelta?

Le donne che decidono di intraprendere questa carriera sono ancora molto poche, tanto che nel mio corso alla Facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Tirana le ragazze erano 15 su 70 studenti. Ancora meno sono quelle che terminato il ciclo di studi diventano veterinarie “da campo”, specialmente in zone remote e difficili come quelle delle montagne del nord Albania. Sicuramente essere donna rende questo lavoro più difficile ma il rispetto che mi sono guadagnata con la professionalità tra gli allevatori è la chiave per superare iniziali stereotipi e pregiudizi.

Alla luce della tua esperienza lavorativa, come giudichi il tuo percorso formativo? Quali i pregi, quali le carenze?

Ho buona opinione dell’Universiteti bujqesor i tiranes, il polo universitario che racchiude le facoltà di medicina veterinaria, agraria, agronomia, agrobusiness, scienze forestali. Nel 2017 ha celebrato i suoi 65 anni di attività, gode di una buona fama nei Balcani e dispone di un corpo docenti di buon livello. Sono soprattutto i docenti ad aver permesso di superare alcune difficoltà che la facoltà, come molte altre istituzioni albanesi, continua ad avere come conseguenza della transizione post-regime e degli anni turbolenti che sono seguiti: in particolare la carenza di attrezzature e la mancanza di esperienze pratiche per gli studenti. Tuttavia i segnali sono positivi: l’università ha ad esempio saputo creare una rete di collaborazioni con altri istituti, balcanici e non, ed è entrata nel programma Erasmus.

Anche all’interno del progetto “Alleanza per lo sviluppo e la valorizzazione dell’agricoltura familiare nel nord dell’Albania”  si sta cercando di creare sinergie con l’università, con due iniziative in cui sarò direttamente coinvolta: la realizzazione di un manuale pratico sul settore ovi-caprino ad uso degli allevatori; un breve tirocinio pilota che vedrà una decina di studenti operare per una settimana nelle aree di progetto a fianco dei nostri veterinari. Si tratta di un inizio ma sarà fondamentale per gli studenti degli ultimi anni di medicina veterinaria avere un riscontro di quello che potrà essere il loro lavoro sul campo e confrontarsi con chi ha intrapreso questa carriera prima di loro.

Come vivi questo tuo duplice impegno professionale, da una parte presso la municipalità di Fushë Arrëz e dall’altra nel programma “Alleanza per lo sviluppo e la valorizzazione dell’agricoltura familiare nel nord dell’Albania”?

Il lavoro presso il municipio fa parte della mia quotidianità professionale. Nel progetto trovo poi la massima soddisfazione come veterinaria. Vedo ogni giorno nuove stalle, gente contenta di costruire qualcosa per il proprio futuro e allo stesso tempo vedo che quanto fatto stimola altamente l’intero comparto agricolo albanese.

Quali le tue attività specifiche all’interno del progetto di sviluppo agricolo nel nord dell’Albania?

La mia figura è quella di specialista veterinaria. Sostanzialmente mi occupo delle profilassi, del pronto intervento durante un’epidemia e assisto gli allevatori che vogliono introdurre novità nel loro gregge. Mediamente due volte al mese visito e assisto le fattorie che ne hanno bisogno.

Quali le tue considerazioni dopo la recente visita ad alcune aziende italiane?

Penso che tutti gli animali del mondo siano uguali e necessitino di essere curati. Ovviamente i metodi e le tecnologie messe in campo variano e dipendono molto dalla capacità della singola fattoria. Qui sull’Appennino reggiano mi sono piaciute molto alcune stalle che hanno un alto rendimento ma con investimenti iniziali contenuti. In Albania c’è proprio bisogno di questo: l’apertura ad una nuova prospettiva di gestione anche quando non si ha tanto margine di investimento.

Quali a tuo avviso i settori dell’agricoltura albanese che hanno più potenziale?

L’Albania è molto variegata sotto questo profilo e ogni area ha potenziali differenti. Sicuramente nella zona montana in cui operiamo la filiera ovi-caprina è un elemento fondamentale, sia perché garantisce sostentamento a migliaia di famiglie, sia perché ha un potenziale enorme che ancora deve essere sviluppato. Frutti di bosco, erbe medicinali e aromatiche rappresentano altri settori interessanti per la zona, il cui sviluppo dovrebbe accompagnarsi a quello del turismo montano.

Ciononostante gli ostacoli dovuti alla carenza infrastrutturale, alla marginalità di queste aree e alla diffusa povertà sono molti. Ma soprattutto occorre iniziare a lavorare sull’innalzamento degli standard delle produzioni locali e aiutare i produttori locali nel percorso di avvicinamento all’Unione Europea.

Vi sono giovani in Albania che scelgono il settore agricolo?

Penso che in questi anni ci sia più movimento. I giovani che hanno lavorato nelle fattorie in Grecia e in Italia hanno capito che è meglio rientrare e investire nel proprio paese. Per questo mi sento di poter affermare che c’è più coinvolgimento giovanile in agricoltura rispetto al recente passato. Dieci anni fa ad esempio non era così, le persone che optavano per l’emigrazione erano molte di più.

Il tuo futuro lo vedi in Albania?

Non ho un piano preciso. Per il momento sono in Albania e sono felice di esserci.


Progetto

Attenzione al destino di intere famiglie, attenzione allo sviluppo delle comunità locali, attenzione al paesaggio, attenzione ai temi dello sviluppo economico. Sono questi, in sintesi, gli elementi cardine che l’Alleanza per lo sviluppo e la valorizzazione dell’agricoltura famigliare del nord Albania si propone di mettere in moto, lavorando a partire dai saperi tradizionali, dalle produzioni tipiche e dal ruolo della donna.

Lanciato il 4 luglio dalla città di Pukë, questo progetto triennale è promosso da due ong italiane – Reggio Terzo Mondo (RTM) e Cooperazione per lo sviluppo paesi emergenti (COSPE) – con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). L’obiettivo dell’iniziativa può suonare “tradizionale” – lo sviluppo eco-sostenibile di uno dei territori più arretrati dell’Albania – ma la rete e il metodo che si propongono di realizzarlo sono innovativi. Agropuka, visto il suo ruolo nella regione, partecipa all’iniziativa come membro permanente del Comitato di Gestione del Fondo di Dotazione per lo Sviluppo dell’Agricoltura Familiare, schema di finanziamento previsto da progetto.


Questa intervista è stata originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Realizzata da Nicola Pedrazzi, Davide Sighele

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