Storia

New York Times, 9 maggio 1911 – La Giovanna d’Arco Albanese

Cettinje, 9 maggio 1911. Una giovane ragazza, il cui nome di battesimo corrisponde a Giovanna d’Arco, viene ora cantata nelle liriche dei rapsodi Montenegrini, in locande e caffetterie di Podgorica...

Cettinje, 9 maggio 1911. Una giovane ragazza, il cui nome di battesimo corrisponde a quello della pulzella d’Orleans – Jeanne d’Arc, viene ora cantata nelle liriche dei rapsodi Montenegrini, in locande e caffetterie di Podgorica.

Quando nella battaglia di Vranina (Vranje) la scorsa settimana suo padre, il comandante ereditario della sua stirpe, cadde, lei prese il suo posto e portò i Martinaj alla vittoria contro i Turchi.

Al di là della parte romantica di questa faccenda, ammesso che Yanizza Martinaj è molto bella, la battaglia si è mostrata importante dato che i Montenegrini della frontiera si sono uniti agli Albanesi.

Secondo una persona che la conosceva personalmente, questa novella Giovanna D’Arco non ha ancora 22 anni, ed è “una giovane donna alta, bella e ben formata. Tutte le donne albanesi sono coraggiose e allenate sin dalla loro adolescenza ad usare armi da fuoco e, in tempo di guerra, in assenza di muli, si caricano sulle spalle le provviste e le munizioni per i loro soldati e vanno a distribuirle in prima linea.”

“E vengono uccise a volte?”

“Certo, succede spesso.”

“Probabilmente Yanizza ha portato un fucile dei Martinaj ; oppure, dato che molti di quelli dei Martinaj sono stati confiscati l’anno precedente dai Turchi, la sua arma dovrebbe essere stata forse tra i più vecchi modelli albanesi, decorati profumatamente d’argento e con una canna molto lunga e stretta.

Sparare è quasi l’unico divertimento di uomini e donne di giovane età in Albania. Entrambi ragazze e ragazzi imparano a tirare a 12 anni. Ai matrimoni i partecipanti si divertono ballando e sparando, e anche in occasione delle nuove nascite tirare con armi da fuoco rimane il divertimento principale- colpire l’obiettivo per qualche piccolo trofeo – e alle festività ci sono spari per tutto il giorno.

Questa è una delle maggiori difficoltà che i Turchi devono affrontare, perché ciò fa parte della vita nazionale; la gente usa i propri fucili di giorno e ci dorme accanto la notte. L’usanza è cresciuta col prevalere dell’insicurezza a causa delle vendette interne al paese e dei problemi di confine fuori paese. “Fisicamente gli Albanesi sono la razza più aggraziata in Europa.

Le loro donne sono belle, con capelli scuri, anche se i loro occhi sono spesso grigi. Vederle camminare è una delizia. A noi piace vedere il ballo in Serbia. La prima volta che vidi camminare una Albanese mi diede lo stesso tipo di piacere. I loro movimenti sono così graziosi: eleganti e forti allo stesso tempo”.

“Sì, sono una razza molto fine e molto dotata. Sono come gli Scozzesi del diciassettesimo secolo, e saranno via via la razza più raffinata dei Balcani, sia intellettualmente che fisicamente. Se vai a Costantinopoli troverai che molti degli uomini più distinti, non solo soldati ma anche statisti, sono Albanesi.

Il loro difetto, dato il loro attuale livello di civilizzazione, è che non afferrano l’idea di Stato. Il clan è la loro più alta forma di organizzazione, non riescono a vedere l’importanza del combinare il clan con una più sviluppata organizzazione per la costruzione di uno Stato. Ma ci arriveranno.”


New York Times, 9 maggio 1911 - La Giovanna d’Arco Albanese
Le Petit Journal, quotidiano parigino, 1863-1944

L’articolo pubblicato il 9 maggio del 1911 dal New York Times, rappresenta un pezzo della storia degli albanesi al tempo delle insurrezioni contro quel che rimaneva dell’Impero Ottomano e per la causa di riunificazione dei territori nazionali. Vi è inoltre un importante aspetto descrittivo che riprende la natura epica e la vita sociale di una nazione che nascerà da lì a un anno; nel 1912.

Ancora più importante è la rincarnazione di una Giovanna d’Arco, come parte essenziale del ruolo della donna nella storia della nazionale albanese.

Yanizza Martinaj è Tringa Smail Martini Ivazaj

Tringa e Smajl Martinit

La ragazza presentata con il nome di Yanizza si pensa sia l’eroina nazionale Tringë Smajl Ivezaj , della regione di Grude , appartenente al Montenegro dopo la Prima Guerra Mondiale.

Alcuni dati storici pubblicati dalla regione di Malesi e Madhe rilevano che Tringa è nata nel villaggio di Ksheve nel 1870, figlia del condottiero Smail Martini di Gruda, che faceva parte della Lega Albanese di Prizren. Suo padre viene condannato per motivi patriottici nel 1883 da un tribunale turco, e deportato in Anatolia da dove non tornerà mai.

In seguito trovarono la morte anche i due fratelli, Zefi e Gjoni, in una battaglia contro i Montenegrini per la protezione di Hot e Grude. Al ché, Tringa insieme al cugino oramai condottiero di Gruda, Dedë Nikë Ivezaj, e per mantenere la parola data a sua padre, entra a far parte dell’esercito dei Malesori (Gente di Montagna) guidato dall’eroico Ded Gjo Luli, onorando la sua casata.

La ragazza viene ricordata come una giovane dall’aspetto misto tra una amazzone con il fucile (adhti) sempre pronta a tracolla, e una raffinata e bella donna che rifiuta di vestirsi da uomo come usava fare il gentil sesso una volta arruolato nell’esercito.

La “Burrnesha” (donna con qualità morali di una uomo) non solo prende il ruolo del padre negli affari di casa, ma diventa una preziosa stratega dei parlamenti che si tenevano tra le valli delle montagne albanesi di “Malesia e Madhe”, e consigliera di guerra inestimabile del generale Ded Gjo Luli.

Durante l’insurrezione e la successiva battaglia di Duciq, del 1911, Ded Gjo Luli le chiese di fare la spia per trovare le esatte posizioni e la composizione dell’esercito turco. Lei entrò nel ruolo della brava donna albanese, si caricò sulle spalle la legna e passò i posti di bloccho dei turchi dando un importantissimo contributo alla vittoria della battaglia di Deciq, il 7 luglio 1911.

In tutti gli anni di combattimento, Tringa condusse la donne a combattere a fianco degli uomini, organizzò le cure mediche per i feriti, e trasportò le munizioni e le provviste da una parte all’altra per i soldati, con l’aiuto di altre sue compagne. La sua figura era molto sentita nei clan delle tutte le provincie del nord Albania.

Quando si oppose alle pratiche della vendette e faide tra le famiglie come raccomandava il Kanun, la sua opinione riuscì a riappacificare molti dei “fis” (cerchie familiari) in attesa di vendetta. Si dice che persino il grande Gergj Fishta disse di lei: “non vi è uomo che la superi per sapienza e coraggio”.

Non mancava nel proteggere e sostenere i diritti delle donne, e si batté nei parlamenti per affermare il loro diritto di scelta dell’individuo per il matrimoni e affinché venisse riconosciuto l’essenziale ruolo in guerra e nella conduzione familiare della donna. Finita la guerra contro i turchi, vendette i suoi terreni per aprire delle scuole nell’Albania del nord. Non si sposò mai e morì per una grave malattia all’età di 47 anni.

Tra coraggio e paradossi

Il paradosso della donna albanese, posta da una parte in uno status inferiore nella vita sociale e attiva rispetto all’uomo dalle leggi del Kanun, dall’altra riprende forza il suo ruolo di eroina o Giovanna d’Arco nelle battaglie per l’indipendenze e nelle controversie delle faide tra famiglie.

Così si ricordano alcune di loro come Nore Kolja, la nuora di Ded Gjo Luli che combatté accanto a lui. Mentre altre figure femminile della storia d’indipendenza albanese, ad esempio Nora di Kelmend uccide il Pashà ottomano che voleva ridurre in cenere la sua terra Malesia e Madhe nel VII° secolo, come anche l’eroina guerrigliera kosovara Shote Galica (1895 – 1927) che per 12 anni combatté accanto al marito nell’esercito di liberazione e unificazione nazionale, fino alla sua morte.

nora shota

In quel tempo gli albanesi, uomini e donne, raffinati e coraggiosi come li riporta il NYT, ritengono l’arma da fuoco una strumento di massima espressione delle loro manifestazione gioviali e della loro libertà. Ma vivono un grande paradosso: non concepiscono l”alta organizzazione” di uno stato a cui alienare la protezione della loro libertà e dei loro diritti.

Oggi, a più di 100 dalla pubblicazione di quell’articolo e d’indipendenza nazionale, accantonato il valore storico dello scritto, sembra che tuttavia si possa rendere attuale il contenuto quando parla livello di civilizzazione per l’organizzazione di uno Stato, ed usare lo stesso conclusivo pronostico dicendo: “ma ci arriveranno”.


Nota:

La copertina de Le Petit Journal del 28 maggio 1911 (la prima immagine dell’articolo) riprende l’articolo di New York Times pubblicato il 9 maggio dello stesso anno

Fonti:

Video – Tringa e Grudes

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