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Il Kanun di Skanderbeg, a cura di Donato Martucci e Genc Lafe

Un eroe, un personaggio, un militare tra Adriatico e Mediterraneo, tra Albania e Regno di Napoli. Giorgio Castriota Scanderbeg. Siamo ad una celebrazione importante. 550 anni fa moriva il condottiero. Per conoscerlo meglio vi presentiamo "Il Kanun di Skanderbeg", degli autori Donato Martucci e Genc Lafe.

Nel dicembre del 2017 è uscito “Il Kanun di Skanderbeg – Con la traduzione integrale del Kanuni i Skenderbegut di Frano Illia”, degli autori Donato Martucci e Genc Lafe. L’opera è apparsa nel 5° Volume della Collana Iuridica Historica, Collana dei Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto, diretta da Francesca Lamberti.

È un’opera lungamente attesa nel mondo della ricerca storica e antropologica: la prima traduzione in italiano [e quindi in una lingua europea accessibile] della raccolta di consuetudini giuridiche albanesi che va sotto il nome di “Kanun di Skanderbeg”.

Si tratta di consuetudini storicamente vigenti nella regione dell’Albania centrosettentrionale di Dibra, Kruja, Kurbin, Benda e Martanesh: nonostante il principe-eroe da cui prende il nome la consolidazione, Giorgio Castriota Skanderbeg, sia vissuto nel XV secolo, analogamente all’altro ‘estensore’ del Kanun più noto, Lek Dukagjini, si reputa comunemente che le previsioni contenute nella raccolta abbiano origini assai remote, addirittura preromane.

Esso contiene altresì disposizioni relative alla koiné religiosa islamica, oltre che a quella cattolica, essendo entrambe le religioni praticate nella regione. In mancanza di attestazioni scritte deve presupporsi la trasmissione orale del nucleo portante delle regole in esame attraverso i secoli: la loro nascita appare comunque avvolta da un’aura di leggenda, e la ricostruzione affidante di vicende storiche complesse e assai carenti di fonti testuali può auspicarsi solo a seguito di operazioni di divulgazione più ampia, quali la presente.

La raccolta denominata Kanun di Skanderbeg, frutto di indagini durate diversi decenni, sarebbe apparsa, in albanese, a cura del religioso Don Frano Illia, solo nel 1993. Le complesse vicende della pubblicazione sono illustrate da Donato Martucci nell’articolo che apre il volume, assieme alle problematiche concernenti l’identificazione del materiale riunito da Illia e i rapporti fra questa e altre raccolte ‘kanunarie’. Indizi concernenti la datazione di singole previsioni, se non ovviamente dell’insieme della raccolta, possono trarsi, come messo in luce nel contributo linguistico di Genc Lafe, da specifici termini presenti nel dialetto della regione a partire da un determinato periodo storico.

Il Kanun di Skanderbeg è stato strutturato da Illia in sette parti, per un totale di 3534 paragrafi (in numerazione continua), dedicate rispettivamente a: la famiglia, la casa, i doveri, il governo, le pene, i danni e le colpe, la chiesa. Al di là dell’organizzazione politica, dove più villaggi sono organizzati in bajrak, distretti amministrativi, che si autogovernano attraverso il Kanun, e di quella della popolazione, distinta in ‘aristocrazia’ e ‘popolo minuto’, alcuni elementi interessano in modo speciale lo studioso.

Così ad esempio l’articolazione delle famiglie in fis, aggreganti «tutti coloro che discendono da un capostipite comune, di generazione in generazione, fino a dove arriva la memoria […]» (§ 50) e gjini, ossia la stirpe della donna sposata, che include «la donna, i suoi genitori e la loro prole, di generazione in generazione fin quando risale la memoria» (§ 65), rappresenta una strutturazione peculiare di famiglie estese che ricorda, per certi versi, le gentes preciviche romane.

Il Kanun contempla anche la frammentazione di tali famiglie estese e i possibili gradi di lontananza fra le varie fratrie discendenti dal fis (§ 51 ss.). Quanto alla gjini, appare piuttosto funzionale a definire legami di sangue e di affinità fra sposi e loro parenti, oltre a rappresentare la comunità di appartenenza della donna, dove questa può scegliere di tornare in caso di vedovanza.

La definizione di matrimonio presente nel § 138 (“Il matrimonio è l’unione perenne dell’uomo e della donna per avere figli, per allevarli e per aiutarsi a vicenda nelle faccende della vita”) non è lontana dalla notissima definizione di Modestino (1 regul.) in D. 23.2.1 (Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae et consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio).

La struttura patriarcale della società canunaria traspare da numerosissime disposizioni, quali quelle concernenti il diritto (esclusivo) del ‘padrone di casa’ di fidanzare i fanciulli e le fanciulle appartenenti alla casa (§ 147, § 159), quelle relative ai paraninfi (§ 302 ss.), all’ingresso della sposa nella casa del marito (§ 356 ss.), alla fuga della fidanzata con un altro uomo (§ 437 ss.), alla possibilità per il marito di usare violenza nei riguardi della donna per colpe gravi di lei (§ 451) e di uccidere l’adultera e il suo complice (§ 453), al ius vitae ac necis e ai poteri disciplinari del padre verso i figli (§ 480 ss.), la successione che (diversamente da quella romana) è patrilineare (§ 834 ss.): e l’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo.

Profili comuni, poi, a tutte le società arcaiche dell’antichità sono quelli legati ad esempio all’ospitalità (mikpritja) da fornire allo straniero (si pensi alla xenía greca, e all’hospitium romano), che nel Kanun è dettagliata in svariate fattispecie (§ 563 ss.), fra cui la ndorja che ricorda per certi versi la clientela romana (§ 664 ss.), o al possesso di terre comuni (§ 1035 ss.).

Assai lontana dalla mentalità moderna è invece la costruzione relativa alla vendetta (gjakmarrja), o ‘presa del sangue’, comportante la necessità, per la famiglia (estesa) di un ucciso di vendicarne la morte, attraverso la vendetta sul colpevole o su uno dei suoi congiunti. Se pur essa appare presentare analogie con la sacertas arcaica, e con la talio prevista nel codice decemvirale, la vendetta nel Kanun è regolata da un complesso insieme di regole che definiscono i rapporti e i comportamenti fra le famiglie dell’offeso e dell’offensore, non equiparabile ad alcun sistema conosciuto.

La funzione di tale costruzione è  in realtà intesa ad arginare le faide e in quanto tale si rivela analoga ad istituti del diritto romano arcaico, quali il pacisci delle XII Tavole volto ad evitare la talio: la guida una logica eminentemente patriarcale, quale quella legata alla necessità (per gli uomini del fis dell’ucciso) di lavare col sangue il disonore derivante dall’uccisione; sembrano estranee ad essa considerazioni di carattere pragmatico ed economico quali invece si sarebbero presto imposte nell’esperienza romana. Di particolare interesse la presenza di mediatori fra le due famiglie con l’obiettivo di giungere a una composizione che impedisca ulteriore spargimento di sangue.

Un altro istituto di particolare interesse è quello delle ‘vergini giurate’, donne che per motivi diversi si votavano – davanti a testimoni e garanti – al nubilato: per lo più ciò si verificava in assenza di parenti maschi, per garantire la prosecuzione della gestione del patrimonio familiare, o per evitare un matrimonio indesiderato.

Nell’insieme il Kanun di Skanderbeg rappresenta un testo normativo (ma per certi versi anche una testimonianza letteraria) di grande interesse per la comprensione della struttura sociale, politica e familiare di comunità di villaggio singolari per il carattere autoreferenziale delle loro istituzioni, nonostante le diverse occupazioni subite nei secoli, che può offrire informazioni preziose agli studiosi di diverse discipline, storiche, giuridiche, antropologiche, sociologiche.

L’edizione che se ne offre è pertanto una preziosa opportunità di conoscenza di un testo a lungo rimasto negli archivi, e mai divulgato in una lingua diversa dall’albanese e un punto di riferimento indispensabile per future indagini sul campo. Grande la gratitudine verso i due curatori per averlo finalmente reso disponibile al panorama di studi europeo e internazionale.

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