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“Io che amo solo me” – Intervista con Amazona Hajdaraj

Vincitrice del Premio Film Festival di Torino del Concorso Lingua Madre

Io che amo solo me è il mantra delle donne che ce l’hanno fatta a fuggire dalle distorsioni che l’amore malato riserva. Ma è anche l’invocazione silente di quelle donne che da questa trappola emotiva ancora si devono liberare, quelle donne che subiscono, che si mortificano, che non si sentono abbastanza pur essendo più del dovuto, che restano anche quando l’unica scelta accettabile sarebbe andar via. Elemento di congiunzione di tutte le storie che animano questa antologia “terapeutica” e la molteplicità scandita dall’Intercultura, e il senso del viaggio che non sempre rappresenta un ritorno, anzi, talvolta diventa un congedo salvifico.

Le donne che si amano spesso tacciono, eppure sanno parlare; sanno parlare d’amore, di vita condivisa, di tempo intimo, di forza e fragilità insieme, di colori e raffigurazioni, di luci e ombre. Le donne che si amano sono quelle che, in un giorno come tanti, interrompono il silenzio della solitudine e si ripetono a gran voce che la rinascita é finalmente reale, e che l’unica cosa che vale la pena dirsi è: Io che amo solo me.

Una delle autrici di questa antologia è Amazona Hajdaraj, vincitrice del Premio Film Festival di Torino del Concorso Lingua Madre nell’anno 2015 con il racconto ” Cara mamma”. Lei ha pubblicato un libro di poesie in lingua albanese nell’anno 2001 ” schiavo dell’emigrazione”… E nel 2015 un libro di racconti brevi in bilingue (italiano e albanese) ” Il volo”. Ha iniziato a pubblicare dal 2013 sul giornale Albania news racconti per i bambini. É vincitrice del terzo posto in un concorso di poesia in Albania, é nel decimo posto al Concorso di poesia in Kosovo con la poesia Stasera non c’è la notte.

É una donna attiva, socia di tre associazioni culturali che contribuiscono nel promuovere la cultura albanese nel territorio piemontese e in Albania, ma anche di tessere relazioni tra culture diverse.

Copertina del libro “Io che amo solo me”

Com’è nata l’idea di questo libro?

Dall’anno dopo la mia premiazione di Film festival alla partecipazione al Concorso Nazionale di Lingua Madre con il racconto “Cara Mamma”, sono stata contattata tramite FB dall’ autrice Ramona Parenzan, che aveva presentato il suo libro in questa occasione

Lì le era stata regalata ” l’Antologia di racconti della raccolta dell’anno precedente, ossia la decima edizione che conteneva il mio racconto vincitore inerente al tema della violenza.

Lei aveva pensato di contattare alcune autrici partecipi di quel libro, con l’idea di presentare nuove storie sui rapporti difficili tra uomo-donna.

Così è nata una grande collaborazione tra 12 autrici e altrettanto illustratrici di varie nazionalità, compresa l’Italia.

Questo lavoro è stato svolto in rete e lo abbiamo affidato alle ideatrici di questo progetto, Ramona Parenzan e Marina Sorina.

La raccolta è stata pubblicata dalla casa editrice “La strada per babilonia”.

Che cosa significano per te i verbi viaggiare e ripartire?

Il viaggio è vita, freschezza, il rinnovo.

Il viaggio è conoscenza, cultura, arricchimento e anche fonte di ispirazione.

Noi viaggiamo anche quando non ci muoviamo da un posto. Viaggiamo in modo diverso: con la fantasia e con la mente. Si viaggia dentro di noi.

Anche il nostro cambiamento interiore è un lungo e faticoso percorso.

Si trovano degli ostacoli che bisogna superare

Ripartirsi è mutare le proprie abitudini. Io ripartirei sempre, sarei sempre in movimento e con la valigia sopra il letto.

Ripartire significa anche ritornare in un posto già vissuto. Per esempio il luogo dell’infanzia dove trovi tutta l’energia per poter ricaricare le tue forze, perché è un ricordo ai sapori e profumi che hanno accompagnato la tua giovinezza.

Ripartirsi significa anche iniziare una nuova vita, lasciando alle spalle le sofferenze vissute e cercare luoghi ignoti, come la mia protagonista nel racconto “La rosa Bianca”. Per affrontare le paure vi ricordo una frase di Anna Frank, “Chi ha coraggio non dovrà mai sprofondare nella miseria”…

Che cos’è la solitudine per una donna straniera?

Questa domanda mi fa ricordare la mia corrispondenza con le amiche strette e i genitori. Erano lettere piene di tristezza, nostalgia e di lacrime.

La solitudine mi ricorda i miei 18 anni, quando tenevo in braccio la mia bimba osservando i fuochi d’ artificio la sera del Capodanno, mentre mio marito dormiva stanco sul divano.

Mi riporta alla mente la vergogna di presentarmi da un ginecologo, oppure Il momento in cui prendi in braccio tua figlia nella stanza dell’ospedale, in cui hai appena partorito, mentre le altre mamme sono circondate da famigliari, fiori e regali. Invece tu aspetti con lo sguardo annebbiato nella speranza che da quella porta entri soltanto una persona, che sicuramente non ti porterà niente, perché proviene da una cultura che proibisce persino di entrare in maternità per fare visita alla moglie appena diventata madre. Questo momento mi rievoca il primo bagnetto della mia bambina, quando bussai alla porta della vicina per farmi aiutare da lei.

La solitudine è cibo, si proprio così, lui diventa il tuo miglior amico.

Amazona Hajdaraj
Amazona Hajdaraj

Si possono cambiare gli uomini? Che ruolo ha la società di oggi?

Tutti possiamo cambiare, dobbiamo essere predisposti a farlo.

Io credo che si possano cambiare gli uomini, ma non spetta alla moglie o alla compagna farlo.

Il tempo e la vita sono preziosi. E, in questo modo, sprecheremmo tutto per determinare questo cambiamento, che magari non arriverà mai. Io penso che occorre capire nell’immediato la persona con la quale intendiamo trascorrere la nostra vita; questo è molto importante anche per la creazione di un ambiente famigliare sano in cui crescere i propri figli.

Poi dipende anche da cosa intendiamo per cambiamento.

Un uomo, che è già vissuto e cresciuto nella violenza dettata da un forte patriarcato presente nel tessuto famigliare, non potrà mai cambiare drasticamente, nonostante i nostri sforzi e la nostra buona volontà.

Se per uno strano motivo non usasse più la solita violenza, non è perché è cambiato per la sua disponibilità, ma perché la paura o il dovere l’hanno costretto a farlo. Penso che non perda il suo vizio…appena si presenta l’occasione.

Direi che non sono solo gli uomini devono cambiare, ma anche le donne. Devono prendere coscienza quando si trovano in un rapporto sbagliato, capire i propri limiti di tolleranza e quando concedere il perdono. Evitare di mettere al rischio la vita dei figli.

La società e, soprattutto noi donne, abbiamo un ruolo importante nell’educazione dei nostri figli. Così anche l’istruzione, che insegna il rispetto verso gli altri, a non utilizzare il potere verso il più debole. E qua non parlo solo di potere fisico, ma di quello psicologico, come descritto nel racconto di Ramona Parenzan “La ruota della fortuna”.

Le donne fanne “scelte stupide”?

Come no! La donna è passionale, può essere ingenua, quindi le scelte ” stupide ” si fanno per amore dei propri figli, annullando la propria vita, oppure per una situazione economica sofferente, o per paura della loro reputazione, o ancora perché non hanno gli strumenti necessari per affrontare una separazione. A volte perché non hanno un appoggio, nonostante la donna sia emancipata e goda degli stessi diritti degli uomini.

Dite che questo libro è una sorta di manuale d’uso per tutte le donne che non vogliono cadere nelle trappole amorose finte o essere preda di violenza. Come? In quale modo?

beh, un manuale d’uso, forse ho usato una parola grossa. Nel libro ci sono diverse storie con cui confrontarsi. Si cerca di capire paragonando la nostra storia con i racconti che si leggono qua. Ad esempio, nel racconto “Un amore univoco” di Priya Brignoli, la conclusione del racconto corrisponde ad una richiesta d’aiuto ad una psicologa da parte della protagonista per risolvere una situazione emotiva abbastanza delicata.

Leggendolo, ci possiamo convincere che forse ci serve aiuto e iniziamo a capire che non siamo sole.

Noi donne abbiamo la capacità di darci delle colpe, per qualsiasi cosa, anche per lo schiaffo che prendiamo pensando che se fossimo state zitte, avremmo potuto evitarlo.

La rabbia, il dolore e la delusione si trasformano in consapevolezza. Come?

Dipende dalla persona, dalle fondamenta, dalla forza d’anima di una donna. I sentimenti sopra citati possono anche non trasformarsi e, se rimangono tali, sono pericolosi. In caso contrario, ci aiutano a capire gli itinerari da noi percorsi, ciò che dobbiamo fare e i nostri futuri.

Che ruolo hanno oggi i social network come Facebook nelle relazioni umane o nel rapporto tra donna e uomo?

Anche qua dipende da come vengono utilizzati. In certi aspetti ci possono aiutare, ma in altri danneggiare. Ci spingono a relazionarci, a conoscere e condividere diversi aspetti come l’arte, la cultura, la poesia, gli autori… Per le persone bilingue, i social network possono essere un ponte di collegamento con il paese di origine, ricordando e tramandando le radici. Nel rapporto tra uomo e donna, invece, i social posso rappresentare un pericolo, quale stalking, in cui una donna viene continuamente perseguitata da una persona conosciuta virtualmente come accade nel racconto “Disincanto” di Tatania Mora. Quest’ultimo ci insegna a non esporci e fidarci troppo, ma a prestare molta attenzione.

Sicuramente una persona si può conoscere in modi diversi oltre che virtualmente. Ma i misteri di due conoscenti celati dietro ad un computer possono magari intrigare di più. Per uno scrittore o un poeta, invece, i rapporti virtuali possono essere una fonte d’ispirazione e interessamento. Attualmente le cose sono cambiate, perché una volta esistevano le lettere, mentre oggi la tastiera di un computer. Non esiste la bacheca magica, nemmeno una formula.


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Video Intervista ad Amazona Hajdaraj al 33° Torino Film Festival pubblicato il 27 novembre 2015

Amazona Hajdaraj Bashaj, vincitrice del Premio speciale Torino Film Festival della X edizione del Concorso Lingua Madre e ospite d’onore della kermesse, racconta la sua esperienza di scrittura e partecipazione al Concorso con il racconto “Cara mamma”.

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