L’Albania su due ruote
Due bici e due amici sul Traghetto Ancona – Durazzo. In nave, all’approssimarsi della costa albanese, ci approccia un poliziotto italiano, in borghese. Quando gli spieghiamo l’intenzione di trascorrere la nostra breve vacanza pedalando in Albania, da nord a sud, da Durazzo a Valona, ci inquieta con toni terroristici. Al momento dei saluti ci ammonisce con: “ragazzi, qui non scherzano e non ci pensano due volte: occhi aperti avanti e dietro, notte e giorno!”.
Sbarchiamo e dopo tre o quattro controlli del passaporto, usciamo dalla zona recintata del porto. Superato l’ultimo dei gabbiotti-container in cui la polizia ci squadra in modo controverso, appaiono una serie di camionette blindate dei carabinieri. Più che rassicurarci, i connazionali big-jim che si raggruppano in strada, aumentano il nostro disagio, sentiamo salire una certa inquietudine.
E’ il 2006. I romeni sono ancora extracomunitari e il capro espiatorio nelle cronache italiane, sono le bande albanesi, che a detta della stampa e delle forze dell’ordine, rapinano e violentano nel nord est, smerciano droga e controllano la prostituzione, stabilendo un nuovo fronte con la mafia nazionale.
Ci affrettiamo in direzione di Tirana. Non ci soffermiamo a visitare la città con uno dei più antichi porti adriatici e con un anfiteatro romano incastrato nel quartiere urbano.
Pedaliamo veloci nell’autostrada verso la capitale, per scrollarsi di dosso timori e soggezione.
E’ il 21 maggio. Nel vicino Montenegro si vota al referendum per l’autonomia della Nazione (600mila abitanti). La vittoria del sì avrà conseguenze, come previsto, anche sul futuro assetto del Kosovo. Nel frattempo, da noi si sta concludendo l’ennesimo giro d’Italia dominato dal doping. Al suo confronto, nonostante il nostro libertino piacere alcolico e abuso di nicotina, il nostro è un toru salutista.
Ancora non sappiamo dove siamo capitati e non immaginiamo l’evoluzione del nostro ciclotour.
Ad uno dei primi svincoli, straluniamo gli occhi: un’auto esce dalla superstrada imboccando contromano la direzione di ingresso, costretta alla retromarcia per il sopraggiungere di un pullman.
Ci tornano così alla mente le frasi dell’unica guida allora reperibile della zona: quella broadbacker ancora solo in lingua inglese che sconsigliava spostamenti in bicicletta per lo stato del manto stradale e l’inesperienza degli autisti locali su auto dai densi fumi.
La nostra è una veloce volata verso Tirana. Quì i cambia valuta sono indaffarati sulla strada, con pile di banconote fra le mani. Sono loro ad indicarci la strada per l’ostello, situato nei pressi dell’ambasciata italiana e quella americana.
Arriva sera. Il pensiero ritorna alla partenza, a quanti ammonivano: in Albania? Con tutti i posti che ci sono proprio in Albania?.”Gli albanesi sono i peggio bastardi”, mi disse prima di partire un collega.
Il giorno seguente, sveglia all’alba per l’intenso traffico del primo mattino.
Passiamo davanti all’Ambasciata italiana, alle otto, come ogni mattina, una lunga coda silenziosa e ordinata è in attesa di un permesso per l’Italia, che qui vale come oro. A parte la maestosità degli edifici storici nella splendida piazza Skanderberg, non troviamo monumenti capaci di impressionarci.
L’urbanizzazione è palesemente selvaggia, abusiva. A parte i palazzi coloratissimi del centro, prevalgono vicoli grigi con strade dissestate. Non cogliamo la presenza di un cinema, di una palestra, di una piscina, di uno studio medico. Ma la città ha qualcosa di affascinante. Probabilmente siamo rapiti dal ritmo della sua gente, dalla sua cordialità, dal senso di tranquillità impensabile per le nostre metropoli.
Qualsiasi richiesta che timidamente poniamo, trova persone disposte a tutto pur di soddisfarle. Oltre l’immaginabile. Il fotografo a cui chiediamo le pile, ci porta al bar per bere una rakja (cavoli, è ancora mattina!), all’ostello, chiediamo un ristorante e la cena ci viene offerta dall’oste, al bar, di fronte alla banconota troppo importante, il caffè ci è offerto, e ad ogni incontro, domande e curiosità reciproche.
Le prime 24 ore di Tirana sono così più che sufficienti per acquisire una fiducia incondizionata nei confronti dei suoi abitanti.
Passiamo dal parco in collina allo Stadio Nazionale, dall’Università al quartiere del mercato. Attira la nostra attenzione un rivenditore di divani. I sofà sono esposti sul marciapiedi ed usati dai suoi venditori per comode pennichelle…
Alcuni, incuriositi dal nostro abbigliamento (visitiamo la città a bordo delle nostre bici), ci fermano. Siamo sospettosi, non lo neghiamo. Ai primi incontri ci domandiamo qual è il secondo fine e poi capiamo che è solo sincera curiosità.
Il secondo giorno visitiamo il villaggio di Kruje, col suo castello dell’eroe nazionale Skanderberg e il museo etnografico. Una gita per cogliere le vicende tortuose di una terra conquistata e, nel corso del tempo, attaccata da ogni punto cardinale.
Rientriamo a Tirana in serata ed il mattino seguente siamo sul sellino per raggiungere Elbasan.
Il passo che valichiamo (intorno ai 1000 m.) è, a causa del nostro scarso allenamento, un arduo traguardo ma con la successiva lunga discesa avremo modo di rifarci. Dalle collina si domina il panorama della vallata. Elbasan sembra una città del Far West abbandonata dopo la febbre dell’oro. I suoi abitanti, troppo preoccupati per la mancanza di lavoro (80% di disoccupati) per poter gioire del fresco titolo di vincitori del campionato di calcio d’Albania. La città possiede decine di fabbriche estrattive, abbandonate e arrugginite.
Siamo accolti dagli operatori della ONG-Cefa i quali ci conducono alla visita dei progetti di qualificazione agricola. Ci parlano del tentativo di mettere in piedi cooperative di agricoltori e di piccoli produttori, unico modo per dare uno sbocco sul mercato ai loro prodotti, ma ciò si scontra con la difficoltà di inserire concetti di cooperativismo in una cultura che ha vissuto sessant’anni di nefasto comunismo e collettivismo forzato.
Incontriamo anche i volontari dell’Associazione Tjeter Vizion, in grado di far funzionare, un istituto per bambini abbandonati, un centro di aiuto alle donne vittime di violenza e un centro giovanile, unico luogo di ritrovo creativo della città.
Ci stupisce il dentista che opera nei locali al piano terra, dietro una vetrata che non nasconde nulla a chi passeggia sul marciapiedi; sorprende l’attivismo di un signore che, ponendo la propria classica bilancia da casa, propone per pochi centesimi di verificare il proprio peso; ci rallegra la grigliata in serata in compagnia di volontari e operatori del Cefa che celebrano così il trasloco dai locali degli uffici.
Al terzo giorno, con ancora la birra in circolo partiamo a metà mattinata puntando verso Berat. Pagheremo il nostro lento risveglio, pedalando sotto un sole cocente che smaltirà ogni tossina in sudore. Dalla strada, spesso sterrata, ci sorprendono ancora panorami splendidi, cavalli bianchi allo stato brado, bunker nascosti tra i vigneti, contadini che coltivano a mani nude (l’unico trattore visto, decisamente usurato e fuoriuso…).
Molti bambini sul nostro percorso. Per loro scuole spesso fatiscenti con vetri rotti alle finestre.
Bambini sempre pronti a rincorrere un pallone nelle pause ma mai un campo da calcio (in quei pochi campi dotati di porte di solito, si trovano galline o mucche al pascolo).
Molti sono i cantieri, le case in costruzione su cui sventola la bandiera nazionale e su cui sono poggiati ai piloni dei piani alti orsacchiotti scaccia malocchio (terminata la costruzione, i peluche saranno riposti all’interno).
Attraversiamo ancora pianure, colline, valichi con catene montuose all’orizzonte. Sembra di scorgere la neve nel monte di fronte a noi. Non mi pare possa esser vero. Forse è riflesso di una parete di roccia. Allora chiedo: “eshte bore?” indicando la vetta. Il ragazzo davanti a me sembra volermi rispondere di sì ma nel mentre scuote la testa. Nascono cinque minuti esilaranti fino al momento in cui ci ricordiamo che qui, come altrove nei Balcani, per dire si e no si muove la testa in modo diametralmente opposto al nostro. Ci capiterà una incomprensione per queste convenzioni anche ad un ristorante, quando alle offerte, per noi indecifrabili, di un cameriere, affamati, continuavamo a dire che ‘sì sì’ annuendo con la testa…il povero ristoratore invece che riempirci di pietanze continuava a proporre alternative di fronte a nostri no…
Arrivare a Berat è una soddisfazione. E che sorpresa la visita alla città dalle 1000 finestre, col borgo vecchio di pietra e il castello sulla collina, un incanto. Come in ogni città, una moschea e una chiesa di fronte all’altra. Qui, sono poste sulle due sponde del fiume a dividere le due comunità, quella cristiana e quella musulmana. Troviamo anche un Bar Milan e, per par condicio, anche un Inter Club. Come se non bastasse, nella passeggiata serale, scorgiamo nei bar il pubblico attento a seguire la partita dell’under 21 Italia-Ucraina. All’intervallo, si alza nelle strade il volume degli ultimi successi del Blasco. Di dove siete? Italia, rispondiamo quasi imbarazzati, pensando alle offese e alle umiliazioni che questa gente può aver subito in Italia. Invece sembrano voler dimostrare gratitudine, di voler condividere la loro esperienza o quella di un loro parente che nel nostro Paese c’è o c’è stato (500.000 albanesi in Italia su una popolazione di 3 milioni e mezzo).
Dopo la cena, come sempre abbondante, gustosa ed economica, torniamo in albergo. Camera con TV e, questo come in ogni albergo albanese, ciabatte a disposizione. Visto il nostro scarno bagaglio, è un lusso apprezzato. Sul primo canale nazionale, un Tg con servizio su un monumento deturpato, proprio sulla strada che abbiamo attraversato quest’oggi. Sul secondo canale, il programma dei pacchi come quello che ancora imperversa sulla nostra RAI. La differenza risiede nel montepremi. Se da noi 25mila euro sono quasi una consolazione, qui rappresentano il primo premio.
Il mattino seguente, colazione abbondante con paste e caffè turco e poi partenza per il mare. Passaggio obbligato a Fier, caotica, inquinatissima, a causa delle estrazioni petrolifere. Incrociamo per la prima volta un gruppo di ciclisti. Saluti entusiasti ricambiati. Lungo il tragitto attraversiamo i piccoli paesi. Villaggi. I bambini ci vengono incontro incuriositi. Gli adulti ci offrono biscotti, bevande e un gelato. Dopo alcuni rifiuti capiamo che per non offendere, è meglio accettare.
Sul percorso osserviamo olivi, ciliegi, tartarughe nel loro lento attraversamento della strada. Strade che sono solitamente di asfalto recente. Molti i cantieri finanziati dall’U.E..
Occorre solo fare attenzione ai tombini, qualcuno che necessitava di ghisa ha lasciato pericolose buche nell’asfalto…
Giunti a Valona ci dirigiamo vero il porto. Da qui sulle grandi navi, si partiva per cercare ‘lamerica’ di là dall’Adriatico, a soli 80 km di mare. La costa è lunga e bassa ma del porto non c’è quasi traccia. Qualche barca a remi dei pescatori ma nessun attracco.
Ci fermiamo per un aperitivo. Chiedo una birra, ma faccio l’errore di chiedere la Tirana beer. Il cameriere sembra volermi offendere. Qui ogni città ha il proprio stabilimento ed ogni città è orgogliosa della propria e della sua qualità…Mi rifaccio, ai suoi occhi, chiedendo il bis.
Ceniamo nel Ristorante Gesù Cristo, e qui si fa (scusate l’ovvio gioco di parole) l’ennesima mangiata da Dio.
Il giorno successivo ci alziamo all’alba. La luce è già riattivata (di notte viene tolta). L’acqua è razionata e non è ancora aperto il rubinetto della cisterna posta sul tetto.
Con le bici, seguiamo il saliscendi verso Porto Palermo, ammirando le splendide insenature e le verdi colline. In serata, con le gambe ormai a pezzi, torniamo a Vlora.
Al nuovo giorno, facciamo fagotto. Attendiamo il traghetto preoccupandoci di arrivare al porto in orario (per poi capire che le partenze qui, non sono mai puntuali). Due perquisizioni e sette volte sette dovremo mostrare il nostro passaporto: in agenzia per l’acquisto biglietti, alla Finanza, alla Dogana albanese, al Personale dell’imbarcazione, alle Guardie italiane. Un paio d’ore insomma prima di poterci imbarcare e sedere sulla Snav e guardare, malinconici, la costa che poi si farà sempre più lontana.
Lasciamo così l’Albania. Qualcuno l’ha definita l’ultimo segreto d’Europa. Qualcuno ha parlato della sua gente come dei latinoamericani d’Europa. Cosa ci fa un popolo così ospitale e gentile nella nevrotica e frenetica Europa?
Al rientro, come alla partenza, ancora pregiudizi. La banca mi convoca d’urgenza. L’addetto assistenza ha già pronto il foglio di denuncia da farmi sottoscrivere. Sono pronti al rimborso perché l’assicurazione copre il rischio: osservando prelievi bancomat in Albania, hanno tratto le conclusioni che qualche bandito aveva clonato la mia tessera. Quasi quasi sto al gioco così finisce che mi sono fatto le ferie gratis. -No tranquillo- dico: -ci ho solo fatto le ferie. -Le ferie? -Sì. Bel posto, te lo consiglio. Non dimenticherò mai l’espressione dell’impiegato. Lasciamolo a mollo nei villaggi turistici…
Noi invece ce ne siamo innamorati davvero, tanto da tornarci per percorrere i confini della ‘Grande Albania’.
Abbiamo così pedalato da Skopje a Bar (via Prizren, Kukes, Scutari) e l’anno dopo da Pristina a Dubrovnik passando per Pec, Berane, Kolasin, Podgorica.
Ad ogni tour sorprese paesaggistiche, incontri calorosi, tanto da poter ancor dire: mirupafshin shqipetare!
P.s. : al ritorno, per mantenere un contatto con il Paese, qualche spunto di buone letture:
Bigini Antonello, Storia dell’Albania Contemporanea
Caiazza Antonio, In alto mare
Crema Murzio, Viaggio ai confini dell’Albania
Stella Gian Maria, Quando gli albanesi eravamo noi
Kadaré Ismail, La città di pietra
Kadaré Ismail, Il generale dell’armata morta
Kubati Ron, Va e non torna
Stern M.R., Quota Albania
Vorpsi Ornela, Il Paese dove non si muore mai
Zichella Martina, La voce della aquile
E naturalmente, per gli aggiornamenti
www.albanianews.it e www.osservatoriobalcani.org










