TwitterFacebookPinterestGoogle+

Per quei quattro sassi…(seconda parte)

L’esercito serbo in fuga verso l’Adriatico. Agli inizi di ottobre del 1915 le armate austro-ungariche e tedesche iniziarono l’offensiva verso meridione, attraversando il Danubio e contemporaneamente si diressero oltre il fiume Drina

(la Drina segnava il confine austroserbo ad ovest; attualmente il confine tra la Bosnia-Erzegovina e la Serbia, in passato, fu la linea di demarcazione tra Impero Romano d’Oriente ed Impero Romano d’Occidente).

La lentezza dei rinforzi franco-inglesi provenienti da Salonicco (Macedonia) e l’irruzione delle armate bulgare, scese a fianco degli austro-tedeschi nella Serbia meridionale, sconvolsero i piani di difesa Serbi ormai minacciati anche da oriente. Le truppe serbe, visto il duplice accerchiamento ed impossibilitate
a ritirarsi verso sud, furono costrette alla ritirata.

Quasi quattrocentomila uomini in fuga: non soltanto l’esercito serbo, ma anche cinquantamila prigionieri austriaci, più le donne, i bambini, i vecchi e la massa di gente accodata ai soldati. La storia aveva avuto inizio subito dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, dopo l’attentato di Sarajevo,
quando gli Austriaci decisero di avanzare verso l’Albania che, da pochi anni, dopo la prima guerra balcanica del 1912, era dominio serbo.

sbarco_dei_Serbi
Nel dicembre 1914 una imponente armata dell’esercito austro-ungarico seguita da carri carichi di armi, munizioni e vettovaglie cominciò l’invasione della Serbia, ma il ponte sulla Sava (il fiume segnava il confine austro-serbo a nord), sul quale doveva passare la colonna di uomini e mezzi diretta a Belgrado, era stato minato e, nella notte del 14 dicembre, fu fatto saltare.

Caduta ogni possibilità di ritirata, un grossissimo contingente dell’esercito austro-ungarico si trovò isolato dal resto dell’armata, cosa che consentì ai Serbi di catturare oltre quarantamila prigionieri, tra cui mille ufficiali che furono allontanati dalla capitale.

32

Gli Imperi centrali però misero in campo un’altra grande offensiva che, questa volta, doveva portare all’occupazione del territorio della Serbia. Mentre avanzava l’invasione nemica, alcuni reparti dell’esercito serbo sconfitto dovettero provvedere a trasferire i prigionieri in Albania per consegnarli alle potenze
dell’Intesa e avevano due prospettive di marcia per le sole vie rimaste aperte: la prima attraverso le montagne del Montenegro, la seconda in direzione di
Durazzo e di Valona. Scelsero il passaggio attraverso l’Albania, varcando montagne coperte di neve, percorrendo sentieri fangosi, marciando senza soste per sfuggire agli attacchi dei partigiani greci e macedoni, tra popolazioni ostili, nel gelido vento dell’inverno, mendicando pane e farina ai pastori. Si vociferò di episodi di cannibalismo.

Serbi-ritirataNel maggio del ‘15, la direzione delle operazioni navali nell’Adriatico era stata assegnata all’Italia dalla convenzione anglo-franco-italiana e il primo intervento italiano in Albania avvenne proprio per salvare l’esercito serbo in fuga dagli Austro-Tedeschi.

Sotto il comando del Duca degli Abruzzi, occupata anche Durazzo, con l’invio di tonnellate di viveri e medicinali fu data assistenza ai circa 180.000 Serbi. Nel novembre del 1915, nonostante il parere contrario del generale Cadorna, fu costituito un “Corpo Speciale Italiano d’Albania” dipendente esclusivamente dal Ministero della Guerra: il comando delle truppe fu affidato al generale Emilio Bertotti.

Il Corpo speciale doveva proteggere Valona e Durazzo, sgombrare i prigionieri austriaci dei quali i Serbi si volessero disfare, proteggere l’esercito serbo dalle ostilità albanesi e dagli attacchi austriaci, rifornirlo di vettovaglie, munizioni e col compito di spingere le truppe nell’entroterra fino a garantire la sicurezza di una nuova base navale che, con Brindisi, avrebbe costituito la chiave di possesso del canale d’Otranto. L’operazione prevedeva un trasferimento di battaglioni via terra da Valona a Durazzo e anche questa decisione fu presa con forti contrasti fra Cadorna e Bertotti.

I_Serbi_verso_lAlbaniaBertotti che era stato in Albania dal 1895 al 1905 «per ripetute ricognizioni intese a studiarne il terreno e le comunicazioni»6, conosceva le insidie di quei luoghi sia per la gente che per la percorribilità, mentre Cadorna, a suo dire, continuava a sottovalutarne i problemi; racconta lo stesso Bertotti che per assicurare il trasferimento dei suoi uomini ricorse ai preti ortodossi dei sette conventi disseminati sulle alture lungo il percorso, in cambio di aiuti finanziari.

La marina militare italiana trasferì a Durazzo diciotto piroscafi, scortati dai cacciatorpediniere per aiutare i profughi, imbarcarli, trasportarli a Brindisi per poi consegnarli alla Francia: questi erano gli accordi. Ma, visto il diffondersi di “malattie castrensi” (dissenteria, tifo, colera) per frenare il contagio, i francesi chiesero “ospitalità” all’alleata Italia che li destinò al “Lazzaretto del Mediterraneo”, l’isola dell’Asinara. Infatti, in base alla legge 3183, l’Asinara fu ripartita in due giurisdizioni, una appartenente al Ministero della Marina, l’altro al Ministero dell’Interno. Nel 1918 furono condotti all’Asinara i militari italiani condannati all’ergastolo per diserzione durante la ritirata da Capore.

L’isola era stata espropriata con la legge n. 3.183 del 28 giugno 18858, alle poche famiglie che vi abitavano, per la creazione di una colonia penale agricola
ed un lazzaretto. Gli edifici presenti nell’area ospitavano stabilimenti di disinfezione, gruppi di edifici, i cosiddetti “periodi contumaciali” di Campu Perdu, Tumbarino e Fornelli per le diverse fasi della quarantena, alloggi del personale sanitario e magazzini.

Stando ad una comunicazione del Ministero della Guerra, i prigionieri avrebbero dovuto arrivare nell’isola a scaglioni: finito il periodo di contumacia del primo, questo avrebbe fatto posto ad un secondo e così via fino alla completa evacuazione dall’Albania. Del resto, e solo a prezzo di enormi sforzi organizzativi, la piccola isola dell’Asinara (5192 ettari) era in grado di accogliere non più di mille uomini da alloggiare nel lazzaretto.

Con la resa del Montenegro nel gennaio del 1916, quando gli eserciti austro-tedeschi puntarono direttamente sui porti albanesi, si accelerò la fase di salvataggio di quel che rimaneva dell’esercito serbo.

Operarono 45 navi italiane, 21 francesi e 11 inglesi, che entro il 9 febbraio di quell’anno riuscirono a trasferire dall’altra parte dell’Adriatico i Serbi in ritirata e tra loro anche il re Pietro I Karageorgevich e il principe ereditario Alessandro, che aveva guidato la resistenza serba prima della ritirata. Giunse a Brindisi anche la famiglia reale del Montenegro, il re Nicola e la regina Milena: la flotta italiana perse sei piroscafi e due navi, affondati dai sommergibili austriaci.

I piroscafi Dante Alighieri e America, nella rada davanti a Cala Reale, all’Asinara sbarcarono cinquemila prigionieri. Nel giro di un paio di settimane il ponte navale si completò e l’Asinara, sino a quel giorno popolata solo da un migliaio di prigionieri e da militari italiani, si ritrovò affollata da trentamila superstiti di un’armata multietnica e multilingue: ungheresi, austriaci, boemi, croati; c’era rappresentato tutto l’impero asburgico, affamati, stremati dalle malattie, coperti di stracci e divise a brandelli. Ottomila morirono di colera e tifo nell’isola. Una fuga apocalittica che ricorda il più recente dra
mma dei profughi bosniaci.

Verso la fine di febbraio la vita cominciò a normalizzarsi, i prigionieri curati e sfamati poterono lentamente ristabilirsi. Molti lavoravano come contadini,
artigiani, scalpellini, giardinieri. Tra loro c’erano numerosi artisti che costruirono cappelle, monumenti funebri e statue. In un’iscrizione a Tumbarino
si legge ancora: «Grazie all’Italia nostra salvatrice». Dopo otto mesi i quindicimila superstiti, in gran parte ristabiliti, furono imbarcati su tre navi e
trasportati a Tolone per essere consegnati all’esercito francese. Nell’agosto del 1916 l’Asinara era di nuovo deserta.

A ricordo di questi avvenimenti fu posta sul lungomare di Brindisi, il 10 febbraio del 1924, un’epigrafe marmorea dove vengono citati “solamente” i 202 viaggi delle navi italiane, ma non vi è riferimento anche ai 101 viaggi francesi e i 19 inglesi, che contribuironoal salvataggio:

«Dal dicembre MCMXV al febbraio MCMXVI le navi d’Italia con cinquecento ottantaquattro crociere protessero l’esodo dell’esercito serbo e con duecentodue viaggi trassero in salvo centoquindicimila dei centottantacinquemila profughi che dall’opposta sponda tendevano la mano».
_____________________________________________________________________

Si narra che ” Per quei quattro sassi” fosse il commento di Vittorio Emanuele III, quando nel 1939, la Costituente albanese, gli offrì la Corona d’Albania.

Questo lavoro prende spunto dalla consultazione di documenti di un archivio privato appartenuti a un fante arruolato nella Brigata Tanaro e sbarcato in Albania nel 1916. La ricerca sarà pubblicato ogni settimana. Il 13 ottobre torniamo con la terza parte : Il fronte della Vojussa

Marinella Lotti

Marinella Lotti

Docente di Lettere presso Liceo Classico Torricelli – Faenza. Si occupa di ricerca storica contemporanea. Ha collaborato ad alcune riviste in occasione di eventi o mostre legate al suo territorio. Da alcuni anni svolge ricerche e raccolgo documenti legati alla Prima Guerra mondiale con particolare  riferimento ai Paesi balcanici e in modo specifico all’Albania.
Marinella Lotti

1 commento

  1. franco tagliarini Rispondi

    INTERESSANTE ARTICOLO CHE ILLUSTRA UNA IMPONENTE MISSIONE UMANITARIA COMPIUTA DALLA MARINA MILITARE ITALIANA PER LA SALVEZZA DI PROFUGHI CIVILI E DI MILITARI.
    UNA PAGINA QUASI SCONOSCIUTA TRA GLI EPISODI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE.
    LE ILLUSTRAZIONI PUBBLICATE – INEDITE – RENDONO ANCORA PIU’ PREZIOSO IL SAGGIO DELLA PROFESSORESSA MARINELLA LOTTI ED EVIDENZIANO LE DIFFICOLTA’ INCONTRATE DALLA MASSA DEI PROFUGHI NELLA MARCIA VERSO L’ADRIATICO.
    FRANCO TAGLIARINI, DIRETTORE DI ALBANIA NEWS

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Sezioni

Cultura

Argomenti

Le Rubriche

Be Social