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In Albania (gennaio 2008)

Piazza Scanderbeg - TiranaSono stato in Albania nel gennaio scorso, con Il motore di ricerca, un gruppo di artisti e architetti che ha base in Puglia ma che sa muoversi bene anche altrove. Non li ho mai ringraziati per il tempo passato assieme, per tutto quel che mi hanno dato durante il viaggio. Ne approfitto per farlo ora. tra poco uscirà il primo numero di Albania 1 e 1000, una rivista da loro progettata che si rivolge alla comunità albanese in Italia.

 

Dopo il rientro in Italia non ho più avuto tempo di seguire il loro lavoro, e ho vergognosamente declinato ogni loro invito a partecipare alle iniziative attivate nel frattempo.

Ora mi hanno chiesto un pezzo per il primo numero di Albania 1 e 1000. Sono riuscito a tagliare via queste due cartelle, che certo non bastano a raccontare quel che abbiamo fatto in quella settimana di gennaio, ma che sono un piccolo segno di riconoscenza verso quel meraviglioso paese e verso il Motore di Ricerca.

    La prima immagine dell’Albania è “mediatica”. Siamo seduti in un bar lungo la rotta tra Gjirokastër e Korcë, fuori è già buio e dobbiamo sbrigarci, non sappiamo come sarà la strada e siamo un po’ preoccupati. Ma abbiamo anche voglia di staccare un momento, di confrontarci dopo due giorni intensi di immagini e parole.

    Entrare in Albania dalla Grecia ci ha permesso di fare i terzisti, di porci un poco di lato rispetto all’opposizione canonica tra italiani e albanesi di cui comunque tutti sappiamo qualcosa. Abbiamo incontrato albanesi della minoranza greca, e altri arumeni. Questa mattina, uscendo dall’albergo di Saranda, abbiamo conosciuto una coppia greca, di Cefalonia, in Albania per vacanza. Non so se ai miei compagni di viaggio ha fatto lo stesso effetto, ma io sono rimasto particolarmente colpito di sentire anche solo parlare di Albania come luogo di vacanza, per di più per cittadini greci. Ho ancora freschi ricordi del disprezzo che gli albanesi suscitano molto spesso nei giudizi in Grecia, e trovo piacevole questo cambiamento.

    Gjirokastër, poi, mi è caduta addosso con le sue mura di pietra disposte in saliscendi, e un paesaggio montano dolorosamente intenso. Il crocevia del centro, con le sue insegne scolorate e le vetrine dei negozi di legno, sembra il set di uno spaghetti western, con maschere felliniane a fare da comparse, ma c’è anche un ufficio turistico dove due giovani impiegate mi hanno dato i normali depliant di una città turistica, le mappe, le indicazioni, i posti.

    L’Albania ci sta venendo incontro sempre più veloce, in questo viaggio disorganizzato perfettamente dal Motore di Ricerca. Le nostre macchine traballano spesso lungo la carreggiata, ma traballiamo più spesso noi, di dentro. Se quindici anni fa, quando venivo qui le prime volte, l’Albania era un viaggio nel tempo, dove potevo trovare senza sforzo i gilet di mio nonno, gli sguardi dei vecchi del paesino di mio padre che ricordo nelle osterie quand’ero bambino, ora faccio fatica a orientarmi, il “prima” che mi ricordo si incrocia costantemente con un “ora”, a volte con un “dopo”, come quando (tra un paio di giorni, a Tirana) chiacchiererò con uno studente italiano in un locale notturno.

    Ma dicevo dell’immagine mediatica che l’Albania mi ha lasciato. Siamo in quel bar, allora. Beviamo tè e chiacchieriamo, cercando di guardarci negli occhi per vedere cosa gli altri hanno visto. Siamo attorno a un tavolino, ci siamo tutti: io, Matteo, Roberto, Michele, Nico e Valentina. Le nostre macchine da presa, le nostre fotocamere, hanno già inghiottito chilometri di strada, facce, monumenti, muri, capitelli stradali, bunker, posti di frontiera. Ogni macchina poggiata ora sul tavolino del bar sembra un polifemo addormentato, pronto a risvegliarsi per ricominciare a inghiottire la realtà con il suo occhio, un’immagine alla volta. Anche questo è un modo di controllare non solo quel che ci sta attorno, ma anche i rapporti di potere: se siamo noi a guardare, ancora non viene messa in dubbio la nostra “soggettività” (e, di converso, la loro “oggettivabilità”).

    Più o meno mentre penso a questo, guardo il televisore appoggiato a un mobile alto, che trasmette le notizie di Top-Channel, il canale televisivo che dal 2001 si sta affermando come uno dei più importanti del “nuovo corso” albanese. Lo stile delle news è simile a quello imposto dal modello CNN, che ormai conosciamo tutti: notizie rapide con titoli in sovrimpressione e un “rullo” continuo di testo che scivola sotto le immagini. Ci vuole poco a capire che il notiziario parla di noi, cioè parla dell’Italia. Riporta due notizie: la prima racconta, con dovizia di dettagli iconici, l’emergenza spazzatura in Campania. La seconda, invece, parla dell’emergenza meningite che proprio in quei giorni stava creando allarme, soprattutto nel Veneto.

    In un paio di minuti tutta l’arroganza e il senso di superiorità dello sguardo italiano sono cancellati. Proveniamo da un paese invaso dall’immondizia e dove la gente muore di meningite. Penso al 1991, alle “carrette del mare”. Penso al 1997, al crollo delle piramidi finanziarie e alla “guerra civile”. A come abbiamo raccontato quelle storie nei nostri mezzi di comunicazione in un trionfo di semplificazioni e stereotipi che sono andati ad alimentare il nostro pre-giudizio.

    Ora, si direbbe, veniamo ripagati con la stessa moneta. Ben ci sta, mi viene da pensare. Ma poi mi dico che non è con una duplice raccolta di prevenzioni che potremo capirci più a fondo e quindi vivere meglio. Abbiamo invece ancora più bisogno di parlarci, di incontrarci. Ecco perché risaliamo in macchina, perché Roberto e Michele si rimettono al telefono a fissare appuntamenti. Ecco perché valeva la pena di venire qui, in Albania.

Fonte: Il blog di Piero Vereni che lo ringraziamo per averci concesso la pubblicazione di questa sua esperienza in Albania

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