Un Italiano a Tirana

Liberi appunti di viaggio

Maggio 2012, dopo 3 anni di brevi periodi (non più di 2 settimane ogni 2 mesi circa) arrivo a Tirana per un lungo periodo ed ho così la necessità di stabilirmi e riorganizzare la mia vita lavorativa qua, dettata da alcuni progetti che comporteranno per me una serie di relazioni pubbliche e non.

La cosa è molto stimolante, perché un conto è vivere una realtà di pochi giorni imperniata solo sul lavoro, ed un conto è gestirti tutti quegli spazi ti tempo libero e i fine settimana in un paese relativamente sconosciuto nel quale non hai i tuoi abituali punti di riferimento consolidati quali la famiglia, gli amici, i tuoi ritmi.

Queste situazioni a me non nuove, ( viste le esperienze già vissute ) ti danno la possibilità di avere ritmi di vita diversi, ti permettono di documentare e raccontare con immagini e appunti in quale realtà ti stai calando e quale sarà la reale situazione, al di là di false informazioni che sappiamo essere propinate un po’ da tutti i media e che non contribuiscono certo ad avere una visione reale del paese.

Il mio primo viaggio in Albania fu nell’ormai lontano 1990. Tutti all’epoca mi dissero che ero un pazzo.

Intere navi (le famose carrette del mare) vomitavano sulle coste Italiane miglia e miglia di disperati ed io come mio solito stavo andando contro corrente, scegliendo la strada meno facile, quella solitamente più difficile ma che ti lascia un sapore di vita realmente vissuta, impagabile.

Ricordo che il volo effettuato con un volo Alitalia veniva fatto con un aeromobile di tipo ATR. Non eravamo più di 20 persone e tutte Italiani. Un volo che ricordo essere stato tranquillo, ma un volo stranamente muto, nessuno parlava, non si sentivano commenti, una sorta di “pseudo deportati” che andavano incontro a chissà quale destino.

Il mio soggiorno non fu lungo, durò solo 10 giorni. Ero di transito per la Bulgaria, giusto il tempo di rendermi conto che in Albania pur essendoci molto, troppo da fare non ci avrei mai più rimesso piede. Ma come si dice dalle nostre parti, mai dire mai!

Dieci giorni divisi tra Tirana e Durazzo, dieci giorni da incubo. Alla mia partenza da Tirana per Sofia, nonostante le mille negatività e situazioni di indigenza vissute, partivo sì con la convinzione che forse non sarei più tornato, ma nel cuore avevo ben impresso i volti delle tante persone che avevo avuto modo di incontrare e di quelle che mi avevano aperto le porte delle loro case facendomi sentire uno di famiglia.

Ricordo gli occhi di queste persone; donne, uomini, vecchi e bambini che esprimevano ognuno a modo loro, ma con tanta dignità, richieste di aiuto mai espresse verbalmente e questi momenti sono quelli che mi sono portato dentro per tutti gli anni della mia assenza da questo paese e che mi hanno aiutato a capire molte cose di questo popolo governato da un dittatore, “Enver Hoxha” che ha portato il paese in una totale chiusura di fronte al mondo intero e dove ognuno ha avuto

l’obbligo di consegnare tutti i propri averi, anche la propria anima, la quale non poteva più appartenere a nessun credo religioso qualsiasi esso fosse.

La cosa che più mi colpì fu che in quel periodo, maggio 1990, era come essere stato proiettato indietro di 50 anni e stavo vivendo nella realtà delle immagini e dei racconti, quello che i miei bisnonni e nonni mi raccontavano dell’Italia della dopoguerra. Eppure ero a meno di un’ora e 30 minuti di volo da casa mia.

I ricordi rimasti nella mente e nel cuore di un paese che aveva qualche cosa incredibile per me furono molti. Per prima cosa i bunker! Non li avevo mai visti prima di allora, nemmeno oggi so quanti possano essere, ma erano disseminati in ogni luogo, in riva al mare, nei campi coltivati, nei villaggi, in montagna, erano tantissimi e non tutti delle stesse dimensioni, piccoli medi e grandi.

Lungo la strada si incrociavano pochissime macchine e molti carretti con un pseudo abitacolo in legno trainati da cavalli o asini, parevano famiglie di Amish!

Donne che portavano “al pascolo” gruppi numerosi di tacchini che seguivano le direttive di un lungo ramo che la mano esperta agitava con movimenti ben precisi, e poi molti bambini che giocavano liberi in strada.

Lungo la strada venditori improvvisati di pezzi di ricambio per automobili etc., pochi negozi e mal forniti completavano lo scenario di questo paese.

Di Tirana mi aveva colpito la zona che delimitava il “Blloku” ricordo che erano delle strisce gialle dipinte per terrà a delinearne i confini, almeno così mi fu spiegato. Era la linea invalicabile entro la quale viveva il dittatore le più alte cariche del governo e gli “intoccabili”. Oltre quella linea nessuno poteva passare.

Tirana comunque come ogni grande città e capitale aveva una vita già diversa con molte più macchine e una conformazione già definita pur senza una regola, negozi e gente per strada, tanta gente.

Durazzo al contrario me la ricordo come una piccola città una enorme spiaggia come la nostra costa Romagnola per intenderci, e l’hotel Adriatiku dove mi fermai per 7 giorni ed ero l’unico ospite desolante!

Un pomeriggio libero da impegni lo trascorsi seduto nella veranda esterna dell’hotel, fronte mare. Un mare grigio e triste come quella giornata, rotta solo dalle grida gioiose di un gruppo di bambini di un asilo che stavano giocando sul bagnasciuga di fronte a me e controllati da improbabili maestre con l’aria più da militari che educatrici.

Due suore Italiane in abito bianco camminavano sulla spiaggia e avvicinandosi a me le invitai per una bibita e due chiacchiere. Erano entrambe di origini Milanesi mentre con la casa madre, loro sede era a Roma. Mi dissero che erano in missione per aprire una loro casa a Durazzo.

Ricordo solo che ad un certo punto, dalla spiaggia ho visto un piccolo orso che, scappato al suo proprietario che lo inseguiva, si è proiettato verso di noi ed ha graffiato con un leggero morso una suora che tentava di accarezzarlo……momenti di panico per le due consorelle. Non essendoci alcool per disinfettare optai per una raki ( la nostra grappa) che utilizzai in parte per disinfettare la ferita ed in parte la feci bere alla suora “ferita” per calmarla un po’. Oggi se ci ripenso mi viene da ridere nel ripercorrere con la memoria quella scena degna di un film di Felliniana memoria.

Nel 2009, dopo 19 da quella mia prima visita, ho ritrovato un paese completamente cambiato.

Durazzo irriconoscibile dallo scempio e abuso edilizio, una giungla di palazzi e case una a ridosso
dell’altra, senza logica senza senso, se non quello d’aver rovinato tutto quanto, e ti rendi conto che il paesaggio può fare schifo e che il “dio denaro” ha vinto ancora una volta!

E’ proprio dal 2009 che iniziai a capire e conoscere cultura e tradizioni di questo paese abitato da una popolazione che per mezzo secolo era rimasta senza un volto, senza una fisionomia.

Ho iniziato a vedere con i miei occhi e sentire con le mie orecchie tutte le varie storie di vita passata e subita da questo popolo, ed ho iniziato a capire che questa Nazione era formata da una popolazione che non era come i “media” italiani mi avevano sempre fatto credere e cioè un popolo di invasori, violenti e delinquenti, e che tutti vorrebbero rimandare a casa, ma al contrario era un popolo che voleva dare pane e dignità alle proprie Famiglie, con tanta umiltà.

Laureati che si sono adattati a fare i lavori più umili senza porsi tante domande.

Certo, nel gruppo qualche pecora nera c’era e ancora c’è, servirà ulteriore tempo, ma quale è la Nazione formata da soli santi e buoni Samaritani?

Parlo insomma di un popolo con molte caratteristiche comuni alle nostre, un paese che si unisce con il mio per mezzo del mare, quel mare che da sempre e per secoli è stato testimone di avvenenti positivi e negativi.

Scoprirò inoltre la simpatia che provano gli Albanesi nei miei confronti in qualità di Italiano, e ripasso la storia studiata senza dover aprire nessun libro, passando dall’Impero Romano, alle comunità stabilitesi in Italia meridionale che, ammetto non conoscevo e che molto hanno influito sulla cultura di quelle aree, sino ad arrivare al periodo fascista dove ancora oggi le strade migliori sono quelle costruite in quel periodo dagli Italiani così come molte case e palazzi.

So che ho ancora molta strada è da percorrere. La cosa che però a me interessa di più è che possa continuare a percorrerla qua, per trovare quelle soddisfazioni personali che fanno del proprio impegno e lavoro la soddisfazione più grande della vita di un uomo.

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