Prove tecniche di pace balcanica: Rama a Belgrado

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Le conferenze e gli incontri che coinvolgono due o più paesi balcanici sono, da 15 anni a questa parte, una barzelletta che non fa più neanche ridere. E’ esercizio facile prevedere cosa diranno ancora prima dell’incontro. Di solito le parti si limitano a pronunciare parole quali “cammino europeo dei Balcani”, “integrazione e sviluppo democratico”, “pace e prosperità”. La sostanza politica, insomma, è lo stesso che si avrebbe se a rappresentare il paese si mandassero le rispettive Miss.

Difficile farne una colpa alle parti: raramente il destinatario di questi incontri è la popolazione dei rispettivi Paesi. Il vero destinatario è quella entità che nel parlare volgare si chiama Bruxelles. Nella migliore tradizione europea, lo scopo di queste conferenze è quello di evitare con cura scientifica i veri problemi. In compenso, però, si scattano tantissime foto e si aspetta, con vibrante trepidazione, l’annuncio di un qualche portavoce di questo o quell’organo europeo.

Il vero marchio di successo della conferenza dipende solamente da questa approvazione. Approvazione la quale, sempre per pagare pegno al facile esercizio, di solito recita “L’Entità vede di buon occhio le relazione tra i Paesi/incoraggia le relazioni diplomatiche/sostiene gli sforzi…” e così via.

Anche per questa cultura del consenso, quello che è successo durante la visita del premier albanese Edi Rama a Belgrado ha qualcosa di incredibile. Intanto, era la prima visita di un Premier albanese in Serbia dal 1946, periodo di amore tra i due Paesi -amore che sarebbe finito da lì a poco per interessanti motivi politici troppi complessi da affrontare in questo articolo-. Il lungo tempo trascorso serve, però, a rendere l’idea dell’importanza di questo incontro.

Inizialmente previsto per Ottobre, l’incontro è stato spostato a seguito della partita di calcio Serbia-Albania. Uno spostamento di data che anche ai meno maliziosi sembrava un modo elegante per annullare l’incontro. Oltre ai rapporti nazionali, c’erano altri fattori; basti pensare che fonte autorevoli del governo serbo accusavano il fratello di Rama, pur sapendolo innocente,  di aver pilotato il drone. Rama, quindi, avrebbe avuto buoni motivi per annullare.

Nel progetto politico di Rama, però, essere premier dell’Albania è solo l’inizio di un percorso più complesso. Rama sembra voler diventare, almeno a livello simbolico, il premier degli albanesi. Non è la stessa cosa. L’Albania è circondata da albanesi come quelli del Montenegro, della Grecia, della Macedonia e del Kosovo. Minoranze che guardano da sempre a Tirana e che per tanto, troppo tempo hanno aspettato un segnale di avvicinamento da parte dei governi albanesi. Governi, di solito, timidi, paurosi, bruxellesdipendenti o instabili da annunciare alcunché in favore dei loro compatrioti fuori dai confini nazionali.

Le parole di Rama, il quale ha osato dire che il Kosovo è oramai realtà indiscutibile, al di la delle percezioni serbe, sembrano andare in questa direzione. La visita successiva a Preshevë, città serba a maggioranza albanese non fa che confermare e conferma, inoltre, anche la delicatezza di tali incontri. Rama ha ripetuto, come un mantra, che non crede e non segue il progetto della “Grande Albania”, ma quello degli albanesi in Europa. Così facendo, intende togliere l’arma principale a quella parte della politica serba che sbandiera ancora il progetto della “Grande Albania” per screditare il governo di Tirana.

L’impressione è quella di un Paese che, per la prima volta nella sua storia, sta facendo le prove tecniche per diventare attore serio ed importante nella scena balcanica. Forte dell’adesione NATO, della candidatura UE, con deboli ma consistenti segnali di una rinascita politica e sociale interna, e con la Grecia in altre faccende affaccendata, l’Albania si scopre improvvisamente rilevante. E scopre, quasi con sorpresa, di avere un governo che sembra poter svolgere questo ruolo.

Quello che Rama non dice ma cerca di far intendere è anche un avviso ai naufraghi. Ripetere all’infinito “Kosovo je Srbija” nella speranza che diventi vero nuoce più alla stessa Serbia che ai suoi vicini. Fermare l’orologio della storia al 1999, al 1389 o ad altre date ormai passate, come i governi serbi stanno facendo da tanti anni, rischia di bloccare il Paese in una specie di giro sterile ed inutile. I Balcani hanno sì bisogno del contributo serbo, ma non a tutti i costi. Questo fatto, oramai chiaro a Tirana, Prishtina, Zagabria e Sarajevo, deve diventare chiaro anche a Bruxelles e Belgrado.

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