Tra i provvedimenti previsti dal ddl vengono enfatizzati quelli relativi alla lotta all’immigrazione irregolare. Il Presidente del Consiglio in primis ha parlato di decreti giusti per respingere gli “immigrati clandestini”, e nessuno di coloro che raggiungono l’Italia con i barconi, secondo Berlusconi, avrebbe diritto al asilo politico. Dal canto suo, Maroni si vanta di aver respinto 240 migranti in mare.
In verità, si tratta di poche miglia di persone all’anno, ma la maggior parte dei provvedimenti del ddl riguardano gli oltre 4 milioni e mezzo di migranti regolari, rendendo più difficile il processo di integrazione. Il ddl restringe le norme sui ricongiungimenti familiari, introduce una tassa salata per il rinnovo dei permessi di soggiorno e la richiesta per la cittadinanza, introduce il permesso a punti.
I nuovi provvedimenti sono stati criticati dall’opposizione, dalla società civile e da chi si occupa in prima persona di immigrazione. Per Padre Gnesotto, responsabile migranti e profughi della Fondazione Migrantes la”Legalità e l’accoglienza sono temi completamente elusi nel DDL su cui il governo ha posto la fiducia. Il pacchetto sicurezza non parla di questo e non avrà gli effetti propri di una società che vuole essere integrata''.
Una delle novità bizzarre del ddl è il permesso di soggiorno a punti, un’emulazione del sistema della patente a punti. In caso di infrazioni, al titolare del permesso di soggiorno saranno decurtati dei punti, che successivamente potranno trasformarsi in “sanzioni amministrative o addirittura portare all’espulsione”. “Una proposta di buon senso, anche nella direzione della trasparenza, per chi deve verificare chi si comporta bene e chi no”. E bisogna credergli visto che a dirlo è il ministro della semplificazione normativa, Roberto Calderoli. Non c'è che da prendere atto della sua “autorevole” opinione.
Il cittadino non comunitario dovrebbe firmare un “Accordo di integrazione” al rilascio del permesso di soggiorno a punti e secondo i relatori del ddl, l’integrazione è quel processo finalizzato a promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, nel rispetto dei valori sanciti dalla costituzione. Dall’altra parte, il governo rimanda all’emanazione di un regolamento governativo la definizione dei contenuti dell’accordo e dei poteri della pubblica amministrazione, una mossa di dubbia legittimità costituzionale in riferimento alla riserva di legge in materia di condizione giuridica dello straniero. Sembra che l'integrazione vista dal governo è unidirezionale, cioè significherebbe la sottomissione dello straniero alle leggi esclusive emanate da questo governo.
Inoltre si introduce una tassa per il rinnovo del permesso di soggiorno che arriva a 200 euro. Chi richiede il rinnovo del permesso di soggiorno già paga più di 70 euro e deve aspettare almeno un anno per avere il permesso di soggiorno anche se la legge prevede il rilascio in 20 giorni dalla richiesta di rinnovo. Eppure i lavoratori migranti contribuiscono al 10% del PIL, che all'incirca corrisponde a 150 miliardi di euro. Invece ai comuni sono stati messi a disposizione nel 2007 solo 700 milioni di euro per l’integrazione.
Sarebbe giusto che fosse spesso per l’integrazione il 10 % di quello che contribuiamo, e al parlamento i migranti fossero rappresentati al 10%. Naturalmente la mia è solo un provocazione, perché l'integrazione non si misura solo con la ridistribuzione dei redditi, ma con politiche giuste ed inclusive, non facendo sentire i migranti dei sorvegliati speciali.