A proposito della “Padania”
Prima di entrare in merito alla questione, devo premettere che, la stessa esistenza del partito politico Lega Nord è diretta conseguenza e responsabilità della cecità dei precedenti governi che non hanno saputo dare risposte alle domande dei governati: si vuole qui intendere, governi antecedenti alla stessa nascita della Lega Nord!Per capire se l’esistenza di una reale, o metafisica “nazione padana” abbia fondamento, bisogna avvalersi dell’antropologo Fabio Martelli e della sua idea su ciò che da lui viene chiamata “autoidentità”.
Per creare un esempio utile a capire cos’è l’autoidentità, l’antropologo Fabio Martelli (cfr. Capire l’Albania – il Mulino 1998), nel descrivere i miti e le leggende che hanno concorso alla creazione dell’attuale nazione albanese, ne demolisce tutte le credenze della presupposta origine da progenitori illiri o tracio-illiri originari abitatori dei territori balcanici. Nello studio relativo alla identità degli albanesi, Fabio Martelli descrive il loro sentirsi popolo, esclusivamente basato sui miti e sulle leggende create a supporto di quella che lui chiama “autoidentità”: della reale identità degli albanesi il Martelli fa salva solamente la lingua che, seppure questa non sia prova che gli albanesi siano discendenti diretti degli illiri, ammette essere lingua originaria da un sostrato illiro o tracio-illiro.
Veniamo quindi alla “identità padana”. Ora, per quanto scritto al precedente paragrafo, occorre notare, se mai ce ne fosse bisogno, che per “l’autoidentità” delle genti cosiddette “padane” non concorre neppure il fattore linguistico: se non erro, la lingua parlata nel bacino del Po risulta essere la lingua italiana o dialetti romanzi che, a loro volta, sono derivanti dalla lingua latina. In relazione al mito di precedenti lingue celtiche, il piemontese Tavo Burat (al secolo Ottavio Buratti) grande poeta dialettale piemontese e appassionato studioso della realtà storica e linguistica del territorio, a suo malincuore, ha asserito “bisogna ammettere che, per quanto riguarda il fattore celtico, ed i relitti linguistici da essi derivanti, nel territorio continentale, Italia e Francia compresa, non rimane assolutamente più niente: i relitti del fattore celtico sopravvivono solo ancora nelle isole”. Con isole, il Burat intendeva Inghilterra ed isole circostanti.
Dunque, non esiste una nazione padana, e non esiste una etnia padana, se non per il fatto che, motivazioni egocentriche portano a credere in esse: partendo dal giudizio sul diverso (lo straniero), gli egoismi deleteri, nutrendosi del bieco interesse economico, può poi, in ultima analisi, sfociare nel giudizio sul proprio vicino e poi sul fratello in casa propria. La “bestia” dell’egoismo non riconosce che se stessa e, se affamata, si nutre anche del proprio fratello!
Sdrammatizzando un po’ la questione sulla “autoidentità”, un detto lucano dice: “Chi s’a vanda sul sul, no val mang nu fasul” = “chi si vanta da solo, non vale neanche un fagiolo”.
Ritornando alla serietà richiesta dall’attuale situazione politica, torno a ribadire che, la responsabilità della stessa esistenza del movimento politico Lega Nord, è da addebitare, così come già detto, alla cecità ed alla saccenza che i governi antecedenti alla sua nascita hanno avuto verso i governati.
Oltre i suddetti personali convincimenti, la “padania” esiste in quanto espressione egocentrica, interessi economici (i danè) e falsi miti creati ad arte, ad uso e consumo dell’anzidetta espressione egocentrica: i politici padani che concorrono alla creazione dei falsi miti di cui sopra, in quanto “classe colta”, dovrebbero rendersi conto che le loro creazioni metafisiche, dirette ad una fascia di popolazione con una mediocre preparazione culturale, possono, in quanto “autoidentificazione”, risultare pericolose!
Parlare oggi di etnia, in quanto gruppo sociale derivanti da comuni progenitori, risulterebbe mero dibattito fine a se stesso. Detto semplicemente, per le continue migrazioni di popoli succedutesi sin dall’alba dei tempi e per il continuo fondersi tra di loro di questi popoli, parlare di etnia o di razza, è semplicemente stupido! Ancora più semplicemente, rischieremmo di scoprire che siamo tutti dei “bastardi”.
È per questa impossibilità a stabilire una etnia intesa come purezza di discendenza da comuni antenati che oggi, la serietà dell’antropologa Marija Gimbutas (una tra le studiose più accreditate del campo) porta a privilegiare non l’antropologia “fisica”, ma bensì l’antropologia culturale: di ricerca antropologica, intesa come biologia genetica per stabilire una etnia, non si può parlare già dal remoto tempo degli indoeuropei – ceppo primigenio -, nemmeno loro erano un unico “gruppo antropologico” inteso come razza.
Bisogna dunque stare molto attenti alla politica che poggi la sua propaganda su basi etniche e di razza: ricordiamoci che la cosiddetta “razza pura” vantata dai tedeschi, già essa era composta da ben sette etnie. Quindi, quale razza, e quale etnia? A sostenere tutto ciò è l’antropologa Marija Gimbutas, una tra le studiose più accreditate del campo.
Se quindi alle rivendicazioni separatiste della Lega Nord togliamo le inconsistenti origini, l’inconsistente etnia, togliamo inoltre il mito del sacro Po, vediamo che, sì, si può creare una “nazione padana”, ma questa poggerrebbe le sue basi sul niente! Una simile nazione, poggerrebbe le sue fondamenta solamente su quattro soldi e sul proprio egoismo: pietre non sufficentemente solide per costruirci sopra una casa!
Tommaso Campera – cultore arbëresh











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La “nazione padana” poggerrebbe le sue fondamenta solamente su quattro soldi e sul proprio egoismo: pietre non sufficentemente solide per costruirci sopra una casa!
Un detto lucano dice: “Chi s’a vanda sul sul, no val mang nu fasul” = “chi si vanta da solo, non vale neanche un fagiolo”.
Di Tommaso Campera
Sdrammatizzando un po’ la questione sulla “autoidentità”, un detto lucano dice: “Chi s’a vanda sul sul, no val mang nu fasul” = “chi si vanta da solo, non vale neanche un fagiolo”.
Quindi noi per comprendere il concetto “della nazione padana” dobbiamo vedere l’esempio dell’ “autoidentità” del popolo albanese che secondo Martelli si basa esclusivamente sui miti e sulle leggende?
Evidentemente non ha avuto mai a che fare con accademici balcanici e ci va più leggero su questi temi per noi abbastanza spinosi. Probabilmente é legittimo avere dei dubbi “di identità ” da parte di chi da centinaia di anni conserva la propria lingua in modo intuitivo è senza legami diretti e continuativi con la terra d’ origine.Il distacco porta a volte chiarezza e altre volte smarrimento.
La continuità storica di popoli che hanno migliaia di anni di storia e’ sempre difficile da provare . Prendiamo l’esempio del popolo greco. Secondo il famoso storico bavarese Falmejarer in greci di oggi non hanno nessun legame con i greci antichi. Ovviamente ci sono altri storici che sostengono il contrario. Ancora più facile da sostenere la tesi della non continuità del popolo romano che fu quasi sterminato dopo l’ingresso in città dei Longobardi. Probabilmente la stessa questione si pone anche per il popolo egiziano.
Naturalmente é legittimo avere dei dubbi di identità e’ informarsi leggendo storici che sostengono tesi contrarie per crearsi una idea obbiettiva. Quello che trovo del tutto fuori luogo è prendere per esempio un popolo come quello albanese con una storia millenaria per convincere i lettori che la nazione Padana non esiste, essendo che il popolo padano non ha una identità.
iIn quanto a Martelli sull’identità degli albanesi, basata sui miti da lui citati, gliene sfugge un “mito” in particolare; quello eretto su di una forte identità popolare. “Mito” il quale accomuna gli albanesi attraverso “apostoli” come uso e costume (doke e kanun), quest’ultimo “mito” basterebbe da solo a creare una nazione, senza ricorrere alla necessità dei “miti” di Martelli.
Bè, t’dashura shqiptarë, çë duani se ju thom? Ndërkaq jam gëzuar se, atë çë shkruajta unë, na ka dën mundësia të ligjërojmi mbi një temë çë na perket t’gjithëva e na dhezan zjarri zëmres. Ndërkur çë ju thom kët, e shoh mir se ju nëng jini adhe/akoma t’lirë nga imperializmi çë ju mbushi trutë ma atë çë më ju pëlqei: njera/deri nani ju shkruajta arbëreshe pse nëng kam harè të shkruanj standardi juaji po, të mos bënj ndonjë gabin, ndjekinj/vazhdonj mbë tallian.
Cari (nel senso di amati) ragazzi, l’articolo sui miti della padania da me scritto, aveva bisogno di un cappello introduttivo, di un prologo che fungesse da esempio per spiegare come può nascere un “credo” artificiale.
Avrei potuto adoperare altri esempi ma, essendo noi albanesi (non so altri, ma io lo sono ancora di nome, di sangue e di indole) ho preferito usare un esempio a portata di mano, e che comunque fungesse da incentivo alla discussione. Purtroppo, come ho detto in arbëreshe, devo notare che non siete ancora abbastanza liberi dall’imperialismo ideologico inculcatovi nei lunghi decenni della dittatura comunista: non siete ancora pronti al sereno dibattito senza scadere in fatti personali, così, come con grande sorpresa, ha fatto il caro Blenti Shehaj dicendo che, (così mi è parso di capire) io parlerei solamente più una lingua in modo casuale e, non essendo più da secoli a conoscenza della realtà albanese, in relazione ad essa, non potrei parlare di cose ad essa inerenti. Trovo invece molto equilibrato il commento di Adriatik Pjeçi quando parla della forte identità popolare che accomuna tutti gli albanesi sufficiente a creare una nazione e che, pertanto, non necessita di altri miti aggiuntivi.
Cosa volete che vi dica, il mito della auto identità albanese, non è stata teorizzata da me che ho redatto semplicemente l’articolo, ma è stata teorizzata da Fabio Martelli che pur non è l’ultimo degli storici e antropologi.
Per compiacervi, la prossima volta vi darò la versione di Antonello Biagini dell’Università La Sapienza di Roma o di qualche albanologo shqiptar che accontenti in tutto e per tutto il vostro/nostro ego albanese: per l’albanologo albanese, siccome nella mia libreria ne ho più di uno (dai più seri a quelli che scrivono pura fantasia) fornitemi voi il nome.
Dunque, se così ci fa piacere, viva noi che siamo il popolo più antico del mondo, parliamo la lingua che ha dato l’origine a tutte le altre, e gli dei erano nostri diretti progenitori. Contenti così?
Il tuo, caro Adriatik, è un commento che rispetto e, per l’equilibrio e la serenità con cui si pone alla discussione mi piace e dunque non lo voglio commentare. Il tuo modo di porsi agli altri con dovizia di causa, è l’unico modo possibile . In quanto alla lingua, sempreché non vado errato (errato < e rremtë?) è stato il Blenti a dire di me che parlerei una lingua che mi sarebbe rimasta in modo casuale in quanto distaccati da secoli dal contesto originario. Ecco, proprio la nostra lingua (che io non ho imparato a scuola ma dai miei genitori, quattro nonni e da tutto un contesto reale del mio paese di nascita) ha preso tanto del mio tempo per poterla conoscere a fondo e oltre le apparenze: per questo mio spontaneo sentimento, ti invito a visitare il mio sito http://www.vetamarbereshecampera.it
Tommaso Campera: Caro Tommaso, ti ringrazio per l’invito nel suo sito e lo farò, tuttavia ci tengo a dire che non ho neanche considerato il commento da lei mal digerito, così, d’istinto, forse perche neanche meritava la riflessione, se non fosse appunto… per lei offensivo. Trovo comunque che lei non ha perso la serenità. Sono giusto opinioni e lasciamoli che lo siano, è il ragionare che in fondo ne rende giustizia e per ragionare ragionevolmente (scusa il gioco di parole) bisogna argomentare e con questo spero d’essermi spiegato…mi riferisco al commento di Blenti. A proposito del articolo, voglio aggiungere, che un occhio critico fa sempre bene. A volte molti autori scrivono per sentito dire, senza avervi mai messo piede sul luogo che esaminano. Ho letto una citazione riportato da R. d’Angely in “Enigma”, di un certo autore M. Pika, sul quale purtroppo non ho trovato ancora niente. L’autore si esprime su uno studioso occidentale di linguistica ed etnologia: “Uno studioso di linguistica” – dice Pika – “è uno scrittore, il quale dopo aver letto una dozzina di libri che trattano lo stesso argomento, scrive il tredicesimo libro. E naturalmente, quest’ultimo non manca alla riproduzione esatta degli errori, che i precedenti dodici c’è l’hanno ormai”. Riportando in seguito vari esempi che lo confermano, dice d’Angely. Eppure, personalmente cerco di non farmi prendere dall’entusiasmo della citazione di Pika, ma spesso trovo che si verifica.
Scusate a non aver risposto prima ma seguivo solo tramite il telefonino i commenti. Avere a che fare con accademici balcanici significa capire quante cose ideologizzate si è dovuto leggere e quanto la nostra identità/autoidentità sia preso di mira da parte loro (alcuni studi “seri” sono pronti a sostenere che noi, albanesi siamo gente che ha la coda dietro). Entrare in questo dibattito non è una cosa che si può fare in modo leggero. Lo hai fatto nel tuo articolo sicuramente perché non ti sei mai trovate in mezzo a tali tesi e discussioni profondamente tendenziose e con lo scopo di denigrarci e se possibile giustificare un secolo di massacri nei confronti delle popolazioni albanesi ai confini delle vicine potenze balcaniche. E qui ti capisco e nel mio commento ho semplicemente giustificato la tua leggerezza di trattare alcuni temi.
Parlare di una delle tesi(quella di Martelli appunto) in modo sbrigativo non è corretto secondo me. Ci sono tanti altri studi sulla nostra identità che dicono esattamente il contrario. Se Martelli ti ha convinto, non mi sembra il caso e il contesto di usare la sua teoria come unica e assoluta e paragonarci con una identità da bottegai e inventata per scopi puramente elettorali come quella padana leghista.
Il mio commento non voleva essere offensivo nei tuoi confronti ma semplicemente evidenziare una posizione diversa e punto di vista diverso. La conservazione intuitiva della lingua non è parlare in modo casuale quella lingua, bensì una cosa che dimostra a mio avviso una forte identità e basterebbe questo fatto da solo per farti capire che quello che porti addosso da 6 secoli ormai non è una cosa inventata e fasulla ma una forte identità. Se no, a questo punto vorrei capire: cos’è che salvaguardi nei secoli caro amico? Cos’è il tuo folclore, la cucina, la lingua, le usanze, i balli e i canti? Non mi sembrano cose inventate a caso, diversamente non si sarebbero salvate cosi a lungo e arrivate fino a oggi.
Ok ok va bene così: non facciamo gli albanesi, non facciamoci conoscere, se no finisce che andiamo a ristrutturare gratis l’alloggio a qualche politico senza che se neaccorga. Blenti, io sono abituato a leggere tutto, anche la carta del cesso prima di usarla, dunque leggo le tesi più disparate e tra diloro contrastanti. Proprio per dimostrare questo dicevo ad Adriatik che, volendo, posso sposare la tesi di Antonello Biagini che risponde in tutto e per tutto al nostro ego albanese: in verità, vado molto cauto nel credere ad una o all’altra tesi. In quel momento, per quel certo articolo, mi serviva la tesi del Martelli, senza per questo avvalorarne lo studio. In circolazione ci sono tanti di quei studi sulla storia e sulla lingua dettati dalla fantasia che mi fanno scompisciare dalle risate, per esempio, quello degli albanesi in Sardegna: quanto mi sono divertito.