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Gli emigrati continuano a rimanere cittadini invisibili, e la democrazia si fa per meno di 2/3

Le elezioni locali del 8 maggio oltre a proclamare in prospettiva i vincitori allungando il conteggio, offrono una limpida fotografia della partecipazione politica dei cittadini nel paese. Tralasciando le polemiche politiche sulla fiducia, credibilità e coinvolgimento che i partiti e i loro leader suscitano sugli elettori, rimane una questione incompresa di rilevanza decisiva che la completa assenza del voto degli emigrati per tutte le elezioni nazionali.

Lasciato sott’ombra dalla politica ma anche dai media che riflettono forse – come indicato dalle statistiche internazionali – il basso livelli di libertà di stampa e indipendenza dai stessi partiti politici, l’assenza di tale diritto esclude circa 1/3 della popolazione albanese che vive all’estero. Il diritto l’espressione del voto nelle elezioni locali solitamente è riservato ai residenti permanenti, ciò preoccupa sono le future elezioni presidenziali di luglio 2012, e di quelle parlamentari di marzo 2013, che tutt’ora la Costituzione albanese prevede si eserciti solo a livello territoriale.

Il “voto dall’estero” fu messo in pratica già nell’antica Roma, dal primo Imperatore romano Augusto, e viene applicato oggi da 115 stati o aree del monde (su 192 stati membri delle Nazioni Unite), con specifici meccanismi per i connazionali residente all’estero. Dei rimanenti 77 stati che non prevedono tali meccanismi è opportuno escludere quelli che non hanno forme di rappresentanza diretta negli organi governativi, che si approcciano dunque alla natura dittatoriale. Se si sottrae inoltre un consistente numero di stati che attualmente sono definiti “in transizione”, e quelli che non necessitano tali pratiche perché hanno pochi cittadini residenti all’estero, il cerchio si restringe ad alcune piccole eccezioni e soprattutto ai 4 stati balcanici: Albania, Macedonia, Montenegro e Slovacchia. Tra questi stati che non prevedono il voto dall’estero, solo l’Albania non ha vissuto le crisi della scissione della ex – Jugoslavia con perdite territoriali e della popolazione su basi etniche. Ha vissuto invece un’elevata emigrazione per motivi economici e politici che costituisce oggi circa un milione di persone.

L’Unione Europea ha chiesto ai suoi Stati membri di includere queste pratiche già dal 1999 1) , ricordando il fatto che il diritto di voto può essere considerato come il principale attributo della cittadinanza e del suo esercizio, la base stessa della democrazia, perché il Comitato dei Ministri ha esortato gli Stati membri affinché diano ai loro espatriati il diritto di voto. Dei paesi non -UE, la Bosnia-Erzegovina già dal 1995 prevede il voto dalla Diaspora, così come la Croazia, Georgia, Ucraina, Moldova e Turchia. In Croazia dodici seggi parlamentari sono stati riservati ai rappresentanti degli espatriati, che vengono eletti proporzionalmente dalle liste specifiche per il mandato di quattro anni.

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Pratica e tecnicismi

Solitamente i sistemi di voto estero si applica alle elezioni legislative nazionali, presidenziali, referendum, e in alcuni casi, alle elezioni locali o regionali. Meccanismi che si distinguono in: “voto il loco” per mezzo delle ambasciate o consolati; in modo tele-grafico per posta o per fax; e infine in modo telematico con il sistema e-voting, ossia il voto per via elettronica (Internet e telefonia mobile). Spesso gli stati combinano insieme queste pratiche, seppure accompagnandole con delle restrizioni in base alla durata della loro permanenza all’estero (i britannici non possono votare dopo i quindici anni di distanza e assenza di residenza), oppure in base alle reali intenzioni di ritorno, legame economico con la madrepatria o alla loro ubicazione 2) .

Si possono – in modo più semplice- istituire degli “Organismi speciali” per rappresentare gli espatriati, c.d. “Consigli o “Councils”, su base dell’organizzazione in Diaspora, sia come unica forma di rappresentare e partecipazione elettorale per gli espatriati, oppure in aggiunta al diritto di voto dall’estero. I Consigli intervengono su questioni di interesse comune degli espatriati negli organi del paese d’origine, e sono responsabili dell’identificazione iniziale dei problemi incontrati da cittadini che vivono all’estero e per raccomandare soluzioni specifiche al parlamento nazionale.

Quando l’esclusione è conveniente

Per i cittadini albanesi all’estero spesso è riservata anche una moderata rappresentanza delle stesse istituzioni albanesi, con altrettanta moderata copertura dei servizio per le necessità degli emigrati, nonché nessun diritto di partecipazione attiva. Lo statista John Locke nel 1600 avrebbe spiegato la mancanza per l’assenza di pagamento delle tasse che riteneva fosse direttamente correlato con il diritto di voto dei cittadini. Tale principio è comunque contestabile in questo caso. La diaspora albanese non solo sostiene l’economia del paese inviando rimesse ogni anno e comprendo le spese di intere famiglie tanto da raggiungere la quota del 15% del PIL nazionale, ma vi è anche un vivo interesse politico-economico per le future prospettive di ritorno che espresso in investimenti per la costruzione di case e nell’avio delle piccole attività.

Forse costa tanto il voto dall’estero? Questo potrebbe essere un punto di vista che spiega la negazione del diritto di voto al migrante. Infatti, ciò comporterebbe l’attuazione di nuovi meccanismi di voto, come l’installazione di sistemi adeguati, l’allargamento in loco della rappresentanza albanese, una mappatura chiara e aggiornata dei residenti all’estero con la loro registrazione completa di status ed ubicazione, e infine l’elaborazione di classifiche per le eventuali restrizioni. Forse costi che superano i benefici?

I benefici invece si assocerebbero all’intensificarsi degli scambi con la diaspora, per maggiori investimenti, più frequenti contatti con la realtà e l’economia locale, in poche parole maggiori entrate. Inoltre, si faciliterebbe il reinserimento che con adeguati servizi di orientamento e di informazione, sarebbe lo stimolo in più per il loro definitivo ritorno con bagagli di conoscenza, professionalità e patrimonio. Infine, la piena partecipazione degli espatriati alla vita politica dei loro paesi d’origine è ritenuta come l’espressione culmine del successo nel processo democratico, utile per il processo di adesione nell’Unione europea.

In termini politici invece il costo sarebbe quasi un giogo insostenibile per la classe politica albanese. Essi si troverebbero a dover cambiare i programmi elettorali, le considerazioni dei problemi sociali e la necessaria trasparenza politica che diventerebbe una condizione sine qua non per ottenere maggiori voti. La vita politica interna verrebbe messa a confronto con i paesi di residenza nel mondo occidentale, e tante prassi non sarebbero più accettabili per l’elettore in diaspora. Il voto dell’emigrato si trasformerebbe in uno specchio che misura il livello di soddisfazione e pone un confronto internazionale diretto. Il vantaggio evidente di tutte queste manovre sarebbe la crescente fiducia nella classe politica e l’aumento dell’efficienza nelle riforme del paese.

Aldilà del condizionale, che sembra un utopia poco concreta, rimane il fatto reale preoccupante che il 50% della popolazione residente in Albania si è astenuto al voto. Questi insieme ai quasi 30% di emigrati, che non possono esprimere il primario diritto di cittadinanza, fanno sì che la democrazia si applichi per solo il 20% della popolazione. A questo punto, non saprei come definire la nostra politica!


1. Raccomandazione n. 1410 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, maggio, 1999
2. http://aceproject.org/ace-en/topics/va/overview?toc

Aferdite Shani

Aferdite Shani

Laureata bis e cum laude in Relazioni Internazionali e Studi Europei alla "Cesare Alfieri" di Firenze, è dal 2010 presidente di ICSE & Co. (International Center for Southern Europe) che promuove lo sviluppo per l’Europa del Sud; dal 2011 dirige AssoAlbania orchestrandone il funzionamento interno ed esterno. Si occupa di tematiche per lo sviluppo dei paesi emergenti e delle loro interazioni economiche, soprattutto da e verso l'Albania. Ha ideato e diretto il progetto "Rete in Diaspora" e simili. Collabora anche con shqiptariitalise.com, neodemos.it e Labduepuntozero.com.
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