L’intesa, raggiunta con la mediazione della UE, prevede una ‘gestione integrata’ dei posti di confine , che vedrà la partecipazione congiunta di poliziotti e doganieri serbi, kosovari e quelli dell’ Eulex, la missione europea in Kosovo. La nuova gestione delle frontiere al Nord dovrebbe prendere il via il 26 dicembre.
Negli ultimi giorni, è avvenuto un cambiamento della linea politica del presidente serbo Tadic, nei confronti del nord Kosovo, invitando gli abitanti serbi del Nord del Kosovo a rimuovere le barricate e tornare a casa. Da luglio scorso infatti, la popolazione serba mantiene le strade bloccate, in protesta contro il dispiegamento di doganieri e poliziotti di Pristina in questi territori, provocando violenti scontri tra popolazione serba e i soldati della missione Nato in Kosovo, KFOR.
L’appello di Tadic comunque, non è stato ben accolto dalla popolazione serba del Nord, quali hanno risposto negativamente e con sostanziale pessimismo anche all’accordo sulle frontiere raggiunto a Bruxelles da Belgrado e Pristina. Secondo Tadic invece “i serbi del Kosovo devono capire che le barricate non hanno alcun senso, che esse devono essere rimosse. Ogni violenza, perdita della vita umana o ferimento ci porterebbe verso una spirale di violenze, senza via d’uscita”.
In realtà la nuova linea politica, compreso l’accordo raggiunto, può trasformarsi per Tadic, in una polpetta avvelenata, proprio perché, come in molti a Belgrado hanno immediatamente notato, accettare la presenza di agenti di polizia e doganieri di Pristina potrebbe essere interpretato come un primo passo verso un riconoscimento, seppur implicito, dell'indipendenza.
Questo verrebbe letto come un cedimento e Tadic non se lo può permettere, con le elezioni in vista. Almeno, non ora. Nonostante ciò, il presidente si è mosso in questo senso, dopo avere capito che di fronte alla fermezza della comunità internazionale sulla propria posizione politica in Kosovo, le barricate e le strutture parallele non servono a niente. Inoltre, pesano anche le forti pressioni dalla parte della UE , quale preme su Belgrado affinché si giunga ad un compromesso che porta verso il miglioramento dei rapporti con il Kosovo. È su questi presupposti che il presidente serbo potrebbe avere deciso di cambiare rotta, giacché quelli della UE non erano dei semplici richiami, ma sono stati posti come precondizione per ammettere la Serbia come paese candidato all’ingresso nell’Unione europea.
Il messaggio della cancelliera Merkel di qualche giorno fa, sembra che sia stato appreso perfettamente da Tadic. La cancelliera tedesca è stata esplicita, quando si è espressa che “Belgrado non è ancora pronta per lo status di paese candidato, principalmente a causa delle persistenti tensioni in Kosovo”. Il 9 dicembre i 27 Capi di stato e di governo UE si riuniranno a Bruxelles per discutere, il conferimento o meno alla Serbia dello status ufficiale di Paese candidato all'adesione.
È proprio su questo punto che Tadic risponde. Ottenendo sotto il suo governo la nomina a paese candidato, il presidente serbo, darebbe un ottima risposta a chi ha criticato le sue ultime manovre politiche, presentando alle prossime elezioni i risultati raggiunti.