L’amaro dell’erba della febbre
Per capire l’Albania non si può fare a meno di indagare Tirana, cercare le sue storie di oggi e di ieri affondando nei divanetti dei bar alla moda, nel fumo di centinaia di sigarette, mentre fuori i suv e le mercedes alzano la polvere dalle buche dell’asfalto. Ma c’è un’altra Albania, più distaccata, rimasta sempre uguale a se stessa. L’Albania che non si è fatta gradassa e volgare, che non ha gettato via tutto, l’Albania dei villaggi e delle vallate. Lì c’è chi ha resistito al miraggio, e da lontano ha osservato tutto, l’inizio e la fine. E può giudicare, perché non s’è fatto corrompere, né dall’Italia e neppure da Tirana.Nelle parole del vecchio Gjon, che ha visto il comunismo e la prigione, la democrazia e l’emigrazione, Manfred Bushi mette, alla sua maniera, il senso della Rivoluzione tradita. Tutte le rivoluzioni lo sono sempre, almeno un po’. Nuove caste cominciano a formarsi all’indomani di ogni tumulto, nuovi poteri si solidificano nella lava incandescende dei regimi finiti. E’ successo anche a Tirana, forse nei balcani alla maniera peggiore, ma non più di tanto. Il vecchio Gjon, deluso, rabbioso e alla fine solo con la sua pipa davanti alla casetta sul pendio di una montagna, è uno di noi, milioni di cittadini di democrazie tradite. Antonio Caiazza
Fatmir proseguiva a passo svelto, nonostante la salita sulla collina bianca diventasse sempre più erta.Si ricordò di avere lasciato indietro suo padre quando lo sentì tossire. Gli dispiacque vedere i suoi passi stanchi, nonostante stesse camminando sulla terra dove era nato e cresciuto. Stava invecchiando. Lo attese e gli diede una pacca sulla spalla mentre lui giustificò la sua tosse: “E’ l’aria pesante del kombinat“, spiegò, parlando degli anni passati in quella fonderia a est di Tirana. “Forse anche di qualche sigaretta in più”, rispose Fatmir, mescolando vizi e virtù.
Suo padre si era fermato da giovane a Tirana, dove aveva conosciuto sua moglie, la madre di Fatmir, diventando “cittadino”. Spesso e per la gioia di Fatmir tornavano in paese, dai parenti. Passava estati intere a casa dello zio e tornava di malavoglia in città, quando ricominciava la scuola. “Proprio ora che i fichi e l’uva sono maturi”, si lamentava.
Vide “la terra salata”, un pezzo di terra sempre disboscato. “Perché la chiamano così?”, aveva chiesto a un contadino. “Perché le mucche quando passano di lì si fermano a leccarla”, gli aveva risposto, senza convincere del tutto Fatmir. Lui si era ripromesso di provarci, ma sapeva che i ragazzi del paese lo avrebbero preso in giro. Ad andare là di notte aveva paura. Si diceva che qualcuno proprio nei pressi aveva visto un’ “ombra”, parola che si usava nel paese per i fantasmi.”Ho sete, mi fermo alla sorgente” disse al padre. “Abbi un po’ di pazienza, sei cresciuto. Non vedi la casa? E’ più vicina della sorgente” rispose il padre. Troppo tardi, perché Fatmir vi si era già avvicinato correndo.
Non era per la sete, ma per curiosità. Si era ricordato delle libellule blu che da piccolo cercava di acchiappare, senza successo. La sorgente si era coperta di piante di more, con i fiori bianco rosa e qualche frutto. Quasi non si vedeva più. “I soliti contadini pigri”, pensò Fatmir, “si ricordano di pulirla solo quando arriva il momento dell’irrigazione o quando i fusti servono per costruire i recinti. Allontanò con le mani i rami, stando attento alle spine, si allungò e diede un’ occhiata. C’erano ancora, e gli pareva che lo guardassero con quegli occhi che sembravano di vetro. Bevve un po’ d’acqua e si rinfrescò.
Raggiunse il padre, che nel frattempo si era messo all’ombra per prepararsi un’ altra sigaretta. Arrivarono dagli zii mentre il sole cominciava a far sentire la sua presenza, nonostante quel costante venticello del nord. Dopo pranzo, mentre erano seduti fuori all’ombra, Fatmir chiese: “E zio Gjon c’è ancora?” “Sì che c’è. E’ vivo e in forma, anche se la morte della moglie l’ha un po’ abbacchiato. Dicono che ha persino pianto”, ridacchiò la zia. Una risata mescolata a tristezza. Fatmir non se ne sorprese. Sapeva che in quella zona non si addiceva a un uomo piangere la morte della moglie. La zia riprese il discorso indicando il lato sud della collina di fronte: “Si vede da qui, sta sempre dietro alle sue capre. Sai, ci chiede sempre di te, quando capita da queste parti”. “Vado a trovarlo”, disse Fatmir scattando in piedi. “Ma no, riposati un po’, magari nel pomeriggio, tanto è sempre là”, tentò di dissuaderlo lo zio, ma lui salutò alzando la mano sinistra, senza girarsi: “Ci vediamo dopo!”.
***
Fatmir superò il corso d’acqua e riprese la salita. Non pensò alle vipere che lo terrorizzavano quando era piccolo. Pensava a zio Gjon. Non si ricordava quando lo aveva conosciuto. Gli sembrava che fosse già stato lì dalla sua nascita. Sorrise nel ricordare i tempi dell’infanzia, a quando trovava in lui la sua protezione, quando gli altri bambini lo chiamavano “mammone”, visto che era così impacciato in qualsiasi cosa facesse.
Zio Gjon se lo portava sempre dietro e gli insegnava cose nuove. “Vedrai che così nessuno ti chiamerà più mammone”, gli diceva. Assisteva alla mungitura delle capre e di quell’unica mucca, o mentre sistemava i sassi per attraversare il torrente, raccogliere il tabacco o fare dei semplici strumenti musicali con la paglia di grano o con i rami di frassino. Gli si avvicinava e gli sussurrava nell’orecchio: “Ora ti insegnerò una cosa nuova. Ma è un segreto”. Come quella volta che gli mostrò come accendere il fuoco con degli strani oggetti che a Fatmir sembravano magici. “Raccogli un po’ di erba secca e di rami di ginepro e poi ti farò vedere”. Fatmir aveva obbedito mentre lo zio aveva tirato fuori la pietra focaia, l’esca e l’acciarino.
Con le scintille aveva acceso l’esca e poi il fuoco. Faceva così anche quando accendeva le sigarette o la pipa. Fatmir cercava di imitarlo ma non era mai riuscito ad accendere niente. Un giorno si era presentato con gli occhi da colpevole per mostrargli la pietra focaia spaccata in due. Lui gli aveva accarezzato i capelli: “Fa niente, ne troveremo un’ altra”. E poi la richiesta di cominciare a fumare anche lui. ” L’anno prossimo”, gli aveva promesso Gjon, per poi ritrattare con “un anno dopo”, e infine rimandare a “quando sarai un uomo”.
Un giorno, uno dei suoi compagni gli aveva domandato: “Ma tu lo sai che Gjon è un ‘toccato’ “? Per non sembrare ignorante era andato dallo zio per capire il senso di quella parola. “E’ una cosa politica, che imparerai da grande”, aveva tagliato corto lui, che aveva capito di chi si trattava. Fatmir se n’ era fatta un’idea da solo e c’ era arrivato vicino. Si era immaginato una mano violenta e invisibile che aveva toccato Gjon, facendogli molto male. Poi, crescendo, aveva imparato molte cose di lui. Ai suoi tempi, nel paese, era l’unico che aveva avuto la fortuna di studiare. “Persino a Scutari” dicevano. Ma aveva saputo anche dei suoi 15 anni di prigionia e del fratello fucilato. Ma zio Gjon, per lui, rimase sempre lo stesso, nonostante lo vedesse sempre meno, perché la cooperativa gli aveva portato via tutti gli animali. Senza le sue capre, preferiva non muoversi di casa. Ma anche Fatmir tornava sempre più di rado nel paese. Prima perché gli piaceva giocare a “bottoni” in città, poi le ragazze e qualche giorno di spiaggia a Durazzo. Andata e ritorno sul treno gremito.Lo scosse da questi ricordi un sasso lanciato davanti a una capra da zio Gjon, per impedire che si allontanasse, accompagnato dall’urlo: “Fermati lì!”. “Tungjatjeta zio Gjon”, alzò la voce lui, che temeva di beccarsi qualche pietra. “Tungjatjeta, come state”, rispose lo zio al plurale come si usava con i passanti sconosciuti. “Ahaa!, non ti ricordi più di me, sono Fatmir”. “Fatmir!…figlio!…e come no! Ricordo più di te…anche i tuoi primi passi indecisi sul cortile di tuo zio…ma i miei occhi…”, disse, sbattendo le ciglia, “e poi tu sei cresciuto e i nuovi tempi ti hanno permesso di tenere anche i capelli lunghi”, aggiunse, mentre si preparava a perdersi nell’abbraccio.
Si misero seduti vicini a quel sentiero che portava verso un altro paese, aldilà della montagna, accanto ad un mucchio di sassi. “I sassi delle anime”, pensò Fatmir. “Quando qualcuno muore, la sua anima, prima di arrivare alla destinazione finale, ripercorre tutte le strade battute in questa vita. Ed è bene preparare questi mucchietti perché si possa riposare, altrimenti si stanca”, gli aveva detto la nonna mentre ne preparava uno, per un vicino morto un giorno prima.Gjon tirò fuori la scatoletta di alluminio dove conservava il tabacco. “Prendi una di queste”, disse Fatmir allungando il pacchetto. “Vedi, sei diventato uomo” rispose Gjon rifiutando, perché “mi fanno venire la tosse”, disse con l’accendino in mano. Fatmir si avvicinò vicino al suo orecchio, cosi come faceva Gjon ai tempi dei “segreti”. Gli sussurrò: “Ce li hai ancora quelli?” . “Hehee…”esclamò Gjon, “…ebbene sì!,.non mi faccio ingannare da questi nuovi aggeggi che non funzionano quando c’è il vento. Ma li uso perché cominciano a tremarmi un po’ le mani”. Fatmir mise l’esca vicino alla pietra focaia, la tenne forte con il pollice e diede diversi colpi decisi. Si accese. ” Ce l’hai fatta!..è il vostro tempo”, disse Gjon con un po’ di
melanconia.
Poi si avvicinò a Fatmir come aveva fatto lui prima: ” Tu c’eri?” chiese a voce bassa. ” Sì che c’ero”, rispose Fatmir, che aveva capito che si parlava delle rivolte studentesche. ” Anche quando tirarono giù la statua?” “Sì …non voleva venire via”, rise Fatmir.”Eh…troppo facile. Ai nostri tempi lui non era solo una statua. Era vivo e giovane. Certo che qualcuno sarebbe stato pericoloso anche da vecchio, ma i più duri se li era portati nell’aldilà prima di morire. Furbo fino alla fine”, disse Gjon e poi riprese: “Ma allora cosa fai qui? Perché non sei a Tirana, a prendere il potere?”Per noi era solo una festa…di liberazione” rispose Fatmir che non si aspettava questa domanda.
Poi capì.”Invece i miei figli sono là, vicini al potere”. ‘E’arrivato il nostro momento’, strillavano felici, ‘ora il potere tocca a noi perseguitati’. “Ho cercato in tutti i modi di convincerli ma non c’è stato nulla da fare”. ‘Il vostro potere è qui. E poi né io né vostro zio abbiamo combattuto per il potere. Semmai per tenerlo più lontano possibile. In più non siete voi i veri perseguitati’. ‘E chi più di noi ha sofferto sotto il regime? Tu ti sei fatto 15 anni di prigione, e abbiamo persino uno zio fucilato’, mi hanno risposto. ‘ I veri perseguitati sono i vari vice che non sono riusciti a fare lo sgambetto al loro capo finora, o qualcuno che operava tra le fila della sigurimi ma a noi sembra sconosciuto’, finì di raccontare Gjon e fissò Fatmir. “Ora che tu sei qui ti posso dire che nel nuovo partito ci si è messo anche qualche spia del regime, qualche mio “amico di prigione” disse spingendo l’aria con la mano destra, come se accompagnasse qualcuno alla porta. “Al potere piace la gente fragile, così la tiene sotto ricatto. Ma non c’è bisogno di andare molto lontano. Vedi quella casa laggiù?”, domandò a Fatmir indicando con l’indice. “Il padrone, Sokol, si è iscritto come perseguitato. Eh…certo. Si è beccato quattro anni di prigione perché era stato colto in flagrante, mentre scassinava il negozio della cooperativa”.
“Ma loro non mi diedero ascolto e se ne andarono. E la vecchia…” disse, parlando della moglie con la voce tremante, “ogni sabato si metteva i suoi vestiti migliori e si sedeva sul grande sasso che c’è vicino a casa mia, guardando la strada laggiù, nella speranza di vederli tornare. Le veniva l’acqua negli occhi e io non capivo se erano lacrime, e mi arrabbiavo”. “Vieni dentro”, le dicevo,” tanto loro non vengono. Sanno che ancora non abbiamo distillato il raki”.”Sono andato a vedere il loro potere” disse Gjon, muovendo di nuovo la mano destra, stavolta verso l’alto. “La vecchia era riuscita a convincermi. Ciascuno in una stanza, con tutta la famiglia. Avevano occupato degli ex uffici di una fabbrica. Non so come fanno, hanno dei figli grandi come te. Ne ho approfittato per andare a vedere la casa della statua”, disse ridendo, “..ma mi ha deluso. I miei mulini, che i suoi scagnozzi avevano demolito, erano sicuramente più belli”.
Forse era stata la presenza di Fatmir a fare tornare a Gjon la voglia di conversare. Riprese: “Vedremo cosa faranno i nuovi, anche se il buongiorno si vede al mattino. Usano la stessa demagogia, ma dicono di avere trovato nuovi alleati. E poi è andato così liscio tutto questo cambiamento. Sembra più una pausa che l’arrivo”.Fatmir approfittò della pausa e trovò il coraggio per chiedergli: “Ci pensi mai a quegli anni?”. Gjon per un attimo ci scherzò sopra: ” Certo che ci penso. Ma ti dico una cosa. Io l’ho fregato lo stesso. Sono sette anni che lui è morto, e io sono ancora qui per riprendermi tutti gli anni persi.” Poi divenne serio: “Forse senza quegli anni non sarei quello che sono. Non avrei capito la sofferenza degli altri. Vedi, quando ero giovane, tra le tante bravate, me ne ricordo una in particolare. Un nostro vicino”, disse, ritirando il dito pronto per indicare la casa, per non essere indiscreto, “spesso passava da noi a chiedere l’elemosina. Gli davo sempre qualcosa, ma non prima di averlo preso in giro per bene. Mio nonno mi biasimava: “Cerca almeno di onorare la casa”. Ma io lo fregavo con dei ragionamenti perversi: “Beh, se è povero vuol dire che Dio ha voluto così, questo è stato il suo destino. “E ora.. ” disse strappando con la mano secca i fiori dell’erba della febbre, “anche se non fossi d’accordo, sarei un vigliacco a non dire che questo era il mio destino”. “La prigionia gli ha fatto venire i sensi di colpa e forse è diventato un po’ comunista”, pensò Fatmir. Ma non trovando il coraggio di dirlo, domandò: “Ancora con questi rimedi? E’ cosi amara.” “Con questo amaro sono cresciuto e invecchiato. Dicono che è fa bene ma io non ho mai saputo se funziona veramente. I miei anni direbbero di si”.
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Il vecchio camion “Skoda” ululava lungo la salita. “Tra poco gli uscirà l’anima”, disse uno tra i tanti viaggiatori ammucchiati nel cassone. “Ecco il ponte”, fece segno l’altro, non appena il camion riuscì ad arrampicarsi lungo la curva in salita, “è sempre bello”. “Perché quelli che l’ hanno costruito ci sapevano fare”, rispose un terzo, parlando degli italiani. “Non come i nostri comunisti che in 45 anni non sono mai riusciti a fare qualcosa di buono”, aggiunse, strizzando l’occhio al suo amico, mentre girava il pollice verso di sé, sapendo che dietro di lui c’era un vecchio comunista. Lui si sentì chiamato in causa e rispose subito: ” Perché voi cosa avete fatto? Abbiamo sempre lo stesso camion sgangherato che cade a pezzi e la stessa strada ma con qualche buca in più. Cosa vi è successo? Avete perso l’assegno in bianco che vi aveva dato l’America? Ma sì,qualcosa avete fatto anche voi. Avete distrutto tutto. Vi abbiamo consegnato uno Stato e l’ avete trasformato in un catorcio. E ora l’Albania brucia. L’avete fatta a pezzi, seminando l’odio tra Nord e Sud che noi a fatica eravamo riusciti a unire. Lo sai che non molto lontano da qui hanno minato un altro ponte, per la paura che arrivino quelli di Valona a riportare il comunismo? Perche così vi insegna il vostro capo”. L’altro volle rispondere ma il camion frenò all’improvviso. “Ecco, vedi i vostri autisti? Guidano così”, disse il comunista che pensava che quella frenata fosse un errore del conducente “poco istruito”. Una raffica di kalashnikov chiarì subito la situazione, Due banditi con il volto coperto si erano presentati davanti al camion con le armi in mano; altri sbucarono da dietro urlando: “Scendete tutti e tirate fuori i soldi”. “Avete sentito? Scendete, presto”, si aggiunse una voce più acuta, quella di una donna che si trovava con gli altri banditi. “Ecco, ora si mettono a rapinare anche le donne” disse l’uomo che aveva criticato il vecchio regime, e che insistette coll’ironia, guardando il vecchio comunista: ” E tutta colpa vostro, le avete emancipate troppo”. Non riuscì a finire la frase perché un’ altra raffica fece tremare l’aria. Ma questa volta l’arma scivolò dalle mani inesperte del bandito, e le pallottole colpirono una giovane donna. Le ginocchia si piegarono, e la testa le si chinò indietro. Non fece neanche in tempo a lanciare un ultimo sguardo ai due figli che aveva con sé. “Mi avete ucciso mia figlia, che Dio vi maledica!” gridò disperato il padre mentre gli altri allontanavano i bambini dagli schizzi di sangue.
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Il vecchio Gjon camminava a fatica sotto il sole della primavera. Tornava da quel funerale che era stato più triste del solito. Non aveva più l’età per onorare questi avvenimenti, ma era necessario. Nessun altro era rimasto in casa. Aveva sfruttato la presenza della figlia venuta a fargli visita, portando dietro anche i nipoti. Altrimenti avrebbe dovuto chiudere la casa. Ma lui non poteva farlo. Non finché era vivo. “Vieni da noi a Tirana”, lo avevano pregato i figli. Lui aveva resistito. “Non posso chiudere la casa dove sono nato. E poi voglio vivere i miei ultimi giorni in libertà, e non chiuso in quelle celle dove abitate voi”. Il bastone gli sembrò più lungo nonostante fosse consumato dagli anni. Vide
il camino della casa di Sokol. A giudicare dal fumo che usciva c’era ancora vita, ma lui ebbe lo stesso un po’ di pietà. Sua figlia si era persa senza lasciare traccia. Qualcuno diceva che era morta, altri giuravano di averla vista mentre aspettava qualcuno sui marciapiedi italiani.
Ci mise un intero pomeriggio a tornare a casa, mentre ai tempi della gioventù ci metteva un’ ora scarsa. Il tempo si era rinfrescato e lui si mise semisdraiato vicino al camino, sotto gli sguardi del pronipote che non aveva il coraggio di parlargli. Forse si sarebbe addormentato se non fosse stato per quel viso della bambina orfana che gli stava davanti agli occhi. Durante il funerale, era scappata dalle mani della zia e cercava di svegliare la madre, distesa nella bara: “Mamma svegliati, non vedi quanta gente è arrivata”.Gjon accese la televisione per distrarsi un po’, ma fu peggio. C’era un servizio sul porto di Durazzo, pieno di immigrati che erano di ritorno. Tutti ammucchiati in attesa della liberazione. Vide gli occhi smarriti di uno di loro, ripreso da vicino dalla telecamera, e una giovane donna che scuoteva il bambino su e giù per fargli smettere il pianto.
Chiamò il suo pronipote, come testimone dei tempi: “Vieni, vieni a vedere”. “Li conosci, nonno?” “Sì che li conosco. Sono i figli e le figlie dell’Albania. Tornano dalla mamma aquila. Ma prima vengono chiusi nel recinto dagli altri figli pronti a mungerli per bene, così come facciamo noi con le nostre capre”, disse con disprezzo, senza preoccuparsi più di tanto di ciò che avrebbe capito il piccolo. Il bambino se ne andò, senza fare altre domande, mentre la TV ritrasmetteva le immagini della rivolta. Prima i corpi carbonizzati dei poliziotti bruciati vivi laggiù al sud, e poi il pianto disperato di un giovane uomo sulla panchina del porto, in Italia. Aveva perso la famiglia, affondata assieme alla nave speronata, che li riportava verso una vita migliore. “Peggio della sorte di mio fratello e dei miei compagni fucilati. Non li troveranno mai più” disse a voce alta, mentre l’angoscia lasciava il posto alla rabbia. La rivoluzione rimandata aveva preso le vite sbagliate. Si alzò, mise la giacca sulle spalle e uscì. Puntò il dito verso Tirana e maledisse per la seconda volta il potere: “Che possa il diavolo prendere le vostre anime e che voi non possiate mai vedere dei giorni bianchi!” urlò, mentre calava il buio. Rientrò sentendosi più leggero, ma dovette uscire di nuovo perché qualcuno aveva chiamato. Questa volta erano belle notizie. Il vicino raccontò che i suoi figli ce l’avevano fatta ad arrivare in Italia.
Tornato in casa, vide che il piccolo stava cercando di imitarlo. Aveva in mano l’acciarino e la pietra focaia. Gjon sorrise . Gli venne in mente Fatmir. Anche lui se n’era andato. “Aveva vinto la carta verde con la lotteria americana”, dicevano.”E’ proprio così”, pensò Gjon. “Andare via da questo paese è come vincere al lotto”.
Tirò fuori il coltellaccio che usava come scovolino. Voleva pulire la pipa di legno di ciliegio, regalo di un amico che non c’era più. Se ne pentì non appena ne vide le pareti. Erano troppo sottili. Come la sua vita, pensò.










