Alcuni dei testimoni delle persecuzioni, tra le maggiori dell’età contemporanea, dibattono con un pubblico di giovani, desiderosi di perseguire l’ideale di giustizia, senza mai voltarsi dall’altra parte.

Il giorno 27 gennaio presso l’Auditorium del Massimo di Roma, i ragazzi delle terze medie e dei cinque anni del liceo dell’Istituto Massimiliano Massimo di Roma si sono ritrovati in occasione della Giornata della Memoria; lo scopo dell’incontro era di riflettere, partendo dall’Olocausto, sulle forme di persecuzione nei confronti delle minoranze religiose che hanno caratterizzato l’età contemporanea. I testimoni che hanno partecipato alla giornata sono stati: l’Ingegner Di Veroli, Comunità ebraica; Philip, Siria; il Dott. Marino Mocich, Istria; il Dott. Mario Amirkhanian, Armenia; e infine la Dott.ssa Rovena Sakja, Albania.

Le testimonianze che i ragazzi hanno potuto ascoltare sono state vere e limpide storie di chi in prima persona o indirettamente ha conosciuto il reale significato della discriminazione. Dall’incredibile storia di sopravvivenza dell’ingegner Di Veroli trovatosi, già da bambino, a vivere quel clima che in Italia era stato imposto dalle leggi razziste antiebraiche del 1938: trovarsi in una classe solo per bambini ebrei, vedere il proprio papà radiato dall’ordine degli ingegneri per la sua religione, essere evitati dai propri vicini di casa, dover cambiare il proprio nome.

Nasce spontaneo tra i ragazzi chiedere: «Come ci si sente a dover raccontare questi eventi, nonostante la difficoltà degli anni passati? »; il dolore  non potrà mai essere cancellato ma la spinta per il signor Di Veroli e per gli altri protagonisti è la missione della testimonianza, proprio perché, come ci insegna Primo Levi: «…finchè la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.»- (Se questo è un uomo, Prefazione, 1947).

Una missione compiuta anche da Marino Mocich figlio di padre armeno e testimone indiretto del genocidio degli armeni, da Mario Amirkhanian testimone indiretto della strage delle foibe proveniente da una famiglia di esuli dalla Dalmazia, e da Rovena Sakja, albanese, testimone degli avvenimenti durante la Repubblica Popolare Socialista d’Albania di Enver Hoxha:

«L’Albania ha conosciuto un regime dittatoriale per più di 40 anni, uno dei modi in cui si è articolato è stato con l’imposizione dell’ateismo di stato. La scelta era di disfarsi di una classe dirigente e istruita per creare omogeneità in quella parte di popolazione che non aveva avuto opportunità; è stata una scelta politica, come nella maggior parte di queste vicende. La fede è molto personale ed è stato difficile sradicarla specialmente nelle famiglie. Un ruolo molto importante è stato quello dei nonni nei confronti dei giovani, proprio perché si tentava di insinuare il conflitto all’interno delle famiglie attraverso i più piccoli, che erano quella parte della società a cui era affidato il compito di costruire un uomo nuovo albanese. Ricordo infatti mia nonna, ogni tanto la vedevo contare i fagioli, io ero piccola e non capivo perché lo facesse; non poteva tenere un rosario e al suo posto usava i fagioli.»

Il testimone che forse più di tutti attualizza la sentenza di Primo Levi è Philip, un ragazzo venuto a Roma nel 2011 prima del conflitto siriano, per studiare Psicologia. Lui, come la sua famiglia, non avrebbe mai immaginato quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Per loro è stato un anno di inferno: senza acqua, elettricità e cibo, ancora di più dovendo affrontare la brutta malattia che in quegli anni affliggeva il padre di Philip, venuto a mancare dopo poco tempo. Con Philip successivamente sono venute a Roma anche la madre e la sorella che attualmente dovrebbero tornare ad Aleppo, la loro terra d’origine; questo è il desiderio anche di Philip, nonostante tutto.

Al termine della giornata il moderatore del dibattito, la giornalista Natalia Encolpio, presidente dell’associazione ex alunni dell’Istituto Massimo, pone la questione: «Tante cose avvengono per mancanza d’informazione, nonostante l’era in cui viviamo è l’era del facile accesso alle informazioni, che sono a disposizione di tutti.

In una società come la nostra, come si può evitare che l’ignoranza ci faccia pensare cose che non sono?»; dalla domanda, alla conclusione fondamentale per gli spettatori del dibattito: i ragazzi; è a loro che si affida il compito di perseguire la conoscenza come unico mezzo per prevenire che questi eventi possano ripetersi; è l’ignoranza che spinge a pensare che le diversità sono dei limiti. L’aveva compreso Dante più di settecento anni fa, e lo capì anche Primo Levi nel capitolo IX di Se questo è un uomo dove lui stesso cita non a caso il Canto XXVI dell’Inferno della Divina Commedia: « Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»

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