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ALBANIA NEWS

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Giornata della Memoria e vuoti di memoria

1. I lettori di memoria buona potrebbero ricordare che alcuni anni fa, proprio ai primordi di Albania News, mi sono già avventurato su questo tema, percorrendo sentieri forse tortuosi ed impervi,  nella speranza di giungere ad una verità storica possibilmente condivisa.

Condivisa?  Termine oggi abusato, e, se riferito alla memoria storica, soprattutto dalle mie parti (Trieste e dintorni, al di qua ed al di là del confine, anzi, ormai, “dei confini”), dove, soprattutto dopo la caduta del comunismo, a tal fine sono state costituite più di una commissione  bi/trilaterale, con il raggiungimento di risultati – ahimè – sempre piuttosto scarsi.

Per quanto la mia premessa appaia – e sia – scoraggiante , vorrei notare come un tentativo del genere non sia mai stato operato, invece, tra  Italia ed Albania.

L’Albania ha la sua storiografia, da poco più di vent’anni sta cercando di ricostruirsela, ma – per lo meno questa è l’impressione che ne ho ricavato – scrollandosi di dosso solo quelli che erano palesemente dei falsi storici inculcati dal regime, assumendo per buono “tutto il resto”.

Non migliore è la situazione dell’Italia, paese rifondato dalla Resistenza, movimento la cui componente comunista si è poi arrogato il compito di riscriverne la storia secondo canoni rimasti invariati fino ad oggi, tramite un controllo strettissimo sulla cultura, che  non si è allentato nemmeno durante i due ultimi decenni, che hanno visto alternarsi al potere fazioni di segno opposto.

Con queste premesse, non c’è da meravigliarsi se, quando si affrontano avvenimenti storici che hanno coinvolto Albania ed Italia, la memoria può dirsi sì “condivisa”, ma solo nel senso che appare ancora legata ai modelli interpretativi dei comunismi.

In siffatta situazione, il bene (ma è un male, invece….) sta solo nel fatto che, più che altro, la Storia, queste storie, è/sono pressoché ignorata/e , su ambedue le sponde dell’Adriatico, e quindi, non parlandone, si evita di perlomeno di perpetrare falsità.

Arriviamo a noi, arriviamo ad oggi, al Giorno della Memoria, ricorrenza che, ovunque, nel mondo, è celebrata sì con orgoglio, ma soprattutto con mestizia e con dolore, tante sono le vittime della Shoah, pochi i sopravvissuti, tanti i parenti che quella Memoria vivono non solo una giornata, bensì tutto l’anno, per tutta una vita.

2.    Ma c’è un luogo dove quella giornata è vissuta “solo” con orgoglio, non avendovi motivo di dolore, quanto meno diretto: è l’Albania, che può portare il raro vanto di essere stato l’unico paese europeo – e basterebbe ciò per legittimarla in Europa – dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, ed anche negli anni già bui che la precedettero, non si registrarono casi di persecuzione nei confronti degli Ebrei.

Stranamente (ma ci è pur chiaro….) anche di questo tema si volle parlar poco o nulla durante il comunismo, e quindi, solo da qualche anno, si è iniziato a trattarlo, ed ogni anno di più, magari con  qualche “supporto” esterno (Israele, Francia, USA…), forse  anche perché l’Albania aveva un estremo bisogno di valorizzare le sue “carte buone”,  quando e dove fenomeni di minore livello storico, ma di maggiore impatto sociale nell’immediato, rischiavano di minarne la nascente immagine di paese libero e democratico.

Lentamente, questo vicenda è diventata un “mito”, che è penetrato nella memoria collettiva del popolo albanese, a tutti i livelli.

Ne parla, peraltro abbastanza fuggevolmente, Ismail Kadare, nel suo più famoso romanzo “Il Generale dell’Armata Morta” ,  con la frase: “Dio sia lodato, va ancora bene che non ce la prendiamo con gli ebrei, in questo Paese…. (Lavdi Zotit qё hebrenjtё nuk  ndiqeshin ne kёtё vend.). La frase è stata – da parte mia - liberamente tradotta, in quanto NON se ne rinviene traccia nella versione italiana. E’ vero che la storia del “Gjenerali” è piena di queste singolarità, ma, nel caso in ispecie, è decisamente inspiegabile, ed allora mi viene di abusare del detto secondo cui “a pensar male si fa sempre bene…”. In ogni caso, mi è molto di ausilio a tutto quanto andrò a dire più avanti.

Anche la moglie di Kadare, Helena, nel suo recentissimo volume di memorie “Kohë e pamjaftueshme”, ci si sofferma un po’ di più (mezza pagina…) , prendendo lo spunto da uno loro viaggio in Israele, citando il Memoriale dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, dove è ricordata la protezione degli ebrei da parte degli albanesi.

3.    La prima volta che ebbi occasione di sentir parlare del salvataggio degli Ebrei in Albania è stata nel gennaio del 2008, quando ho letto di una manifestazione che si stava organizzando, proprio per la Giornata della Memoria, a Parigi, al Palais du Luxembourg (sede del Senato Francese), mediante una conferenza dedicata al tema: "La protezione degli Ebrei in Albania prima e durante la seconda Guerra Mondiale, specialmente dal 1933 al 1944".

Ed allora, incastonando questa mia ex-lacuna nel mosaico delle mie tante (troppe?) certezze, ho realizzato quel convincimento, ma forse è meglio parlare di “interrogativo”  che, da allora, mi ha spinto alla ricerca, non facile, così come, oggi, a scrivere queste forse scomode note, e cioè: se tutti (comunisti e non, albanesi ed italiani) sostengono che – dal 1939 al 1943 – l’Albania si trovava sotto una rigida occupazione italiana, dove agli albanesi veniva a mancare ogni democrazia e libertà, come è possibile che il salvataggio degli Ebrei – di così tanti Ebrei – in Albania, sia potuto avvenire senza una qualche partecipazione (vedremo poi come chiamarla) favorevole da parte italiana?

Non si vede, infatti, a chi sarebbero attribuibili eventuali meriti , se non - anche - agli Italiani, dal momento che, dall'aprile 1939 al settembre 1943, l'Albania si trovava in Unione Personale con il Re d'Italia (che ne aveva assunto la Corona); pur conservando formalmente la propria indipendenza, la politica estera e di difesa dei due paesi (Italia e Albania) erano state unificate.

E ciò senza dimenticare che, anche negli anni immediatamente precedenti il 1939, l'influenza italiana, per non dire il "controllo" italiano, sugli affari albanesi , sono stati piuttosto pregnanti.

Nell'ipotesi (purtroppo confermata dai fatti) di una totale assenza - a tale conferenza - di esponenti italiani, mi è sorto  il fondato timore che nessuno vi avrebbe accennato a come gli Ebrei in Albania siano stati salvati “anche” dagli Italiani, per cui mi sono attivato, anche presso canali ufficiali, per una mia eventuale partecipazione.

Uno degli organizzatori, con cui ero entrato in contatto, era un Colonnello (in congedo) dell’Aeronautica Francese, quindi era - per me  - un “collega”, anche lui appassionato di ricerche storiche, e si stabilì subito tra noi una cordiale intesa, solo che, al momento di concludere, mi disse chiaramente: “Mon cher ami…..se vuoi venire a Parigi il giorno 27, alla nostra conferenza, sarai certamente il benvenuto, ma se hai intenzione di prendere la parola, devi essere in grado di citare almeno un nome-cognome di un italiano che abbia salvato – in Albania – almeno un nome-cognome di Ebreo. Altrimenti, niente….”.

Mi sono messo in contatto con degli amici presso la Comunità Israelitica di Trieste (la più grande d’Italia, dopo Roma), ma senza risultati concreti, se non un consiglio a mettermi in contatto con il CDEC Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, il che significa, in sostanza, il Direttore della Fondazione, Prof. Michele Sarfatti.

Ciò che mi spingeva di più era la consapevolezza di come sia ampiamente dimostrato (con citazioni sul Libro dei Giusti, e si diversi libri anche di autori Israeliani), che ovunque gli Italiani, durante la Seconda Guerra Mondiale, si sono trovati ad occupare/annettere/amministrare territori di altre Nazioni (in particolare in Francia ed in  Jugoslavia)  si sono distinti per aver tentato di sottrarre numerosissimi Ebrei (in taluni casi si tratta di migliaia) alla consegna ai Tedeschi (in Francia addirittura sottraendoli ai collaborazionisti Francesi….). Tutto questo è documentato.

giovanni palatucciUna fra tutti, la storia di Giovanni Palatucci, ultimo Questore italiano della città di Fiume, che ha salvato 5.000 (cinquemila) Ebrei, finché, scoperto dai tedeschi, non è stato deportato a Dachau, dove morì. E’ stato dichiarato, dallo Stato di Israele, “Giusto tra le nazioni”, e dopo  la fase diocesana del processo di canonizzazione, da parte della  Chiesa cattolica,  è stato proclamato ” Servo di Dio”.

Per l’Albania ciò non  è documentato perché – come mi ha detto  - all’epoca - il Prof.  Sarfatti, - per l’Albania “non  c’è stata ricerca”. Queste ricerche sono state fatte, ovviamente, nel dopoguerra; e ritengo superfluo soffermarmi a spiegare perché in Albania, nel dopoguerra, non si sia potuta fare ricerca……….

Nel comunicare agli organizzatori della Conferenza di Parigi che - non essendo stato in grado di reperire - in così breve tempo - una documentazione del tipo e del livello da loro richiesto - non avrei potuto - mio malgrado, partecipare, chiedevo loro di farmi gentilmente sapere se qualcuno, nel corso del convegno, avrebbe comunque fatto cenno ad un coinvolgimento - sotto qualsivoglia forma - degli Italiani, nel processo di salvataggio degli Ebrei in Albania. Non avendo ricevuto risposta alcuna, devo ritenere che - di Italiani - in quel convegno, non si parlò affatto.

4.    Perso il “treno” per Parigi, ho capito che dovevo documentarmi meglio, ed ho consultato innanzitutto i seguenti testi:

a)    “La distruzione degli Ebrei d’Europa” di Raul Hilberg, dove però ho trovato delle indicazioni  molto generiche, dalle quali solamente si rileva che, cessato il controllo italiano, iniziarono dei problemi. “A contariis” si potrebbe solo dedurne che “prima” , problemi non ce n’erano.

Qualcuno, quindi, un collegamento, lo ha fatto, ma ricordando l’anno di occupazione militare tedesca. Peccato che, se andiamo a rivangare quel periodo, allora sì che purtroppo cade anche il “primato” albanese”: a Prishtina, infatti, dopo che il Kossovo era stato annesso, nel processo di edificazione della Grande Albania perseguito negli anni 1940/4, si registrò il triste episodio dei 300 ebrei consegnati ai tedeschi, anche con la partecipazione  delle SS della Divisione Skanderbeg (formata da collaborazionisti albanesi.)

b)    “I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei”, versione italiana dell’elenco dei “Giusti tra le nazioni”, istituito dallo Stato di Israele, a cura della storica della Shoah Liliana Picciotto; ma esso si limita ai Giusti riconosciuti all’aprile 2005, comprende  295 nomi dei Giusti italiani, ma nessuno di essi ha avuto a che fare con l'Albania.

c)    Sono andato quindi  a rileggermi, per l’ennesima volta, la memorie (1)  di Francesco Jacomoni di San Savino, Luogotenente Generale del Re d’Albania Vittorio Emanuele III°, testo che per me è un vero “faro” nell’analisi di quel percorso  storico che i nostri due paesi – volenti o nolenti – hanno fatto in comune. Naturalmente, si potrebbe obiettare troppo facilmente che è una testimonianza di parte, e di che parte….tanto è vero che qualcuno (2) lo ha definito addirittura “uni dei più mistificatori libri di memorie scritti  da esponenti del regime fascista”. Premessa questa doverosa precisazione, dopo anni di studio e di ricerca, esaminata la vicenda personale, umana, politica, professionale e giudiziaria (processato ed assolto…) dello Jacomoni, mi sono fatto la convinzione che le sue testimonianze siano attendibili e fedeli, soprattutto quelle in cui narra gli innumerevoli sforzi da lui sostenuti, dal primo all’ultimo giorno del suo incarico, al fine di salvaguardare, almeno formalmente, la sovranità e l’indipendenza dello stato albanese, cui  il nuovo Re si era solennemente impegnato davanti alla delegazione dell’Assemblea Costituente che si era recata a Roma ad offrirgli la Corona di Albania. Per questa attività, Jacomoni si è spessissimo scontrato con le più alte autorità romane, dal Duce al Conte Ciano (Ministro degli Esteri), e giù giù…

L'episodio che ci interessa non è datato, ma si può collocare nell'arco temporale che va tra la fine di dicembre 1941 e la metà di Dicembre 1942, quanto durò il Gabinetto Kruja. Racconta Jacomoni:

“””Una dimostrazione da parte di Mustafà Kruja (Presidente del Consiglio, nda) di quella che era la sua “burrnià” e cioè la capacità di affrontare le situazioni con coraggio e magnanimità, la ebbi poco dopo la sua assunzione alla presidenza del Consiglio.
Si era recato da lui il Console Generale di Germania, e gli aveva presentato una  nota verbale con la quale il governo nazista richiedeva la consegna di oltre trecento ebrei che, profughi dalla Jugoslavia, avevano trovato asilo in Albania. Il Comando Militare tedesco di Belgrado aveva fornito notizie precise sui loro nomi e sui luoghi ove si erano rifugiati nel Kossovo albanese.(3)

      Mustafa Kruja venne a chiedermi il permesso di lasciarli indisturbati in Albania. Non vi erano in tutto il paese soldati tedeschi che potrebbero identificarli .

       Si convenne tuttavia che i  profughi ebrei sarebbero stati subito trasferiti  nella regione di Argirocastro, che confinava  con la zona greca, occupata da truppe italiane. Essi sarebbero stati forniti di un passaporto albanese con falso nome e, ove fosse stato necessario, materialmente assistiti.

       Non fu riferito ufficialmente a Roma al riguardo, ma venne informato privatamente della cosa il Direttore Generale degli Affari Riservati (al  Ministero degli Esteri, Nda) , Ministro Plenipotenziario Vidau. Questi era uomo di cuore e con lui provvedevamo già, a mezzo delle nostre rappresentanze all’estero, a fornire ebrei tedeschi, boemi, polacchi, ungheresi e rumeni di passaporti albanesi. Essi potevano così sottrarsi alle persecuzioni razziali, recandosi in Albania.”””

5. Un primo testo di ricerca specifico arriva appena nel  2006, sotto il titolo “Gli Ebrei in Albania - Catalogo dei documenti dell’Archivio Centrale di Stato della Repubblica d’Albania” (Edizione bilingue italo-albanese, pubblicata in Italia dalla Progredit), scritto in Albania da Nevila Nika e Liliana Vorpsi, (rispettivamente direttrice e archivista dell’Archivio centrale di Stato di Tirana), che magari sono un po’ più tiepide in merito, senza peraltro negare qualche aspetto positivo da parte italiana.

Ovviamente, ho letto con molta attenzione quel libro, riscontrandovi, però un certo numero di errori, magari non gravi, di terminologia, ma che potrebbero denotare una non approfondita conoscenza della situazione politico-istituzionale in cui si è svolta la vicenda. Benché il testo sia stato pubblicato in versione bilingue, la mia non buona conoscenza della lingua albanese mi ha impedito di verificare – con assoluta certezza – se le imprecisioni terminologiche di cui sopra fossero addebitabili alla traduzione in lingua italiana, ma, in taluni casi, sento di poterlo escludere.

In ogni caso,  con riguardo a quanto suggerito alla pagina XV del libro (“saremo riconoscenti a chi volesse aiutarci per la correzione di alcuni eventuali errori”), ho scritto alla casa editrice italiana, chiedendo la cortesia di far pervenire alle Autrici dell'opera in questione una mia nota con la specifica di quanto sopra; mi dolgo di non aver  avuto alcun riscontro, ma – ovviamente – non sono in grado di stabilire se ciò sia dovuto ad una trascuratezza della casa editrice, ovvero ad una decisione delle Autrici del libro.

Oltre alle imprecisioni terminologiche, però, ho riscontrato, nella documentazione d’archivio elencata, una mancanza che mi è sembrata strana, senza voler/poter ad alcuno addebitarla, nel senso che se – negli Archivi –un “eventuale” documento non c’è, non c’è e basta. Ci si può però chiedere come mai non ci sia, ed un tanto ho segnalato, sempre – tramite la casa editrice – alle Autrici, ed anche in tal caso senza riscontro.

Infatti, a pag. 158 (alla data del  14.05.1944) si cita un  Rapporto del Comando Generale della Gendarmeria dove, tra l'altro, si informa del rastrellamento, da parte dell'esercito tedesco, di 150 israeliti residenti a Prishtina, nonché del sequestro dei loro beni (è il caso di cui ho già parlato sopra).
Questo episodio mi ha ricordato il caso degli ebrei di Prishtina che si era presentato molto prima, narrato da Jacomoni, e da me ricordato  in precedenza, per cui ho trovato molto singolare che – agli atti d'archivio – non si trovino documenti su tale episodio.

Tale mancanza (che non può essere chiamata omissione)  si potrebbe attribuire a varie ipotesi:

a) in merito, non vi siano stati atti scritti; era un'iniziativa contraria alla politica ufficiale, benché – lo ricordo – in Albania non avevano vigore le “leggi razziali” italiane, né ne sono state adottate altre similari dagli organi legislativi albanesi, e si potrebbe pensare che Kruja e Jacomoni abbiano “gestito l'affare” solo verbalmente.

Mi sento però di poterlo escludere, in quanto Jacomoni racconta pure che “si convenne tuttavia che i profughi ebrei sarebbero stati subito trasferiti nella regione di Argirocastro che confinava con la zona gerca, occupata da truppe italiane. Essi sarebbero stati forniti  di un passaporto albanese con falso nome e, ove fosse stato necessario, materialmente assistiti...” E'  poco verosimile che – dei tanti provvedimenti necessari a mettere in atto un piano del genere – nessuno sia stato adottato per iscritto;

b) esistendo documenti, qualcuno li abbia fatti sparire. Potrebbe essere stato lo stesso Jacomoni, o qualcuno al suo ordine, per i motivi accennati sopra, così come potrebbe essere stato qualcuno successivamente, durante il regime comunista, per cancellare le tracce di una “buona azione” compiuta dagli “occupatori fascisti”;

c) esistendo documenti, e pur reperiti, non siano stati citati nel lavoro che si considera, magari per una svista; pur rendendomi conto come sia una ipotesi apparentemente offensiva nei confronti di chi ha prodotto il lavoro stesso, la voglio registrare solo da un punto di vista “tecnico”;

d)  Jacomoni avrebbe  raccontato una fatto non corrispondente alla realtà, ma allora tutta la sua opera (380 pagine) potrebbe essere messa in discussione; per cercare di capire come questa ultima ipotesi appaia poco verosimile, bisognerebbe leggere tuto il testo, da cui traspaiono i continui sforzi fatti da questa personalità, spesso scontrandosi con le autorità romane, per cercare di salvaguardare, quanto meno formalmente, l'asserita sovranità ed indipendenza dello stato albanese, che il Re (con la nomina a Luogotenente Generale) gli aveva praticamente affidato. Jacomoni non fu mai fascista, fu spesso inviso al Partito Fascista (sia quello italiano che quello albanese), ed anche per questi motivi fu rimosso dall'incarico. Nel dopoguerra fu processato dall'”Alta Corte di Giustizia per la repressione dei delitti fascisti”, ma – con sentenza della Corte Suprema di Cassazione – venne prosciolto da ogni addebito.

6. C’è da registrare che, prima della pubblicazione di cui sopra, nel marzo del 2005,  Shaban Sinani, che era stato Direttore dell’Archivio centrale di Stato  prima di Nevila Nika, in una intervista in cui preannunciava la pubblicazione degli esiti della ricerca (evidentemente già iniziata da tempo),  aveva detto, tra l’altro:
“L'occupazione italiana in Albania durò fino all'8 settembre 1943, data dell'annuncio dell'armistizio con gli Alleati e della fine dell'alleanza militare con la Germania. "Dopo quella data, la situazione per gli ebrei non cambiò molto, grazie alla volontà della gente albanese. “””

Implicitamente, quindi,  ammetteva che la situazione preesistente era favorevole.

"Nel corso degli anni di guerra – aggiungeva Sinani – tutti gli ebrei che vivevano in territori sotto il controllo tedesco cercavano di raggiungere l’Albania per salvarsi. Le truppe militari italiane non hanno mai portato avanti azioni di violenza contro gli ebrei: ‘Sorvegliamo ma non puniamo’ era il loro motto".

7. Il mio primo – e per ora unico - intervento pubblico su questo argomento ho avuto occasione di tenerlo il 20 agosto 2009, presso il  Museo Ebraico “Carlo e Vera Wagner” di Trieste,  in occasione della mostra ”Besa, un codice d'onore. Albanesi musulmani che salvarono gli ebrei dalla Shoah”, in presenza di Zef Bushati,  allora  Ministro Plenipotenziario presso l’Ambasciata  di Albania a Roma, a seguito di che ho potuto raccogliere la seguente  testimonianza dell’anziana signora Erika Permeti in Toptani, oggi residente a Trieste:

“””A Durazzo, nelle immediate vicinanze del porto, esisteva  un edificio chiamato “Casa dell’emigrante”,  o meglio conosciuto con questo nome. Era comunemente noto che serviva come sistemazione provvisoria per famiglie israelite che attendevano di poter partire verso destinazioni extraeuropee.  “””

8. Si arriva così, il 26 gennaio 2010, al seminario di studi “Gli ebrei in Albania sotto il fascismo. Una storia da ricostruire.”, presso l'Università di Bari, organizzato dalla Fondazione CDEC e dalla Regione Puglia. Non avendo potuto partecipare a detto seminario, ho scritto agli organizzatori per sapere se in essa si sia parlato di una compartecipazione italiana al salvataggio degli  Ebrei in Albania, senza, purtroppo, alcun riscontro.

ebrei albania fascismoAl Seminario ha fatto seguito la pubblicazione (che ritengo: degli Atti) del volume: L. Brazzo, M. Sarfatti (a cura di),  “Storia degli ebrei in Albania sotto il fascismo. Una storia da ricostruire", Giuntina, Firenze, 2010.

Nel libro, dalla relazione del Prof. Sarfatti, si legge: “…da approfondire è anche il ruolo svolto dalle autorità italiane e da quelle albanesi nel consentire tali passaggi (degli ingressi di Ebrei in Albania tra il 1941 e il 1943, nda)… E’ una storia, come si può capire, con qualche luce ma ancora con molte ombre che, ci auguriamo, gli storici italiani insieme a quelli albanesi, vorranno rischiarare…..per volontà del fascismo italiano gli ebrei cittadini albanesi in Albania furono colpiti da una normativa meno dura e meno complessa di quella emanata dal fascismo stesso in Italia contro gli ebrei cittadini italiani. “””
Infatti, in Albania non vigevano le leggi razziali emanate in Italia ancora nel 1938; il testo riporta, in appendice, i testi di due decreti antiebraici approntati (si dice negli ambienti della Luogotenenza) ma non emanati. Non risulta siano stati mai presentati al Kuvendi, probabilmente nella consapevolezza che non sarebbero “passati”.

Dalla relazione di  Milovan Pisarri “La Shoah in Serbia e Macedonia (1941-1943)” si apprende che :
“””L’intera comunità ebraica macedone venne deportata. ….Per circa la metà di loro la salvezza fu dovuta all’intervento dei consolati italiani e spagnoli di Skopje…. gli italiani riuscirono a salvare dal campo 19 ebrei nativi di Pristina, riconosciuti come cittadini albanesi e 5 come italiani. In merito a questi ebrei albanesi e italiani, sembra che i funzionari  e i militari del consolato italiano a Skopje avessero tentato più volte di entrare in contatto personalmente con alcuni di loro, venendo però bloccati dalla polizia bulgara. Questo suscitò a più riprese il biasimo delle autorità tedesche, in primis  dell’Ambasciatore Beckerle, che in un comunicato al Ministero degli Affari Esteri del Reich si lamentò dell’”atteggiamento offensivo delle autorità italiane competenti”.

Ed ancora: “””Gli ebrei di Pristina (nel senso di leggasi: provenienti da, nda) riuscirono comunque ad inviare una richiesta alle autorità bulgare per essere considerati come cittadini italiani e dunque liberati, sostenendo che i loro documenti si trovavano presso il consolato italiano. …..In questo modo…nel corso del 1941 giunsero a Pristina almeno 150 ebrei profughi serbi, che si ritrovarono insieme a un gruppo di 45 ebrei dell’Europa centro-orientale che fino al conflitto vivevano confinati a Kuršumlijska Banja, più un gruppo di 25 ebrei fuggiti clandestinamente da Kosovska Mitrovica; altri transitarono semplicemente dal Kosovo per andare direttamente in Albania o in Dalmazia.

Una volta giunti in Kosovo i profughi entrati “legalmente” erano sottoposti al controllo delle autorità italiane, che in molti casi sembra fossero consapevoli di avere a che fare con ebrei in fuga muniti di documenti falsi e che comunque non prendevano in merito nessuna misura, anzi permettevano ai nuovi arrivati di sistemarsi o li affidavano alle cure della locale comunità ebraica.”””

“Samuil Mevorah “ebbe la fortuna di essere espulso da Pristina e rimandato indietro nel territorio occupato dai nazisti. Tuttavia, il carabiniere che lo accompagnava fino alla frontiera e che avrebbe dovuto  consegnarlo ai tedeschi, alla prima stazione ferroviaria si dileguò e Mevorah, vedendosi libero, scese dal treno a Uroševac e andò a Prizren”.

“””…il 14 maggio 1944, i tedeschi arrestarono in massa gli ebrei in Kossovo e in Montenegro…tra i 437  arrestati c’erano gli ebrei di Pristina, che… Insieme a loro si trovavano anche alcuni ebrei di Belgrado e Skopje, e tra questi ultimi vi erano anche alcuni di quelli che l’anno precedente si erano salvati dalla deportazione dalle città macedoni grazie alla cittadinanza italiana, come la famiglia Modiano.

Nelle conclusioni dei lavori, il Prof. Sarfatti dichiarava: “”” Tematiche queste, in particolare quella relativa alle fughe verso i territori “italiani” – ovvero le regioni dalla Slovenia all’Albania, passando per l’Istria e Fiume, la Dalmazia, la Bosnia Erzegovina e il Montenegro - ,  alla vita dei profughi, al comportamento della autorità italiane nei loro confronti, sulle quali occorre continuare a lavorare.”””

Io credo che la frase del Prof. Sarfatti  “occorre continuare a lavorare”, possa essere la più giusta conclusione di questo  mio modesto scritto.



NOTE
(1) Francesco Jacomoni di San Savino, La politica italiana in Albania, Cappelli, Rocca di San Casciano , 1965.
(2) Enzo Colotti, Fascismo e politica di potenza: politica estera (1922-1939), La Nuova Italia, Milano 2000.
(3) Il Kossovo – eccezion fatta per una piccola porzione di territorio, che era rimasta in regime di occupazione militare tedesca, era stato annesso al Regno d’Albania.

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