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Per quei quattro sassi...(quinta parte)

La guerra era dunque finita, ma non tutti tornavano a casa. Ciò che mi ha spinto a proseguire nella mia ricerca è stato il ritrovamentodi un foglio, piegato a metà, dentro al Libretto personale; è il “Foglio di Licenza”, dove si legge: «la licenza ha inizio il 20.12 alla Tappa. Essa ha termine il mattino del 15.2.19 Brindisi», confermato dai timbri di: “Partenza”, “Visto per l’arrivo in licenza”, “Presentazione allo scadere della licenza” e infine, “Giunto al Corpo il 16.2.1919”.
La guerra, dunque, per alcune divisioni, proseguiva.

La conclusione del conflitto, infatti aveva riacceso antichi focolai all’interno dell’Albania e aspettative di annessioni da parte dei paesi confinanti: l’Italia non intendeva rinunciare alla sua sovranità su Valona (Patto di Londra - 1915) e l’Albania alla sua indipendenza (Conferenza di Londra - 1913). Il 18 gennaio 1919 si aprì la Conferenza di Pace di Parigi, ma le questioni sul tavolo della trattative erano di tale complessità che si trascinarono fino al 1920.

Nei sei mesi che seguirono all’armistizio, l’atteggiamento degli Albanesi fu di una crescente insofferenza nei confronti della nostra occupazione militare. D’altro lato la comunità ortodossa era vicina agli Italiani, poiché li vedeva sia come unico supporto nei confronti delle bande albanesi armate dalla  componente musulmana, sia come alleati, là dove si profilasse un’ingerenza della Grecia nella parte meridionale.

A questo clima si aggiunsero tentativi di  intervento a proprio favore dai Serbi, ma soprattutto dagli alleati francesi i quali avevano sempre mirato all’Albania e che – dopo segreti colloqui a Salonicco – predisposero una feroce guerriglia contro gli Italiani fornendo armi alle bande albanesi raccolte da Essad Pascià. Le bande, spronate da una propaganda d’odio verso gli Italiani, si davano al massacro e alla devastazione, per cui fu necessario rinforzare il Corpo di Spedizione Italiano inviando, nell’agosto del 1919, due gruppi di alpini.

La linea politica tenuta dall’Italia fu incerta; la questione albanese passando di mano ai vari ministri, Sonnino, Nitti, Orlando e Tittoni fu gestita con un iniziale irrigidimento, poi una certa flessione e poi un successivo rinvio. Alla fine del 1919 la situazione italiana destava preoccupazioni serie sia in Albania che a  Roma. Le condizioni dei soldati erano sempre più precarie (clima, disagi, la malaria, la lunga la lontananza da casa): era difficile poter decidere un piano  logistico anche solo per allestire baracche, risanare il campo trincerato di Valona o creare distaccamenti, perché nessun dato confermava la nostra presenza, mentre il Governo provvisorio albanese era sempre più propenso a creare imbarazzi alle nostre autorità militari. A gennaio del 1920 un congresso di deputati albanesi costituì un governo provvisorio a Tirana che in nome della propria indipendenza, rifiutava il protettorato italiano e chiese il ritiro dei circa 70.000 soldati che avevano occupato l’Albania verso la fine della guerra.

La situazione non era certo serena neppure in Italia: agli scioperi causati dalle difficoltà economiche volti a ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti, si aggiunsero manifestazioni di contenuto dichiaratamente politico. Intanto cresceva il partito dei nazionalisti e dei reduci della guerra e il sentimento  comune di delusione per la “vittoria mutilata”.

A giugno il Comitato di Difesa albanese chiese lo sgombero delle truppe italiane e di liberare la città dagli occupanti; per tutta risposta, a Roma, si decise che sarebbero state inviate nuove truppe a Valona in funzione repressiva. Nelle Marche e in Romagna scoppiarono rivolte contro l’occupazione dell’Albania e ad Ancona, un reggimento di Bersaglieri pronto a salpare, si ribellò, poco prima dell’imbarco. L’ammutinamento venne subito appoggiato da tutta la  popolazione della città, che fece saccheggi, assaltò le armerie; ci furono scontri, barricate, cariche della polizia, con decine di morti. Fu quasi un’insurrezione nazionale: le manifestazioni che appoggiavano i militari “ri-belli” e quelli della popolazione anconetana che li aveva sostenuti dilagarono a macchia d’olio in altre parti d’Italia.

Giolitti ribadì il mantenimento dell’occupazione, ma a fine luglio le bande albanesi, vista la caotica situazione in Italia, alzarono il tiro, attaccarono e inviarono un nuovo ultimatum ai soldati italiani ormai abbandonati da mesi da una politica indecisa e ambigua.

Il 3 agosto 1920 a Tirana, l’Italia sarà costretta a firmare il trattato italoalbanese e il rimpatrio delle proprie truppe. Il mito della “vittoria mutilata” che alimentò la propaganda fascista nacque anche da quella rinuncia forzata, determinata dalla vigorosa crescita del nazionalismo albanese.
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Si narra che " Per quei quattro sassi"  fosse il commento di Vittorio Emanuele III, quando nel 1939, la Costituente albanese, gli offrì la Corona d’Albania.

Questo lavoro prende spunto dalla consultazione di documenti di un archivio privato appartenuti a un fante arruolato nella Brigata Tanaro e sbarcato in Albania nel 1916. La ricerca sarà pubblicato ogni settimana.  Il 4 novembre  torniamo con la sesta ed ultima parte : L’opera italiana durante la guerra

Copyright © 2012 Albania News - Registrato al Tribunale di Modena al numero 1973 del 30-09-2009

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