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Per quei quattro sassi...(quarta parte)

Il Generale Ferrero

Il 1916 si era chiuso in bilancio attivo per l’Italia.
Il 16 maggio 1917, dopo vari avvicendamenti, il comando del XVI Corpo d’Armata fu affidato al generale Giacinto Ferrero, lo stesso che, quando, ancora con l’incarico di comandante delle forze di occupazione a Durazzo, aveva diretto le operazioni per l’allontanamento da Durazzo. Ferrero, che conserverà il comando fino all’Aprile del 1919, ebbe precise istruzioni di considerare come primo scopo il possesso di Valona e di mantenere la linea di posizione di resistenza, dato che gli Austro-Ungarici erano arrivati fino a Durazzo.

Nel tratto Santi Quaranta - Florinà il Corpo italiano aveva subìto molte aggressioni, ma quel percorso era indispensabile per il collegamento con i reparti italiani dislocati in Macedonia e costituiva in definitiva il solo accesso abbastanza praticabile, ma mantenere la linea di difesa significava tenere una sorta di cerniera, o meglio di porta di ingresso che mettesse in comunicazione l’Europa Orientale con l’Adriatico. Nell’impossibilità di distruggere gli avversari, l’esercito rimase attestato lungo un fronte di un centinaio di chilometri, immobile anche per intere settimane, ma a queso punto era necessario contenere l’offensiva austriaca, poiché gli obiettivi restavano invariati: il possesso della parte meridionale e il collegamento con l’Armèe d’Orient franco-inglese.


Fu, forse, questa preminenza strategica con cui operò il nostro esercito a provocare rivalità da parte degli alleati francesi e astio degli Austriaci, ma era
il sentimento nazionalistico quello che percorreva ed infiammava l’Europa e tutti erano assolutamente tesi al proprio interesse economico e sociale.
L’Albania, peraltro neutrale, si era trovata a passare da un’amministrazione ottomana che pur con le sue chiusure aveva garantito una stabilità politica, a
un regime di occupazione militare e per ultimo a un profondo fenomeno di “colonizzazione interna”: i Francesi verso il confine greco, gli Austriaci a nord
e gli Italiani a sud. La precaria indipendenza del Paese si manifesterà, dopo la fine del conflitto, in un’accoppiata ed una contrapposizione sempre più astiosa
e violenta fra “italiani-padroni” e “albanesi-proletari”.

Cercheremo adesso di seguire le vicende non tanto sulla scansione degli eventi, ma valutando il peso e il prezzo di questa nostra avventura. Abbiamo visto che le indicazioni dal ministero della guerra erano precise: Valona e la linea difensiva, quindi, dal mare fino al confine greco, nella regione di Korça (Koritza), l’Epiro del Nord.


Korça (Koritza), grande città sud-orientale, importante centro industriale e commerciale era divisa fra bande albanesi e greche, e in virtù della sua posizione
geografica era anche un centro di contrabbando e spionaggio militare.

I Francesi, consci del fatto che la popolazione non gradiva l’amministrazione greca, nonostante più della metà della popolazione fosse di lingua greca, si
attirarono le simpatie delle bande albanesi e sostennero l’indipendenza della città ottenendo due importanti risultati: fomentare lo spirito nazionalista
della componente albanese e spingere la Grecia a scendere in campo a fianco dell’Intesa. Nacque così, nel 1916, la “Repubblica di Korça”. Scrive Robert Vaucher, inviato speciale de «L’ILLUSTRATION»:

La France, pour ses traditions libérales, et grâce à l’esprit de désintéressement avec lequel elle s’est occupée du kaza de Koritza, est particulièrement appréciée par les Albanais comme puissance protectrice. […] n’a aucune visée territoriale sur l’Albanie et jouit, par contre, d’une autorité morale  incontestable dans les Balkans.
La Francia, per le sue tradizioni liberali, e con lo spirito di abnegazione con cui si è occupata del villaggio di Koritza è particolarmente apprezzata dagli Albanesi come potenza protettrice. […] non ha progetti territoriali in Albania e gode di una indiscussa autorità morale nei Balcani.

La mossa dei Francesi non poteva essere più abile e forse le reazioni andarono oltre le loro previsioni: l’autonomia amministrativa, la bandiera rossa con
le due aquile, l’albanese come lingua ufficiale, un nuovo sistema monetario e il motto «Gli Albanesi in Albania», non poterono che scatenare una reazione
a catena nei territori controllati dagli Austriaci e dagli Italiani, che nello specifico significavano il nord del paese e Valona. Gli Austriaci si resero conto delle
conseguenze della politica francese e di rincalzo fecero divulgare un proclama in cui si affermava che l’Austria si era sempre battuta per l’autonomia del paese, che la presenza armata era solo per combattere il nemico comune (i Serbi), che alla fine del conflitto l’Albania sarebbe diventata un paese libero e Vienna le avrebbe sempre garantito la sua “protezione”.

In realtà nelle zone di dominazione austro-ungarica, l’amministrazione si era già mostrata efficiente: il territorio era stato diviso in sette Kazà e a capo
delle prefetture erano stati posti funzionari albanesi provenienti dal sud. La scelta non era casuale poiché questi, mantenendo contatti frequenti con amici
e parenti che vivevano più a sud sotto il dominio italiano, cercavano di influenzare le popolazioni musulmane di Valona e Argirocastro per creare un
clima di diffidenza verso gli Italiani, nei confronti dei quali i rapporti si erano guastati fin dal 1911, quando l’Italia attaccò Tripoli per il possesso della Libia
(1911-12) indebolendo ulteriormente l’Impero ottomano, già colpito dalle agitazioni in Albania e dai disordini interni.

In realtà la gente di Valona aveva bene accolto le nostre truppe che continuavano a condurre una sorta di missione tecnico-militare, impegnate non
solo in grandi lavori nella città, ma costruzioni di strade, ferrovie, ponti, di comune intento con i Francesi, però, visto che il gesto francese era stato letto
in tutto il suo significato, gli Italiani senza strafare, crearono un organo amministrativo centrale a Valona e gruppi autonomi periferici nelle città limitrofe.
Fu anche issata la bandiera albanese a fianco di quella italiana. Ma questo non bastava al nostro generale Ferrero, convinto che invece fosse il momento giusto per dare una risposta forte alla rivalità dei Francesi, alle strategie militari degli Austriaci, ma soprattutto alla popolazione albanese, a cui andava dichiarata la propria indipendenza sotto il protettorato italiano.

Ancora una volta Roma fu scettica di fronte alla sua proposta, giudicandola come la mossa strategica di un militare, rischiosa ed eccessiva, ma Ferrero
riuscì nel suo intento e il 3 giugno 1917, dalle rovine del castello di Argirocastro, pronunciò il famoso Proclama di Argirocastro:

A tutte le popolazioni albanesi. Oggi, 3 giugno 1917, fausta ricorrenza delle libertà statutarie italiane, noi, tenente generale GIACINTO FERRERO, comandante del Corpo italiano di occupazione in Albania per ordine del Governo del Re Vittorio Emanuele III, proclamiamo solennemente l’unità e l’indipendenza di tutta l’Albania, sotto l’egida e la protezione del Regno d’Italia. Per questo atto, albanesi! avrete libere istituzioni, milizie, tribunali, scuole rette da cittadini albanesi, potrete amministrare le vostre proprietà, il frutto del vostro lavoro a beneficio vostro e per il beneficio sempre maggiore del vostro paese. Albanesi! Dovunque siate, o già liberi nelle terre vostre o esuli nel mondo o ancora soggetti a dominazioni straniere, larghe di promesse
ma di fatto violente e predatrici; voi che di antichissima e nobile stirpe avete memorie e tradizioni secolari che si ricongiungono alla civiltà romana e veneziana; voi che sapete la comunanza degli interessi italo albanesi sul mare che ci separa e ad un tempo ci congiunge, unitevi tutti quanti e siate uomini di buona volontà e di fede nei destini della vostra patria diletta; tutti accorrete all’ombra dei vessilli italiani e albanesi per giurare fede perenne a quanto viene oggi proclamato in nome del Governo italiano per un’Albania indipendente con l’amicizia e la protezione dell’Italia.

Il proclama creò incidenti diplomatici e proteste, a partire dal nostro stesso paese, dove non c’era stata l’approvazione del Consiglio dei ministri. Rispose
a tutti il ministro degli Esteri Sidney Sonnino con una spiegazione abbastanza esauriente che accontentò Grecia e Serbia, mentre Gran Bretagna e
Francia, che ben conoscevano i contenuti del patto di Londra, tennero due profili diversi: la prima sottolineò la “grave scortesia”, la seconda tacque. Una
situazione ambigua sostenuta dalla cultura italiana del periodo: il futurismo, l’esaltazione della lotta e della volontà di potenza, il desiderio di espansione, il
nazionalismo e l’autoritarismo.

Alla fine dello stesso mese la Grecia entrava in guerra a fianco dell’Intesa e tutto il suo territorio diventò la base delle operazioni militari: una ”terza
guerra balcanica”, così come per molti dei nostri soldati era la “quarta guerra d’indipendenza”.

Il problema più urgente, visto lo schieramento delle forze, era quello stradale: l’Albania in genere, ma soprattutto la parte meridionale era priva di vie
di comunicazioni, rotabili, e questo prevedeva la costruzione di ponti sulla Vojussa, argini, bonifiche di ampie zone paludose e attraversamenti di montagne.
Una conferenza tenuta a Roma stabilì che lo sforzo dovesse essere equamente ripartito fra Francia e Italia: l’Italia avrebbe provveduto fino a Perati e
la Francia, da Perati a Korça (il territorio della repubblica di Korça).

A capo della missione fu nominato un tecnico francese sotto la direzione del gen. Ferrero per le zone di competenza italiana e del gen. Serrail, per quelle francesi. Fu previsto l’impegno di 2000 soldati italiani, ma a questo si aggiungevano altre unità per tenere controllati i tratti operativi, una vera e propria operazione di polizia lungo il percorso.

I problemi, oltre allo sforzo ingente richiesto dai lavori, si presentarono subito: la malaria, la spagnola (la media dei rimpatriati mensili fu di 1500/2000
uomini) e il richiamo sul fronte italiano di due divisioni, pregiudicavano la difesa di Valona. Ferrero manifestò le sue perplessità a Cadorna e, dopo varie
consultazioni con il Presidente del Consiglio Boselli e il Capo di Stato Maggiore della Marina Thaon di Revel, tutti ammisero che la situazione era
a rischio, ma l’unica risorsa disponibile erano tre battaglioni della Guardia di Finanza e due squadroni di cavalleria.

I lavori, se pur faticosamente procedevano, ciò che veniva sempre rimandato erano le operazioni militari: il progetto di conquistare Berat, fu sostituito
dall’operazione verso la Ciamuria, ma poi tutto si ridusse a sporadici atti tattici locali. Ferrero incontrò, a settembre, personalmente Serrail a cui chiese
di spostare l’intera divisione italiana dalla Macedonia a Korça, ma l’idea che gli Italiani diventassero numericamente superiori nella zona di Korça, fu sicuramente il motivo del netto rifiuto. Stessa risposta la ottenne sei mesi dopo quando fece la medesima proposta al suo successore, il gen. Guillamaut.
Nella primavera del 1918 la Grecia triplicò le sue divisioni e gli attacchi francesi dal lago di Orhid (Ocrida) costrinsero gli Austro-Ungarici ad arretrare.
A luglio, sotto temperature tropicali, le divisioni italiane riuscirono a conquistare la catena della Malakastra, ma furono retrocesse il mese successivo
dopo che gli Austriaci avevano spostato qui i battaglioni che avevano combattuto sul Piave. Il 2 ottobre il Corpo d’Armata Italiano con l’aiuto di due
battaglioni di volontari albanesi costrinse definitivamente gli Austriaci alla ritirata.

Le truppe italiane entrarono l’8 ottobre ad Elbasan, poi a Durazzo e a Tirana. Il 25 ottobre il Generale Piacentini assumeva il comando di tutte le forze
italiane nei Balcani, e, dopo una breve sosta per ripristinare i collegamenti, il 31 ottobre conquistò Scutari, riducendo gli Austriaci al solo caposaldo di
Cattaro.

Il 2 Novembre venne firmato l’armistizio, la guerra era finita! Era cominciata quel 28 giugno 1914 quando l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria - Ungheria, e sua moglie Sofia, in visita a Sarajevo, furono colpiti a morte da alcuni colpi di pistola sparati da tale Gavrilo Princip, membro di Mlada Bosna (Giovane Bosnia), un gruppo di idealisti che anelava all’unificazione degli Slavi del Sud, che vedeva negli Asburgo il principale ostacolo al proprio disegno, dei veri e propri aguzzini, un po’ come ce li dipingevano i nostri insegnanti quando ci parlavano del Risorgimento. Gavrilo spara in nome dell’Irredentismo, del diritto all’autodeterminazione dei popoli, contro il tiranno e per la libertà, dunque sicuro di stare dalla parte della ragione. Seguirà la prima guerra mondiale, la caduta dell’impero asburgico, la seconda guerra mondiale, la riunificazione degli Slavi del Sud nella Jugoslavia di Tito, la destabilizzazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la decennale guerra dei Balcani di cui siamo appena stati testimoni, ed ora i Balcani sono pressappoco, confine più confine meno, com’erano prima che Gavrilo sparasse all’Arciduca Francesco Ferdinando

Macedonia

Nel frattempo, in Macedonia, le truppe franco-inglesi, comandate dal Generale Serrail erano bloccate in un campo trincerato attorno a Salonicco fin dal
novembre del ’15, dove erano state respinte dai Bulgari, nella zona fra Monastir e il fiume Cerna, mentre cercavano di aiutare i Serbi. Qui nel novembre del 1916 il generale Petitti di Roreto, su richiesta di Serrail, aveva dovuto, suo malgrado, spostare tutti i suoi reparti, oltre 40.000 soldati della 35a, nella zona di Monastir. Non correva buon sangue fra Serrail e Petitti. Racconta Edoardo Schott, corrispondente di guerra a Salonicco, che Serrail era «un freddo, ma simpatico comandante, radicale francese», mentre Petitti, «un altezzoso generale italiano di alta nobiltà piemontese»

12. Con una manovra molto difficile a causa della carenza di strade (gran parte di queste risultavano allagate o ridotte a profondi pantani), nonostante il contingente italiano disponesse di un discreto numero di muli, di carri e qualche decina di camion, per superare i numerosi ostacoli naturali, vallate paludose e fiumi, i genieri costruirono diversi ponti e organizzarono addirittura delle teleferiche per il trasferimento dei rifornimenti e dell’armamento pesante

13. Il tutto avvenne sotto continue piogge battenti e tormente di neve

14. Una volta dato il cambio ai Francesi, gli Italiani si allinearono lungo il fiume Cerna, il 19 novembre la brigata Cagliari occupò Monastir. Dalla fine
del 1916 al settembre del 1918 la nostra Divisione dovette combattere una logorante guerra di trincea, ma riuscì ad indebolire l’esercito bulgaro e i contingenti tedeschi fino a quando nell’ottobre del 1918 le armate bulgare si arresero. Il bilancio della campagna di Macedonia fu pesantissimo

15 per gli Italiani: più di ottomila fra feriti, morti e dispersi a cui si aggiunge un terzo delle truppe rimpatriate per malaria e sostituite da altre truppe.
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Si narra che " Per quei quattro sassi"  fosse il commento di Vittorio Emanuele III, quando nel 1939, la Costituente albanese, gli offrì la Corona d’Albania.

Questo lavoro prende spunto dalla consultazione di documenti di un archivio privato appartenuti a un fante arruolato nella Brigata Tanaro e sbarcato in Albania nel 1916. La ricerca sarà pubblicato ogni settimana.  Il 27 ottobre torniamo con la quarta parte : Il dopoguerraia

Copyright © 2012 Albania News - Registrato al Tribunale di Modena al numero 1973 del 30-09-2009

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