Un amore travagliato simile a quello dei “I promessi sposi”. Anche qui i giovani vengono braccati dal ricco “Bej” che cerca di cogliere questo fiore “cresciuto nel letame”.
Ma come si viveva l'amore a quei tempi in Albania?
Non c'erano diari, perciò dobbiamo affidarci alla penna dei poeti o agli scrittori.
I poeti della rinascita albanese non cantavano solo alla natura ma anche all'amore. Naim Frasheri è “ una candela che si scioglie” e non nasconde il desiderio di essere sfiorato da lei, non importa come:
“…Fango e polvere diverrò
perché mi calpesti un suo piede.”
Andon Zako Cajupi descrive così il proprio amore: “i capelli neri come le penne del corvo, la fronte come il sole, i seni come melagrani, occhi come le castagne e la parola dolce come il miele”.
Poco dopo, là al Nord, Migjeni prega per un amore- sinfonia fino al ultimo respiro:
“Prego dio,
per una sinfonia
piena d'amore,
calda come il seno della giovane
ove fremano le passioni .
….Prego dio,
per una sinfonia
e mai, mai più svegliarsi”
Loro erano poeti, un passo in avanti per cui occorre non farsi ingannare.
Quella era l'Albania delle città, degli intellettuali. La maggior parte della popolazione però abitava nelle campagne. E nelle campagne l'amore non si voleva, si nascondeva. Al Nord si teneva ben lontana questa parola pericolosa. I giovani non potevano decidere perché incapaci di scegliere al meglio il proprio destino. Le passioni ti spingono a fare degli errori che ti possono costare per tutta la vita. Erano i parenti a decidere, naturalmente il meglio per i propri figli. In queste scelte si teneva presente, l'importanza della casata, la ricchezza, la bellezza( con i canoni d'allora), la malattia (persino il rischio genetico) etc.
Con il passare dell'età (specie per le donne)si scartavano certe pretese in base all'importanza. Piuttosto che “zitella” meglio la scelta di una famiglia povera. Una sorta di graduatoria dove la bellezza ovviamente era l'ultima per una impossibilita di valutazione giacché spesso la promessa sposa era tale ancora nella culla. E non si poteva venire meno alla parola, neanche quando si trattava della data decisa per il matrimonio. Chiara e puntuale…come la morte che raggiunse una sposa malata arrivata cadavere alla casa dello sposo in un paese, allora di Mirdite. Non era possibile né pensabile rimandare perché i delegati che andavano a prendere la sposa (lo sposo non faceva parte) non potevano tornare a mani vuote. Non divenne una legenda anche se fu un sacrificio in nome della Besa. Certo che qualche tentativo di eludere “la parola” trovando qualche futile pretesto c'è stato. La ragazza cresceva e diventava più bella del previsto facendo gola alle case più importanti, magari le più ricche. Si tramava nel buio, per trovare il cavillo giusto. Un'impresa pericolosa che spesso conduceva a sangue e vendette.
Nella loro disgrazia, la scelta era permessa solo alle vedove. Non doveva comunque essere chiamata amore, ma una valutazione d'interesse per poter proseguire la propria vita in sicurezza. A loro era permesso perfino il cambiamento, di cambiare idea dopo avere deciso, perché potevano rendersi conto di avere agito spinte dalle passioni. Da cui il detto “cambia idea come le vedove”.
Al Sud non andava molto meglio, e parliamo sempre della campagna e non delle città come Korca detta ”delle serenate”. Il pronubo del Sud si chiamava “lajmes” e non “shkes o shkues” come al Nord ma sempre di matrimoni combinati si trattava. Il Pronubo….questa figura che si ingozzava tra una cena e un pranzo offerta da entrambe le famiglie. E non mancavano i regali; al Nord un paio di scarpe perché tanto si era stancato a fare la spola che si era rovinato anche le scarpe. Spesso era oggetto di comiche. Si diceva che teneva una tartaruga vicino al cuore, sotto la veste. E per essere credibile “nella vendita” si presentava davanti alla famiglia dello sposo dicendo: “ giuro su quest'anima che l'avrei preso in sposa per mio figlio” indicando il cuore, ovvero la tartaruga.
Ancora, qualche sguardo fu scambiato tra le fila dei partigiani durante la resistenza; il resto doveva essere rimandato a dopo la guerra; forse non si ritrovarono mai più.
Fu Il comunismo a dichiarare guerra alle “ vecchie consuetudini”. Una guerra lunga e delicata, attraversata da violenze e mediazioni. Bisognava riuscire nell'intento ma senza rompere del tutto con le popolazioni. Finì con un compromesso: lo stato si schierava dalla parte dell'innamorato, ma quest'ultimo doveva farsi veramente coraggioso. Occorreva combattere per il proprio amore contro la propria famiglia e l'opinione. Molte furono le ragazze che scelsero di abbandonare la propria casa, inseguendo l'uomo della vita, pur rischiando il rifiuto dalla famiglia. Altre, coloro che non ebbero il coraggio di fare questo passo, spesso per paura di essere deluse. Una delusione poteva costare caro: si perdeva allo stesso tempo amore e famiglia.
Una vittoria dimezzata ma tanto bastò per aprire una breccia nella società. Il comunismo accompagnò questo percorso alla lotta contro la religione che culminò nel 67 con la chiusura di chiese e moschee e il divieto di propaganda religiosa. Un passo in più: ci si poteva innamorare anche di una persona di religione diversa. Fu il momento migliore; una vera esplosione dell'amore, almeno nei diari. Pieni di frasi d'amore, per lo più immaginario. Una stagione di trionfo che ripiegò pochi anni dopo. Il comunismo decise di mettere un freno a questa deriva di “degenerazione”. Musicisti e poeti, finirono nelle prigioni bollati come nemici. Bisognava controllare tutto: l'intenzione, il pensiero,...l'amore. Quest'ultimo non abbandonò il terreno guadagnato e i poeti, più prudenti questa volta, l'esaltarono. Tra i banchi scuola ognuno cercava di descriverlo al meglio. Lì era stata maturata anche la canzone “l'inno dell'amore”:
“Sui banchi di scuola amica mia
due nomi scolpimmo allora
non so come mai te ne andasti
e mettesti un sasso al cuore.”
L'amore non aveva un nome ma bisognava parlarne comunque, spesso raccogliendo i versi più belli scritti dai poeti, albanesi e stranieri. Così tra i diari degli adolescenti si potevano trovare i versi di Koci Petriti.
Lei è una legenda che va al di là della sua esistenza:
“ Raramente pronuncio il tuo nome
lo celo nel cuore come un raro gioiello
semmai dovessi crollare in rovina
nasceresti tu, come leggenda sul castello.”
I più grandi invece, reduci di un amore sofferto preferivano Kadare. Perchè tra lui e l'amore c'è sempre uno spazio invalicabile, piovoso, invincibile. Lei e là, lontana… forse vicina ma comunque irraggiungibile. Un intreccio di nostalgia, tormento e malinconia. A volte viene raggiunto dal desiderio di dimenticarla, abbandonarla e seppellirla al meglio, meditando persino un luogo: una strofa , una nota, un cristallo, una tomba o obitorio e….…
“…se non trovassi un dirupo per gettarti
un campo o un prato cercherò
ove dolcemente come polline
ovunque, ovunque ti spargerò.”
Sembrava fatta. Il comunismo tirò l'ultimo respiro e le donne che non avevano il coraggio di inseguire il proprio sogno in Albania, decisero di avverarlo lontano, in terra straniera. Un sogno finito in un incubo tra marciapiedi delle città europee. L'uomo aveva teso un ultimo vergognoso agguato, e l'antico pronubo mise le vesti del ruffiano e non si accontentava più con una cena.
Ma i poeti resistono. Perche loro sono un passo indietro. Sono Innovatori e conservatori e hanno il compito di tutelare l'amore. Catturati della propria creatura così come Dritero Agolli; un sobrio e felice prigioniero del proprio amore:
“..Vorrei che fosse lunga questa prigionia
sebbene non so quanto durerà
ma tu vieni a guardarmi in cella
al tuo perseguitato piacerà.”
Mentre Visar Zhiti è una lacrima nel suo occhio; triste come la sua gioventù passata tra le prigioni del regime:
“…è'così tanto tempo che vivo nel tuo occhio
e per farti riposare
di tanto in tanto mi faccio due passi
nella forma limpida della lacrima.”
Oggi l'amore ha un nome e lo si pronuncia, lo si scrive. Sui banchi, sui muri sui vetri. E qualcuno ha attraversato il mare per scriverlo anche là, in terra straniera: “Zamire te dua”