“Era morto Enver Hoxha!
Morto il dittatore! Era morta quella persona, alla quale, gli albanesi avevano attribuito “dell’ immortale”.
Il responsabile delle pene della sua vita, era morto! Nelle orecchie, come per magia, le echeggiavano le parole del suo caro marito, quando lei era andata a trovarlo in carcere: ”Anna, sono innocente …!”
Per la morte di una persona, solitamente si prova umanamente parlando, un senso di pena, di dispiacere.
Brutto dirlo forse, ma Anna, questo senso non lo provava affatto! “

Tirana, metà aprile 1985.

La primavera è una bellissima stagione ovunque ci si trovi, ma a Tirana è sempre stata magica.
Non so se è un po’ un fattore che si collega alle “stagioni della  vita” direttamente e all’influenza dell’aria primaverile sullo stato d’animo per cui, proprio per questo motivo, stando alle stagioni di vita, quelle vissute nella propria città, fanno scaturire un maggior coinvolgimento emotivo.

Si intersecano sensazioni ed emozioni che iniziano a rabbrividire la persona, si arrampicano alle pareti del cuore, come i rami di una pianta arrampicante che avvolge un tronco od una parete qualsiasi. Volendo a tutti i costi occupare sempre più spazio possibile, spesso anche con dolore, prepotenza  ed invadenza.
Proprio in questo modo, le emozioni che avvolgono una persona, tornando alle “primavere della sua vita”, non sempre sono piacevoli e portatrici di felicità. Anzi …

Chissà perché, la primavera di Tirana, Anna l’ha sempre collegata alla primavera della sua città natale, Napoli!
Tirana e Napoli hanno sempre camminato parallelamente per lei nella sua vita, ma più che nella vita stessa, hanno camminato assieme nella sua memoria e fantasia, nei suoi viaggi immaginari e reali, fusi entrambi.
Lei ha iniziato a sentir parlare di Tirana nel 1920, proprio nell’anno in cui Tirana è diventata capitale d’Albania! Circa dieci anni dopo, verso il 1930 si è trasferita a Tirana, nella città del suo amato marito, lui, albanese.

Da allora, le primavere di Napoli, lei ha potuto viverle ancora per un altro po’ di tempo, facendo i suoi soliti viaggi di andata e ritorno Albania –Italia.

Ma dopo, il regime dittatoriale una volta instauratosi, esso non si cura di patti e accordi sulla libera circolazione dei cittadini civili italiani rimasti in Albania, e Anna, la sua terra natia, l’Italia, non la può più vedere. Non può più vedere la sua Napoli, né i suoi familiari.

Anna aveva tre figli. Quel giorno di aprile a Tirana, aveva deciso di andare a trovare i suoi altri due figli, essendo che lei abitava in casa con uno di loro. Anna amava molto camminare a piedi. Lo faceva sempre. L’unico mezzo pubblico di locomozione nell’Albania degli anni ’80, era l’autobus. Ma lei preferiva non prenderlo.
Quindi, doveva percorrere a piedi un bel pezzo del raccordo anulare della capitale, il cosiddetto “Unaza e qytetit”, lungo il torrente Lana. E lo faceva volentieri questo.

Anna ormai era avanti con l’età, ma godeva della buona salute. Ed era una donna energica.
Quella mattina dell’ undici aprile 1985, a Tirana, a primavera già inoltrata, Anna inizia la sua camminata dalle parti dell’ospedale maggiore della città, per poter giungere “Rruga e Elbasanit”. Mentre camminava le veniva in mente la sua Napoli, un senso di nostalgia chissà perché, la afferrò.  Erano anni che non andava a trovare i familiari, anche se ormai i genitori non vivevano più, Anna stessa andava verso un’ottantina d’anni. Ma in Italia c’erano le sorelle e tantissimi nipoti e pronipoti. L’ ultima volta quando si erano visti, era stato verso gli anni’60.  Per il resto, si sentivano regolarmente telefonicamente. Il telefono privato nelle case albanesi non c’era, ma nell’ufficio postale della città, nelle apposite cabine telefoniche, sì.

Anna, strada facendo, scorge due ufficiali dell’esercito che parlavano tra di loro, nonostante la solita riservatezza, con un tono insolito, con una tale agitazione nel volto, tanto da incutere un senso di panico anche a lei che li incrociò per caso.

Chissà – pensa – chissà che problema avranno, magari qualche brutta faccenda nella loro caserma, qualche militare indisciplinato, qualche collega ribelle, perché no, disappunti tra di loro, succede …!”

Anche se Anna sapeva che di contrarietà nel modo di pensare e lavorare in Albania, differenti dalla linea ideologica che governava il paese, non si aveva mica lo spazio di poter esercitare. O obbedivi, oppure, altrimenti pagavi una pesante penitenza. L’aspetto  di quei ufficiali le lasciò un sapore amaro. Forse perché, con dei loro colleghi, in passato, lei aveva avuto brutte esperienze, dolorose. Chissà!

Proseguiva la sua camminata lungo il torrente Lana. Ormai , “Rruga e Elbasanit” non era distante più di tanto. Ma è proprio nell’avvicinarsi a questa zona che scorge qualche auto militare, un certo movimento, più del solito.
Anna arriva a casa del figlio dove trascorre l’intero quel giorno, quello strano giorno. La sera  va a letto presto, la stanchezza della lunga camminata, i vari pensieri avevano fatto il loro effetto su di lei. Strane percezioni, un senso di ansia la accompagnò anche la notte.

L’indomani , tutto avrebbe avuto una spiegazione, una risposta! La notizia era piombata come una tempesta, proprio quelle che in primavera, si trasformano in veri e propri uragani.
Era morto Enver Hoxha!

Morto il dittatore! Era morta quella persona, alla quale, gli albanesi avevano attribuito “dell’ immortale”.
Il responsabile delle pene della sua vita, era morto! Nelle orecchie, come per magia, le echeggiavano le parole del suo caro marito, quando lei era andata a trovarlo in carcere: ”Anna, sono innocente …!”
Per la morte di una persona, solitamente si prova umanamente parlando, un senso di pena, di dispiacere.
Brutto dirlo forse, ma Anna, questo senso non lo provava affatto!

Anzi, era incredula di questa notizia: se si trattasse di una notizia falsa, di un colpo di stato, di una notizia di quelle che solo una mente atroce e contorta come la sua, del dittatore,  avrebbe potuto inventare chissà per quale scopo?

Anna doveva avere delle conferme, ne sentiva il bisogno per liberarsi.  Ai figli ed ai nipoti, ai vicini di casa, nonostante li vedesse tutti scioccati, chiese più di una volta:
Ma ne siete sicuri? E’ morto veramente?
Già, il Padre della Patria, il compagno Enver, poteva essere oggetto di venerazione, ma stranamente poteva essere anche oggetto di morte! Lui era morto!

Le si mescolarono un insieme di sensazioni.  Assieme a lui, se ne andava purtroppo anche una buona parte della sua vita ormai. Prima della sua morte, era morto il suo amato marito Giulio. Ma Giulio, prima di morire, aveva sofferto delle persecuzioni da quel regime, dal regime di cui, Enver Hoxha ne era stato artefice ed esecutore spietato.
Non sapeva a quel punto, come tutti gli italiani civili d’Albania, che come lei e la sua famiglia, avevano sofferto a causa del regime totalitario, se gioire o rattristarsi. Ognuna di queste sensazioni aveva il suo perché, portava il proprio peso.

Dovettero passare altri quattro anni.
Arrivò il 1989. Anna, assieme alla nipote – a colei che sta scrivendo queste righe,  lei ai tempi, un’adolescente – si reca dopo tanti anni, dopo una vita intera, al Consolato Italiano di Tirana. Laddove in precedenza, non si poteva nemmeno avvicinare!

Enorme la sua commozione! Entrava in un territorio italiano! Si parlava italiano, il personale del consolato la attende con molto affetto e commozione …

Anna aveva ottenuto il visto, assieme alla nipote, per potersi recare finalmente nella sua terra, in Italia e questo avveniva dopo circa trent’anni per lei, e per la nipote, era naturalmente la prima volta.
Arrivano all’aeroporto di Rinas, ma la nipote la vede agitata. Chiaramente per la nonna ottantenne, che andava a trovare i suoi familiari in Italia, dopo una vita intera trascorsa in un’Albania sotto dittatura ferrea comunista, non era cosa da poco! Un misto di emozioni: nostalgia, rammarico, amore, affetto, dolore e tristezza, paura, ansia e traumi. Con questa mescolanza del petto, lei saliva sull’aereo!

Atterrano a Roma. Lì le attendevano dei parenti. Grande commozione! Dopo qualche giorno raggiungono Bari, dove risiedono le sorelle ed i nipoti di Anna.

La commozione nel momento del loro incontro è stata indescrivibile. Una delle nipoti italiane, un po’ appassionata di lingue straniere, un po’ per la professione che svolgeva e per  cui viaggiava nel mondo facendo la pianista, un po’ perché sapeva da quale paese la zia venisse, si vede che aveva imparato qualche parola in albanese, qualche saluto ed infatti, le attende dicendo in albanese:

Mirë se erdhët në Itali, ju duam shumë…!- Benvenute in Italia, vi vogliamo bene!”  Questo, naturalmente si è rivelato motivo di un ulteriore coinvolgimento emotivo da parte dei presenti nell’incontro. Qualche lacrima scorse spontaneamente dagli occhi di tutti.

Una delle sorelle, le aveva appena fatto una maglia ai ferri, ci teneva molto, fatta con le sue mani e gliela dà.
Anna, nell’ indossarla, le dice in albanese: “Të lumshin duart, motra ime!” E gliela traduce in un modo come: ”Che siano beate le tue mani, sorella mia!

Lei , alla fine veniva dall’altra sua terra , l’Albania. Era diventata in un certo modo, “l’albanese della loro famiglia”. Anche qui scattava uno strano meccanismo, in quanto in Albania, la consideravano “L’Italiana”, mentre in Italia: “Era arrivata la sorella ‘albanese’!

Nuovamente, la sorella, maggiore, in quanto Anna era la minore di tutte, le ricorda il fatto cruciale della sua vita: “Ma chi l’avrebbe mai detto, che proprio tu, che ti facevi impressionare da quei commercianti col berretto “Qeleshe”, che venivano dalla Terra delle Aquile, a trattare di affari nel negozio di nostro padre, avresti sposato un albanese, sorella mia cara …!

L’indomani dovettero recarsi in questura, all’ufficio stranieri per procurarsi il permesso di soggiorno temporaneo, quello di qualche mese per motivi di turismo. Ma, prima di andare in questura, occorreva fermarsi per un attimo dal fotografo per fare le foto tessera.

Entrano al laboratorio del fotografo, Anna e la nipote,  accompagnati dal nipote barese.
Il fotografo, un uomo sulla cinquantina, appena le vide e dopo aver capito che loro avevano bisogno delle foto tessera, un po’ anche da persona estroversa qual era, chiese per quale tipo di documento le foto occorressero. Quando seppe che occorrevano per il permesso di soggiorno, il discorso tentò ad ampliarsi e in questo modo, lui venne a sapere che loro due venissero dall’Albania.

Ma, è vero che là si vive così male, che c’è la carestia, che c’è la censura, che …?” Ed i suoi punti interrogativi non avevano fine..La nipote di Anna, da adolescente ribelle, eloquente ed ironica com’era, rispose subito in modo spontaneo e deciso:” Oh, purtroppo è così! Si vive come in una gabbia! Manca il respiro! Manca di tutto! Non puoi parlare liberamente, non ti puoi vestire come credi …!

Insomma, la ragazza, con la spensieratezza tipica dell’età, inizia a parlare con un senso liberatorio e di sfogo, ma a quel punto, dovette interrompere il suo discorso con il fotografo, avvertendo un dolorino nel braccio …
Era stata la nonna che le aveva appena attirato l’attenzione con un pizzicotto! E, sotto voce, mentre l’altro nipote effettuava il pagamento in lire per le foto, la nonna le diceva:

Impara a stare zitta quando serve. Come fai a fidarti di quella persona? E se fosse un albanese infiltrato dalla “Sigurimi”  – il terribile servizio investigativo segreto albanese –  e se appena usciamo da qui, chissà cosa ci attende? Oppure, appena mettiamo piede a Tirana, sai cosa ci potrebbe accadere?
La nonna era impaurita, traumatizzata, non si fidava più di nessuno.

Il periodo di vita sotto dittatura trascorso in Albania, le persecuzioni nella sua famiglia e tutto il dolore subito nella vita, purtroppo non le stava permettendo di rilassarsi completamente e di godersi la vera libertà, di godersi le giornate tra i suoi, nella sua terra, quei momenti che attendeva da una vita!

Erano traumi che solo uno che li aveva subiti sulla propria pelle, li poteva comprendere.

Alla fine, dalla morte del dittatore erano trascorsi soli quattro anni e la sua ombra, purtroppo, la nonna la vedeva apparire ovunque …

Oramai, anche nella sua Italia, lei non si sentiva al sicuro. Oramai, anche la primavera in Italia, non diventava per lei fonte di pace e serenità. Qualcuno, la pace interiore della sua anima, l’aveva rimossa per sempre. E quel qualcuno aveva traumatizzato un intero popolo. Il mondo, questo, prima lo capiva, meglio sarebbe stato per tutti.
Enver  era morto in primavera, ma chissà quante vite, chissà quante primavere aveva già sconvolto, procurando dei danni permanenti ad un’intera popolazione.


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