Ospite dell’Hotel Illiria assieme a tanti altri studenti provenienti da tutto il mondo: nella mia classe, oltre ai miei 2 compagni molisani, e un calabrese, Giulio Peta (1), c’erano anche studenti tedeschi, siriani, bulgari.
Una classe multiculturale, poliglotta, eterogenea sia come provenienza geografica che come formazione, ma con un forte comune denominatore: il legame con la lingua albanese.

Sono una italo - arbëresh, figlia della diaspora che 500 anni fa spinse gli Albanesi a scappare dalla propria terra in seguito alla dominazione turca, nata in un posto di mare, Campomarino - Këmarin, sulla costa molisana e cresciuta con la curiosità di scoprire cosa ci fosse nell’altra parte del mare Adriatico, per conoscere a fondo le mie radici.
Una breve esperienza di viaggio, a conclusione di un percorso formativo sulle minoranze linguistiche arbëresh e croate del Molise, promosso dalla Regione Molise, mi aveva portato, nel giugno 2005, in Albania, esattamente a Durazzo, Tirana, e poi Kruja.
Un viaggio via mare durato una notte intera, un ricordo lungo tutta una vita, continuato poi, sempre ad agosto dello stesso anno, in Kosovo.
Partenza da Roma, miniaereo sgangherato, una quindicina di passeggeri in tutto, poi scoprii che erano tutti studenti italiani che partecipavano al Seminario, passaggio sull’inconfondibile estensione nera del Mali Zez, il Montenegro, arrivo aeroporto di Prishtina.
Immagini vive e dinamiche
Via Bill Clinton, l’Università, la biblioteca nazionale, il professor Imri Balladaj con i suoi “Pushimi, pushimi”, standardizzazione linguistica, Bardh Rugova, Lindita Seidju, l’ottativo, unë flas shqip, faleminderit, mirupafshim, il gelato da Fellini, le serate culturali di poesia, teatro e cinema rigorosamente shqip, le visite a Deçan, Prizren, l’ospitalità dei Kosovari, Kosovart mikëprites.
E poi immagini tristi, tutte nuove, seppur raccontate e viste per mesi dalle televisioni italiane e di tutto il mondo…
Le camionette Carabinieri italiani, le jeep inquinanti dell’ONU, il quartiere ONU, vera città nella città, il viaggio, sul bus per Skopje, in Macedonia, con una donna kosovara che mostra l’immagine della sua casa bruciata dai serbi, la madre che racconta piangendo della uccisione brutale della figlia a causa della guerra, le foto sbiadite delle persone scomparse lungo la via principale di Prishtina, le scritte “Jo Negociata, Vetëvendosja” su tutti i muri, il pranzo in un baretto a Grecianize accanto ai soldati francesi occhi celesti e mitra sul tavolo, ancora tante altre storie di sofferenza e di paura di tornare indietro negli anni della guerra ormai conclusa ma ancora viva nei ricordi.
La mattina del 26 agosto 2005, ero in giro, ricordo che mi fermai vicino ad un recinto all’interno del quale c’erano molti soldati, molto fermento, un’aria insolita, giocosa, come di festa, ma non capivo cosa stava succedendo.
Poi giunse la notizia: era il giorno della prima pietra per la chiesa in onore a Madre Teresa.
Quel giorno io ero lì, proprio lì, con la mia amica Costanza, arbëresh molisana, con Giulio, arbëresh calabrese, Antonio, insegnante di spagnolo e poliglotta, ad assistere per caso, solo per caso, ad un evento così importante. La prima pietra della Cattedrale in onore di Madre Teresa!
Come mi raccontò dopo Giulio, alla cerimonia ufficiale, presso l’Hotel Prishtina alla quale noi studenti fummo invitati, erano presenti tutte le massime autorità, il Presidente della Kosova, Ibrahim Rugova, il Mons. Mark Sopi, Vescovo della Kosova, l’Arcivescovo di Washington DC, Teodor McCarrick.
Giulio stesso regalò al Vescovo Mark Sopi alcune foto sui costumi arbëresh, e scambiò con lui qualche parola: “Ancora oggi, dopo 500 anni, il legame è forte. Imi shumë mot bashk….me zëmrën”.
La mia amica Costanza ed io non andammo alla cerimonia ufficiale: non amo le cerimonie e tantomeno l’ufficialità.
Amo però molto le figure come Mëmë Tereza, così scriverei il suo nome in arbëresh, ricche di umanità, capaci di aiutare le persone deboli, umili e allo stesso tempo forti, e che riescono a guidare il mondo verso la giusta direzione.
L’augurio, in questo giorno di festa, è che questa piccola grande donna rimanga una speranza per la Kosova, come per ogni altra zona del mondo martoriata dai conflitti etnici, o dalla fame, o dalla povertà, e che una parte della sua grande umanità arrivi, penetri fino in fondo le nostre povere anime.
1. Ringrazio Giulio Peta per la sua testimonianza e per avermi inviato materiale prezioso che mi ha aiutato a ricordare alcuni dettagli di quella storica ma semplice giornata.