Invitare vuol intendere, almeno nel gesto compiuto dal mio pensiero, un’ apertura che non sia semplicemente un aprirsi all’altro, cioè al dialogo (quantomeno non soltanto ciò). Nel dire “invito”, dico “vi invito a quel raccontarsi” che è un travaso di ciò che vi riempie, come identità e personalità, mediante il linguaggio.
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Un giorno, lo spazio asttratizzabile al quale possiamo poggiare un piede per costituire identità, volontà ed intenzionalità di ogni umana esistenza. Un giorno è poca cosa ma è già abbastanza per poter indicare un uomo, riconoscerlo in mezzo alla scostante folla dei ignoti ed ricostruire in qualche modo la sua storia, il suo percorso consumatosi fino all’istante necessario agli astanti sguardi per vederlo, per coglierlo nella sua misura. Un giorno può benissimo essere sufficiente per formulare una qualche previsione sulla sorte di una individualità ben circoscritta nel pensiero e nel atto.
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“And than she comes…”. Dismessa le sue originarie vesti, ella, l’idea oramai è strumento già collaudato. Probabilmente, a sentir dire, ella è sempre stata tale…